mercoledì 14 maggio 2014

Delirio #2 - Aiòn

Fuochi fatui,
s'accendono.
Nascono dal bianco fiore,
si illuminano lungo il cammino
disperdono gas inodore.
Quel blu fluorescente
è la fiamma,
che da sempre inneggia il ventre.
Consumano il grigio torpore.
Distanziano percorsi
illuminano con esili passi
saziano l'opaco candore,
guidano il passaggio
che in sé distende il filo.
Disseminano fiamme ardenti
qua e in là, nelle soste lontane.
La tua, è l'ultima di tutt'una stirpe!
Ma in te, in te,
in me!
Ho acceso la fiamma bruna.
Da Te, per Te, con Te!
Ho acceso la fiamma Solenne.
Rebis!
Caput Mortuum.

Medicina
ANEMIEIAVALAR
TUMEFEIMAAF
SETTIOLTTUOR


mercoledì 7 maggio 2014

Delirio #1 - Bene

In attesa di staccarsi,
fino allora è la mia forza.
Muoversi in lungo e in largo il mio sconforto,
mordersi fino all'osso, per non cedere la coda.
Io credo, per non avere alcun senso.
Io spero, per non avere alcun rimorso.
Il credo è dei dannati,
la speranza è la loro fine.
Una fine senza inizio,
di certo non v'è incertezza,
vige soltanto la certezza:
l'anatema di non alzarsi mai.
Siede dunque la sentenza:
il tempo è una fievole illusione,
accetto tutto il corpo,
domani lo butto via;
amo il nesso con l'oltremondo,
di lui covo bramosia;
e mentre è intenso a morte il corpo,
guardo il cielo, senza reclamo per la luce,
di lui, tra guerra e pace, illumino il mio sorriso.
Mi riposo adesso.
Mi nutro.
Mangio la vita.


Medicina:
MORALIBELADLETRALA
ESTQUODALEMATERI
VITEGALAANNOGILI
               
                                                                                                                                

venerdì 2 maggio 2014

Il Cammino, Tutte le Volte

Oh, è questa la calda sensazione che mi piace provare,
all'imbrunire,
quando le nuvole s'addensano,
creando una morbida e soffice nebbiolina,
flebile e calda,
abbastanza da sentire le proprie membra accalorarsi,
come un abbraccio, rassicurante,
in memoria di un'atavica sensazione primordiale,
che rimarca la sicurezza intima dell'involucro materno.
E il sole le sovrasta,
e porta il lume laddove le remote e scure depressioni
affossano il terreno,
e lo rendono cupo, ricurvo
e preso dall'intento d'affogarsi tra le proprie colpe,
arrendevoli, invece, adesso che la luce le ha scovate nel profondo,
sorprese, oramai dunque,
ad ammettere la perversa ingordigia
rivenuta nel trastullarsi del proprio mondo.
L'aria si fa limpida,
inalo un respiro che ristora le anime danzanti sui cieli rasserenati
dall'intiepidirsi dei cocenti afflussi, portati dal sole,
di cui esse li sorvolano,
e si rincorrono in cerca delle primizie che le correnti di primavera
s'apprestano ad offrirgli in grembo.
E poi i canti.. Che da tutt'altri mondi inneggiano,
d'ogni luogo,
alla più serena convivenza,
tra le melodie dissonanti deturpate da quei mezzi
che impuri
corteggiano questo intenso paradiso terrestre,
in cui ogni festa,
sia essa pura o ricolma di peccato,
trova luogo in un'armoniosa sorte,
che coinvolge già tutti gli orchestranti,
intenti, ognun per proprio conto,
a raggiungere il luogo prestabilito,
consci di dover adempiere al proprio compito,
ognuno col proprio mestiere,
affinché ogni giorno possa sempre erigersi
come quello più dorato.
Io m'immergo in un tepore
che fa brezza dall'interno,
e che calma il corso delle acque delle sorgenti,
che fino ad allora, si spingevano con insolenza,
miscelando i proprio flussi ardenti, in una più profonda disillusione,
dipingendo l'intero corso
d'un nero rattrappito, coagulato,
rappreso in grumi di turpitudine decadente.
Il calore spegne il soffio dei venti
che da un capo all'altro
respingevano, come per gioco,
i miei brividi di lamento.
Giungo allora al centro del mio viaggio.
Poi mi siedo, sul punto esatto in cui ho sempre inclinato il corpo,
e mi perdo tra le danze ammaestrate per l'occasione
dai primissimi messaggeri alati delle correnti di primavera,
coloro che mai si poggiano per intero sulla propria terra
sfrecciano in apoteosi per la più importante celebrazione
che rasserena tutto il corpo,
e lo dirige verso un tempo che al qualsivoglia incontro aveva chiuso i propri battenti.
Le emozioni sono lì congelate, in un luogo fermato nel tempo ed occluso dal tempo.
E d'esso soltanto preferiscon proferir parola, sovente, quando il tempo si fa buono.
Da lì, incalzano discorsi
da cui perdersi per strade assai profonde
è cosa molto facile.
Ed io solitario parto
ed in armoniosa compagnia finisco poi per ritrovarmi,
in un cammino gioioso
di cui m'affretto tutte le volte a raccontarti,
quello di una più serena madre
pronta a render grazia ad ogni tua parola mai davvero portentosa.
È questo il fortunato destino
a cui lego con fervore ogni mia parte,
e dal quale, con equilibrio,
mi presto a conservarne ogni più piccola delicatezza,
pronto a concederne,
a chi con un gesto ritrovi il proprio posto,
col cuore, ogni singolo istante,
anche se di un posto lasciato in passato
è pur sempre quello di cui si parla,
in un luogo, che definir magia,
è pur soltanto fiato sprecato.



venerdì 18 aprile 2014

Direct To Your Soul

Sai,
io amo le cose che resistono nel tempo.
E penso che debbano farlo,
perché così facendo
diventano la dimostrazione vivente della negazione della vita.

giovedì 17 aprile 2014

Lettera D'Amore

Io non ti amo. Né t'amerò mai veramente.
Questo l'ho compreso.
Vivremo sempre in questo tragico rapporto. C'è poco da dire.
Tu mi offri dal canto tuo troppe poche e fievoli tentazioni, tali che
possano realmente reggere lo spirito compulsivo di un dominio a tutto tondo,
come quello che si propone dall'altro capo, attuato da un bollore imperante
che ottunde dinnanzi a sé ogni vista, priva di decoro, che non sia degna del più sadico confronto.
Io, dal canto mio, mi offro gelido ma sincero in tutto ciò che ho da offriti.
Eccoti.
Eccomi qui, pronto a concederti tutte le mie verità.
Così come tutte le mie obiezioni di coscienza, invero,
sempre bramanti di conoscere oltre ciò che c'è da conoscere,
sempre pronte a concepire tutto ciò che sia ancora da concepire.
Tra i due, quel povero pastorello costretto a muovere di propria inventiva tutto il gregge,
ritrova nel perdersi e ricomporsi il suo vero io,
nel farlo tante di quelle volte, da ledersi e risanarsi
come fosse una condanna,
da rialzarsi, con gran lentezza,
al punto da perdere ogni fiamma pia che gli consenta di fare luce sul lato più profondo della propria scelta.
Anzi, di ciò che gli rimane, egli si trova presto a circoscriversi in poveri lumi sempre più ristretti,
e intensi, oltretutto,
di quel calore che una luce così misera e patita possa manifestare attorno al perimetro della propria immagine.
Io giungo a te con una missiva carica d'odio e disdegno, cui il tempo ne ha sbiadito l'inchiostro,
trasmutando ogni deplorevole sensazione in tinte d'odio e remissione sempre più torbide,
fino a concedersi quest'oggi l'investitura di colei che porta il peso della solitudine,
della delusione,
e della comprensione adesso congiunta.
Questa, ha di lei presto mutato ogni rossore in un'arida consapevolezza,
che di tutto ciò che io avrei da offriti, servirebbe soltanto a soddisfare l'apparenza,
o magari ancora l'appariscenza, di ogni tua richiesta, o del qualsivoglia insulto
che da una come te ci si possa attendere.
E ciò che hai avuto da offrirmi in questo lungo lasso di tempo, ha concupito ben poco,
e mai tanto da prendersi sul serio, ogni mia voglia vera e dal più profondo concepita,
peccando, quantomeno in costanza, nel portare più pestilenza che perseveranza,
laddove i miei banchetti costarono fatiche a coloro che presenziarono in ogni scena messa in atto.
Vedi dunque, con le futili armi che porti in grembo, costringi l'anima mia
nel conseguire quell'inevitabile assunzione di certezza,
una verità,
una, vera,
volta a spegnere definitivamente ogni stimolo sovrano nei tuoi confronti.
Specchio dei miei occhi, mi vedo nella meschina attesa
di uno scempio che, mai colpevole del mio destino, e ancora innocente agli occhi della giustizia,
possa offrirmi una sostanziosa sorte, dalla più dolce ricompensa, della più riprovevole sventura,
che possa espiarmi da tutte le colpe, come auspica ben bene la più vile tra le creature,
e riportarmi lungo la pace, serena, duratura,
laddove lo svolgersi severo dell'innocente mietitura,
lasci distendere i miei occhi,
conducendoli nel pieno riposo che la notte, nel suo grembo bardato d'oro buio,
possa concedermi salvandomi dal più greve peccato mortale,
lasciandomi, amaro, e mai del tutto indifferente, alla colpevole insofferenza
che porti la firma velata della mia più profonda e infima natura.


sabato 5 aprile 2014

Il Walzer della Notte

Cerchi concentrici.
Vuoti. Senza vita.
Mi giro e mi rigiro, in essi.
Muovo le dita.
Vacuità. Torpore.
L'annichilimento, non è dolore.
E' morte, è dissapore.
Spegnendosi si contano le ore.

Confusione.
Il cerchio a lungo gira.
Va via la testa, va via la vita.
Mi alzo, mi muovo.
Mi concentro nel rumore.
Silenzio.
Lo sguardo messo al fuoco.
Nel fuoco, non vi è calore.

Ogni anima è perduta.
L'occhio verso l'alto, e la luce vi è assopita.
Il petto mi si muove. Vive di sentimenti.
L'orchestra dirige il gioco.
I respiri sono indigesti.
Gli sguardi indifferenti.
M'attengo al mio copione.
Mi sveglio, per riaddormentarmi ancor più nel sopore.


domenica 30 marzo 2014

L'Ombra di Saturno

Ogni tanto penso che dovrei assecondarti, seguire il tuo pulpito, che così spesso con gran veemenza mi reciti come fosse quello più adatto alla mia morale.
Mi fermo e sento che sarebbe la cosa più giusta da fare riguardo tutto questo, dare spazio alla tua voce che troppo spesso ha dovuto esibirsi col lamento.
E più vado avanti, più riesci ad averne ragione, di me, di tutto ciò che mi corrisponde, riesci a convincermi da buon mercante, come si fa coi più sprovveduti passanti, a consumare la tua merce.
Forse un giorno la tua voce riempirà tutto questo.
Forse un giorno riuscirai a vendermi finalmente tutto ciò che vorrai, tutto ciò che possiedi.
E fino ad allora sarà un continuo battersi e ribattersi di questioni che parevano già risolte, ma che invece sempre più in fondo hanno posto le proprie radici.
E queste col tempo hanno già consumato gran parte dello spazio che riempiva l'intero sottosuolo, trovandosi così ad inerpicarsi, a contendersi e spingersi più in su, fino a ledermi e comprimere anche ciò che alla luce del sole aveva sempre giaciuto per suo insindacabile diritto.
Ecco allora che da buon mercante hai venduto a poco a poco il tuo prodotto, approfittando, affinché esso lasciasse germogliare in me le più cruente supposizioni, su ciò che fosse giusto e su ciò che fosse vero, su ciò che fin dal tempo era già stato scritto, su ciò che di così ancestrale, da allora, marcisse in me.
Ed eccomi qui dunque, adesso, alla stregua dei tuoi lamenti, contuso, e rivolto ai tuoi occhi, in balia della mercé dei tuoi giusti sentimenti, sempre pronti a concedersi parola quando il momento è più opportuno, o a lanciare il proprio fendente quando l'occasione si fa ghiotta.
E me li vendi cari questi tuoi lamenti.
Poiché col tempo mi rendo conto che essi acquistano sempre più valore, di come, con l'andare in alto e in basso delle stagioni, tu prenda possesso delle più squallide e luride speculazioni, per farne di esse un vanto, e per promuoverle, tra le più raggrumate delusioni, a concetti di valore e oggetti di un certo conto.
Il tempo mi da ragione di come nel breve lungo corso poi cambino le cose, come di tutta un'altra vita, si renda conto oggigiorno a dispetto del domani.
Eppure un tempo, di esso, si poneva un unico senso nei contorni lucenti del nostro passato, e tuttavia vi si cuoceva col giusto fuoco tutto il tepore del nostro concederci alla vita, quest'oggi.
Adesso mi fermo, qui, alla stregua delle nostre lunghe e interminabili conversazioni, a concedermi all'idea che forse quel gesto darebbe davvero conto del mio valore.
E' quel gesto di cui sempre tu mi parli, che ben dichiara qual è il senso ultimo della mia stessa vita, il quale, forse, ne è stato fino in fondo l'unico senso primario.
Tu mi parli, difatti, stregandomi di come un tempo si assaporasse lo stesso identico dolore celato sotto deplorevoli spoglie, di come muovendomi e sfuggendolo mi ritrovassi sempre ad annaspare in un mare consumato dallo stesso torpore che aveva già stroncato i miei stucchevoli sogni, quando mi muovevo ancora tra le fronde della più tenera età celeste.
Mi persuadi ancora, che il destino sarebbe stato già scritto, destino nel quale forse, avendo già perduto il più incantevole dei propositi, sarebbe andato perduto anche lo scorrere dei miei più antichi aurei risvolti.
Ecco dunque che, oltre il velo, infine, si scorge il sentiero a me riservato nel senso più atavico che sia mai stato imposto,
e questa notte mi trovi in ginocchio a dartene ogni ragione, e così come questa, d'altre notti m'hai venduto senza mai concedermi di assaporare un minimo raggio di quel sole che, com'era scritto, mi sarebbe stato dovuto fin dal principio.

1Ebbene,
2Forse un giorno ci prenderemo mio lieto mercante, e nel lungo abbraccio ci stringeremo, immergendoci di quel liquido nero, putrido e asfissiante.
3Forse quel giorno ci fonderemo nel più acceso amore così devastante, che in esso, nel nostro intenso abbraccio, affogheremo dolcemente con terrore ogni singolo istante.
4Forse soltanto del tuo sincero approdo avrai goduto, avido e ingordo, con l'occhio bramante, e con esso, grifagno predatore, la mia anima avrai preso, nel supplizio del suo ultimo respiro restante.

5Forse allora, quel mattino tornerai a rendere causa al mio vero fato, le cui trame in fondo, da lui sempre con cura m'hai decantato:
6"Sotto l'Ombra di Saturno tu sei nato e dal ventre, con spasimo, d'essa inerme sarai in eterno consumato".

                                        7