Giunti dunque al tracollo inevitabile del tempo e dello spazio, si deduce che tregua non è concessa da ciò che immune si svolge nel suo sentiero immutabile ed inoltre congiunto a se stesso quando s'inoltra nell'unico atto del concedersi uno scambio.
Si è intenti a parlare di un qualcosa che non vede riscontro alcuno in ciò che egli, il mesto Uomo di Scienza, s'addice a predicare, uno svolgersi costante di pulsioni e fluttuazioni vibranti che non concedono onore, tanto meno onere, neanche al più avverso incanto proteso ad incantare coloro che s'atteggino a mirarne, od oltremodo carpirne, il segreto più celeste.
L'ossequio, la riverenza, lo scambio perpetuo fra i contendenti si scorge inteso in un'ipotesi insondabile, altresì ben solida per coloro che, eroici, ed un po inconsistenti, s'apprestano a scorgervi segni, od ineffabili apparenze, impiastrati di vedute che giusto un po' consentono quel buffo tono d'ebbrezza che poi s'addice alla loro vista.
Che eppure tale ebbrezza sia d'indubbio pregio nella contesa con tale pedanteria è dato dalla sconcezza e dalla cialtroneria, di ciò che l'indomito Uomo, che giochi a crear l'iddio, s'appresta a proferire ed invero profetizzare, stando tutto impettito nel proprio vestitino quale esile burattino che sempre posto a legame vive sotto le redini di una regola più asfissiante.
Seppur tal ebbrezza s'accenna appena ai fuochi, il gesto dell'immane ominide si spegne sotto più ardenti roghi, confesso, reo, lui, del proprio appello alla povertà d'intenti ed alle più riduttive congetture su di un peso che non s'attiene mai a farsi carico, di cui egli non è di sicuro il messere proteso verso l'atto eroico del render conto a tale fame, pesantezza, incombenza, così risoluta da perdersi nel suo vile atto gelido del classificarne gli attrezzi in base al peso e non più al puro e sincero utilizzo ch'essi s'offrano d'improntare.
Inizia dunque la vicissitudine dell'angheria delle vie della logica, si protrae dunque la vigliaccheria, fino alla piena oppressione di ciò che ne detiene il giogo: sopruso e la più scevra sopraffazione delle vie di un cogito che del più intriso ne detiene il mezzo, e metà soltanto dunque, e che si appella con ognuna delle proprie forze poiché si oppone alla stregua dell'Immondo, nei mezzi che gli siano pur concessi.
La burla, il vezzeggio, l'ironia, son tutti modi con cui questa si presenti a turno, nel concedersi al gioco, ogni qualvolta il senso lo abbisogni.
Così perde la bussola lo scevro Uomo d'oltremondo, che si appresta all'atto dello sconvolgersi a danzare in una strada che ha compiuto un cerchio, di cui il perfetto s'avvista solo nel girare lungo e in tondo ad uno stesso luogo, senza mai chiedersi chi è che s'appresti realmente a muoversi, se il mondo, o se son me, l'immondo stesso.
Il calcolo, la misura, la distanza, s'affretta con estrema precisione: attendibilità, validità, "ossequità", "reverenzialità", "untuosità"; ecco che l'Uomo Immondo s'attiene a misurare, misurandone le misure, concedendosi misure d'urgenza per tali misurazioni, che di concreto, di valido, di attinente, si riducono a misurare solo la scelleratezza di un matto che provi a cogliere l'acqua di un oceano in una tazza per poterne conteggiare tutte le onde.
Il grande affollamento, su di cui questa "centellinazione" si scatena, produce, invero, sacrosante verità, parziali, marziane, intese solo per colui che d'illusione si racconta e che s'avvede nell'infausto gesto del poter sentirsi vero, dello sporgersi a sorte nel potersi riflettere ora equiparato a dio, quest'oggi, non di meno, così da risvegliarsi all'indomani di nuovo stanco, rappreso, disilluso, scosceso nell'animo, che protratto verso la giusta mole di verità si spande, colei che chiara, fulgida, splendente, s'incede sospesa dal ventre alla più plumbea estremità: la mente oggidì si sente come un peso imponente sul corpo celeste, che forte, fiero e pio della sbornia precedente, tutt'oggi s'avvede che qualcosa che non quadra.
E' la verità diffusa nelle verità che mistifica il sollazzo oltremodo incestuoso del volgersi a vanità, orchestrato dai propri piaceri più intimi (tra i più latenti), dagli immorali vizi solitari:
la grande somma non fa il totale; il grande caso, pur sistemato, non crea verità: la divide; il grande avvenimento è uno e uno soltanto, quando egli diviene molti, perde la causa prima per cui è stato operato, egli si riconosce in tanti, ma mai più si rivede in se stesso, perde il seme della consapevolezza, l'unico davvero di grande importanza per noi uomini di scienza.
Tutte le cose sono tante, ma in fondo sono solo una.
E' vero senza menzogna, è certo e verissimo tutto ciò che si sente in vetro con se stesso.
Se il vetro è offuscato bensì, ecco che la scienza si deprime, che il vero si disperde, ecco che l'ingegno si inceppa in una sorta di visione mistica, maturata dall'impeto lisergico da cui la pasta di cui s'è detto codesto Uomo impareggiabile, si sfalda in poche lusingherie.
L'Uomo d'oltremondo stia attento, si affondi in qualcosa di più duraturo, di più maturo, di più stabile e meno impeccabile, ché la propria visiera su cui s'è messo un figurino, ella lo inganna raccontandogli storie fiabesche di cui si possano accontentare solo le sue più recondite avvisaglie.
Le paure infondono cattive amicizie, spengono il fiato, concedono pochi lumi alla vista. La paura di quest'Abbietto è di perdersi e di mai ricomporsi, di non esser più burattinaio innamorato della propria immagine favolistica, di cederla e di scinderla in più parti che, nel marasma da lui creato dalla sua stessa vista monoculare, sarebbero impossibili da ritrovare e pertanto, in seguito, da ricomporre.
E' un'immagine di vanitas fissata nel tempo, nel modo e nel linguaggio, e che come epidemia s'è diffusa e di cui non si riesce più a trovare risoluzione tale che possa un poco lucidarne la lente.
In verità, di ciò che il ventre materno si circonda, non si discerne neanche una piccola parte; è come un fiume, che di invisibile ha solo il corpo, ma di cui è più che mai facile per l'uomo che si erige a piena conoscenza, riconoscerne in ogni istante il rapido rintocco; divenire è facile per questo sciogliersi ineffabile, proferire è sadico per Colui il quale s'inchioda al terreno stabile.
Le acque non sono mai realmente dome, riflesse in loro stesse. E se queste si fanno avanti, è bene che chi le venga a cercare lungo il loro percorso s'accerti di non esser da meno ogni qualvolta.
Chi rimane immobile a penzolare nei dogmi della propria pigrizia, scevri oltretutto qualunque onesta "moralità" intellettuale, ecco che non diviene, per lo più sviene in un torpore dal tepore grigiastro, stagna, come immerso nella bruma d'inverno quando questa si appiccica agli occhi ed affioca la vista.
Così, di fatto, l'immagine è semplice da ricalcare, soltanto che essa è già svanita, così come fanno le stelle quando, vanitose e dissolute, spariscono se ci si attarda a guardarle; esse sono già filate via, mentre noi ci affanniamo severi nel domandarci come si fa a starsene lassù e non fornirne mai riscontro.
Ci insegna, dunque, l'esperienza, che di lei, e di lei soltanto, è verità suprema, di cui tutte le altre fittizie regine del regno passato, s'inchinano ogni qualvolta questa faccia presa nel mostrarsi in piena luce.
Di lei c'è scienza e vera cura nel conservarsi d'ogni evento nostrano, così come del ricordo lontano allo stesso tempo, di cui questi Uomini Scienziati siffatti mai si vedono, ma che anzi, nella beffa, si spendono nel tempo per ricucirla di una qualità un po' più sbiadita.
Così si credono di esser dotti, quando invece si ricoprono solo di vezzi, nauseanti ed in sé corrotti.
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sabato 13 febbraio 2016
venerdì 11 settembre 2015
In Principio era l'Indeterminabile
Dio è dove non si può vedere.
È così soltanto che lo si può trovare.
Con ciò si determina la sua esistenza.
Con ciò si indetermina la sua esistenza.
Credere in Dio è un gioco.
È un gioco che non permette di non esser più bambini.
Chiedere cura, protezione, amore,
chiudersi in fasce, chiudere le fenditure ad un mondo così intenso.
Credere in Dio è un gioco.
Poiché l'unica cosa che dà senno a questo luogo
non è nient'altro che la morte.
Credere nella morte non è un gioco.
La morte allaga ogni cosa e comanda incertezza,
e poiché da essa non vi è clemenza.
credere in Dio è il modo.
Credere in Dio è il modo.
È il modo per alludere alla salvezza, per poter credere con fermezza.
Chiedere moto, scopo, posizione,
è il modo per perdersi in mete ed orizzonti tutt'altro che inscindibili.
Credere in Dio è il modo.
Poiché l'unica cosa che da senno a questo luogo
non è nient'altro che il senso.
Il senso è il moto. Il senso è la posizione.
Dio abbraccia ogni moto.
Dio abbraccia ogni posizione.
Abbraccia idoli che non siano noi stessi,
dona sfarzo alla pretesa di rimanere disconnessi.
Dio si nasconde, Dio si annoda
Dio si estende lungo lo scorrere invisibile che determina ogni immagine di sè.
È così soltanto che lo si può trovare.
Con ciò si determina la sua esistenza.
Con ciò si indetermina la sua esistenza.
Credere in Dio è un gioco.
È un gioco che non permette di non esser più bambini.
Chiedere cura, protezione, amore,
chiudersi in fasce, chiudere le fenditure ad un mondo così intenso.
Credere in Dio è un gioco.
Poiché l'unica cosa che dà senno a questo luogo
non è nient'altro che la morte.
Credere nella morte non è un gioco.
La morte allaga ogni cosa e comanda incertezza,
e poiché da essa non vi è clemenza.
credere in Dio è il modo.
Credere in Dio è il modo.
È il modo per alludere alla salvezza, per poter credere con fermezza.
Chiedere moto, scopo, posizione,
è il modo per perdersi in mete ed orizzonti tutt'altro che inscindibili.
Credere in Dio è il modo.
Poiché l'unica cosa che da senno a questo luogo
non è nient'altro che il senso.
Il senso è il moto. Il senso è la posizione.
Dio abbraccia ogni moto.
Dio abbraccia ogni posizione.
Abbraccia idoli che non siano noi stessi,
dona sfarzo alla pretesa di rimanere disconnessi.
Dio si nasconde, Dio si annoda
Dio si estende lungo lo scorrere invisibile che determina ogni immagine di sè.
![]() |
| Ringrazio Carlo, Federico e Guglielmo per avermi portato qui. |
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venerdì 29 maggio 2015
Il Dono
Perdersi tra queste mura
che mi trascinano nel tempo.
Perdersi tra queste strade
che disperdono la mia unicità.
È un sogno,
è un sogno dal cuore vivo,
che pulsa nel corpo di una realtà fatta di parole.
che mi trascinano nel tempo.
Perdersi tra queste strade
che disperdono la mia unicità.
È un sogno,
è un sogno dal cuore vivo,
che pulsa nel corpo di una realtà fatta di parole.
È un sogno in cui scorrono proiezioni lampanti
dei racconti del tempo che fu,
di storie in cui vi sono luoghi da sempre narrati,
luoghi che per giorni furono immaginati,
luoghi in cui vi era da narrare poi
sempre di qualche cosa,
o di qualche perduto ricordo.
Qui dove l'angolo fa la corte alla chiesa,
qui dove si odono gli echi dei medici
che si presero cura del tempo ammaliato,
risali le scale
e guarda,
adesso puoi apprendere come le emozioni
scorrano via attraverso i tuoi occhi.
L'acqua scorre in giù, segna il tempo che passa,
sulle rive lascia il tempo che resta
per concedersi ancora una volta
qualche ripiego al passato.
Vai ad immergerti in un idillio
la cui debolezza
è simbolo e specchio della più indescrivibile delicatezza.
Non c'è spazio per la notte,
si può al massimo tendere ad allargare il buio finché si può,
fin tanto che non si riesca più a vedere,
o a vedersi
neppure impigliati in una realtà tangibile al tocco.
Questa è la poesia,
questo è il dono di cui ti parlo
ogni qualvolta ti penso intensamente.
È il dono del giglio,
è il dono del cipresso,
è il dono di tutti i fiori, le rose azzurre,
e dei più nobili misteri che si aggirano lungo i sentieri più intricati,
dei racconti del tempo che fu,
di storie in cui vi sono luoghi da sempre narrati,
luoghi che per giorni furono immaginati,
luoghi in cui vi era da narrare poi
sempre di qualche cosa,
o di qualche perduto ricordo.
Qui dove l'angolo fa la corte alla chiesa,
qui dove si odono gli echi dei medici
che si presero cura del tempo ammaliato,
risali le scale
e guarda,
adesso puoi apprendere come le emozioni
scorrano via attraverso i tuoi occhi.
L'acqua scorre in giù, segna il tempo che passa,
sulle rive lascia il tempo che resta
per concedersi ancora una volta
qualche ripiego al passato.
Vai ad immergerti in un idillio
la cui debolezza
è simbolo e specchio della più indescrivibile delicatezza.
Non c'è spazio per la notte,
si può al massimo tendere ad allargare il buio finché si può,
fin tanto che non si riesca più a vedere,
o a vedersi
neppure impigliati in una realtà tangibile al tocco.
Questa è la poesia,
questo è il dono di cui ti parlo
ogni qualvolta ti penso intensamente.
È il dono del giglio,
è il dono del cipresso,
è il dono di tutti i fiori, le rose azzurre,
e dei più nobili misteri che si aggirano lungo i sentieri più intricati,
che vagano lì da soli a raccontarsi, magnificati,
tra le strade di questa città.
Qui dove fu l'isola dei morti,
è il luogo per le campane che suonano al giusto rintocco,
è il luogo in cui il glicine troppo in fretta si mostra sospeso in fiore,
è il luogo in cui sempre aperte sono le finestre
nell'attesa che tornino gli avventurieri dei racconti trapassati.
È il luogo in cui si conoscono i cinghiali,
e le fortune che incedono dai loro proventi,
è il luogo in cui ti vedi nel rincorrerti in uno stesso posto,
senza mai vederti, allo stesso modo, in un gioco predisposto.
È il luogo in cui mi fu permesso di aprire gli occhi
e guardare al di là delle cose,
di immergermi con tutto me stesso, una volta,
e di concedermi un bagno in queste acque consumate,
in cui in vite precedenti ho già imbastito legami così intensi
da non poterne mai dimenticare il sentore invisibile, seppur lontano dagli occhi.
Questo è il più grande dono che mi hai concesso Fiorente Viola,
Qui dove fu l'isola dei morti,
è il luogo per le campane che suonano al giusto rintocco,
è il luogo in cui il glicine troppo in fretta si mostra sospeso in fiore,
è il luogo in cui sempre aperte sono le finestre
nell'attesa che tornino gli avventurieri dei racconti trapassati.
È il luogo in cui si conoscono i cinghiali,
e le fortune che incedono dai loro proventi,
è il luogo in cui ti vedi nel rincorrerti in uno stesso posto,
senza mai vederti, allo stesso modo, in un gioco predisposto.
È il luogo in cui mi fu permesso di aprire gli occhi
e guardare al di là delle cose,
di immergermi con tutto me stesso, una volta,
e di concedermi un bagno in queste acque consumate,
in cui in vite precedenti ho già imbastito legami così intensi
da non poterne mai dimenticare il sentore invisibile, seppur lontano dagli occhi.
Questo è il più grande dono che mi hai concesso Fiorente Viola,
è questo che ho colto, nelle mie notti, dal Santo al Pellegrino:
tu sei l'idea,
tu sei l'ideale, a cui appendo le mie malinconie,
il tuo dono è nello spirito,
in esso, la via che ci abbraccia in tutte le cose
e che mai ci disperde,
neppure quando ne vengono arginati i più arditi risvolti.
E quando il sogno svanisce,
ecco che l'occhio si apre su una dea senza coscienza,
ecco che il tempo si delinea quale sublime occasione
tu sei l'ideale, a cui appendo le mie malinconie,
il tuo dono è nello spirito,
in esso, la via che ci abbraccia in tutte le cose
e che mai ci disperde,
neppure quando ne vengono arginati i più arditi risvolti.
E quando il sogno svanisce,
ecco che l'occhio si apre su una dea senza coscienza,
ecco che il tempo si delinea quale sublime occasione
in cui concedersi non è che un'empia decisione;
qui dove il sogno s'infrange
il cuore si frantuma nel dirsi impotente.
Dal ponte si entra,
dal ponte, poi, si esce.
Seppur tutt'oggi te lo chiedessi,
è di un dono povero al tatto
quello di cui si parla,
ma è un dono così intenso e concreto nella realtà che ivi si narra,
qui dove il sogno s'infrange
il cuore si frantuma nel dirsi impotente.
Dal ponte si entra,
dal ponte, poi, si esce.
Seppur tutt'oggi te lo chiedessi,
è di un dono povero al tatto
quello di cui si parla,
ma è un dono così intenso e concreto nella realtà che ivi si narra,
che colui della quale vi s'intinge ciò nonostante
nella stessa porta il nome,
l'effige impalpabile di sognante.
nella stessa porta il nome,
l'effige impalpabile di sognante.
Hic lapis exilis extat, pretio quoque vilis, spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis.
domenica 21 dicembre 2014
Coro degli Angeli: L'Accecante Vetrificazione
"Perchè cosi attratte dalla luce?
Pensate forse sia questa a concedervi la grazia?
No,
siete voi stesse,
siete voi che dovete salvarvi per miserabile costrizione.
Per cosa?
Per nulla,
nient'altro.
Così brucerete soltanto."
Pensate forse sia questa a concedervi la grazia?
No,
siete voi stesse,
siete voi che dovete salvarvi per miserabile costrizione.
Per cosa?
Per nulla,
nient'altro.
Così brucerete soltanto."
giovedì 20 novembre 2014
A Torinó Kutya
Tenere i piedi saldi in alcun posto,
questo navigare
è il mio sadico racconto.
Sospeso in torrioni,
tra le funi,
questo navigare
è il mio sadico racconto.
Sospeso in torrioni,
tra le funi,
dalle stanze più buie s'offuscano i vetri;
non è più vero ciò che osservo.
L'infausta creazione di un mondo che non ha più confini,
non è più vero ciò che osservo.
L'infausta creazione di un mondo che non ha più confini,
né termini fragili,
in cui sia possibile affossare alcun appoggio.
Sì ch'ogni parte non m'appartenga,
che conceda alla vista
soltanto margini più stretti;
nulla è più ciò che mi circonda.
Muovendomi senza le redini
disperdo le parti,
in quanto vittima sacrificale,
mi offro alla stregua
di un più congegnato incrocio,
mi spengo,
mi lascio affondare tra i machiavellici risvolti di questo insano frutto.
Come in una zattera,
in un continuo spostarsi, sempre più in là...
Mi arrendo con malinconia
alla gioia più cupa,
in cui sia possibile affossare alcun appoggio.
Sì ch'ogni parte non m'appartenga,
che conceda alla vista
soltanto margini più stretti;
nulla è più ciò che mi circonda.
Muovendomi senza le redini
disperdo le parti,
in quanto vittima sacrificale,
mi offro alla stregua
di un più congegnato incrocio,
mi spengo,
mi lascio affondare tra i machiavellici risvolti di questo insano frutto.
Come in una zattera,
in un continuo spostarsi, sempre più in là...
Mi arrendo con malinconia
alla gioia più cupa,
conscio d'aver perso la geografia d'ogni posto;
è così che attendo solerte
l'arrivo d'ogni luogo in cui sia concesso respirare
per poi raccogliere il fiato.
È un tuffo nel vacuo,
intenso,
è così che attendo solerte
l'arrivo d'ogni luogo in cui sia concesso respirare
per poi raccogliere il fiato.
È un tuffo nel vacuo,
intenso,
intriso in un flusso che circonda ogni mio arto,
si beffa di me,
mi lascia vuoto e senza fluidi che possano scioglierne il pianto.
Un involucro vuoto
così che tutto lo attraversi.
Né difese, né comandi,
tutto scorre attraverso.
Si trascinano le parti
esterne, vuote, senza meta,
spogliate d'ogni patria d'appartenenza.
Riaffiorano visioni dove ogni soggetto è terzo,
è a parte, mai parte,
e non si placa l'oceano ora privo di consistenza.
L'una regola è tale
e di lei è untuoso ossequio e riverenza.
D'essa, gli arti si muovono ad arte,
là sotto, laddove sommersa è la vista,
un demiurgo stringe le sorti,
si muove in disparte,
le intinge della più florida indifferenza.
Di una platea vuota
non si nutrono le gesta del burattino,
il burattinaio,
egli osserva, sommesso e silente,
attende il via del commediante.
Come un tempio, lo spettacolo è in silenzio:
gli attori, il drammaturgo,
il commediante,
finanche colui che stende il velo,
attendono inermi che il tempo s'addormenti,
così che l'attimo s'addensi,
e che qualcuno, fiducioso, si affretti a passare;
e nello sporgersi per le strade,
tra i convenevoli appariscenti,
si chiudono in osservanza
dove i sensi rattrappiscono.
Colui che attratto s'avvede a scrutar dentro
si porta in cerca di un significato,
vi trova polvere e catrame,
in cerchio
avvolte da un violento respirare.
Nessuno è in casa adesso, nessuno è al proprio posto.
mi lascia vuoto e senza fluidi che possano scioglierne il pianto.
Un involucro vuoto
così che tutto lo attraversi.
Né difese, né comandi,
tutto scorre attraverso.
Si trascinano le parti
esterne, vuote, senza meta,
spogliate d'ogni patria d'appartenenza.
Riaffiorano visioni dove ogni soggetto è terzo,
è a parte, mai parte,
e non si placa l'oceano ora privo di consistenza.
L'una regola è tale
e di lei è untuoso ossequio e riverenza.
D'essa, gli arti si muovono ad arte,
là sotto, laddove sommersa è la vista,
un demiurgo stringe le sorti,
si muove in disparte,
le intinge della più florida indifferenza.
Di una platea vuota
non si nutrono le gesta del burattino,
il burattinaio,
egli osserva, sommesso e silente,
attende il via del commediante.
Come un tempio, lo spettacolo è in silenzio:
gli attori, il drammaturgo,
il commediante,
finanche colui che stende il velo,
attendono inermi che il tempo s'addormenti,
così che l'attimo s'addensi,
e che qualcuno, fiducioso, si affretti a passare;
e nello sporgersi per le strade,
tra i convenevoli appariscenti,
si chiudono in osservanza
dove i sensi rattrappiscono.
Colui che attratto s'avvede a scrutar dentro
si porta in cerca di un significato,
vi trova polvere e catrame,
in cerchio
avvolte da un violento respirare.
Nessuno è in casa adesso, nessuno è al proprio posto.
giovedì 28 agosto 2014
Il Miracolo del Diniego
L'antefatto fu pertanto
ch'io nacqui sbagliato,
poiché, di fondo, io scelsi l'inferno
quale retta via capovolta, da cui concedermi il conforto.
Se precetto fu tale da rendermi comunque vano,
ecco allora che il concetto di cui avvalersi beatamente
fu rivolto, senza tregua, allo sguardo di un profano.
lunedì 4 agosto 2014
Obiezione di un Décadent
E' la disarmonia che crea la vita.
Ciò è indubbio.
Il mondo tende più al disequilibrio che al riequilibrio.
Così sono anche le forze, le parti, l'antimateria e la materia.
Se queste due collimassero e si disponessero in parti uguali, giungerebbero ad annichilimento.
Armonia vi è dunque, ma possibile soltanto dal disequilibrio.
E' ciò dunque altresì definibile come armonia?
A me pare sia più una sorta di stonatura che ha trovato in una nuova forma una propria armonia ed il proprio equilibrio.
Disequilibriamo forze, pur di poter provare di esistere.
L'universo stesso stravolge il giusto corso armonico dei versi, pur di poter provare che qualcosa sia tangibile.
Così come queste, anche l'esistenza umana è concepita secondo questo schema ben definito.
Ognuno è vittima ,ed allo stesso tempo causa, delle proprie sventure.
Tutti nasciamo vittime di ciò che è stato imposto noi, genitorialmente, culturalmente, socialmente.
E la stragran maggioranza degli individui è così adattata ad una tendenza generalmente discordante dal concetto d'equilibrio od armonia che si voglia.
I due non sono propriamente sinonimi,
eppur spesso si avvicinano nell'intento, a discapito del contesto, chiaramente.
Vi può essere armonia senza alcun equilibrio o vi può essere equilibrio senza alcuna armonia?
La risposta è soggettiva forse, in entrambi i casi.
Gli individui ordunque tendono in gran maggioranza al disequilibrio, alla disarmonia.
Né è testimonianza inoppugnabile la posizione orrifica in cui è giunta l'esistenza umana fino a questo punto.
Lo stato in cui la terra è lasciata poltrire è tutt'altro che armonico, questo è chiaro.
Lo stato in cui la società civile umana è lasciata poltrire, è tutt'altro che armonico, anche questo è chiaro.
Lo stato in cui l'essere umano stesso, l'individuo nella sua totalità, è lasciato poltrire, beh,
anche questo è chiaro, ed è anche una delle possibili cause che determinano tutte le altre.
Scegliamo tutti indubbiamente di perderci nell'oblio dove le parti non combaciano.
Attraverso un microscopio, quello dell'intelletto sia chiaro, è possibile poi concepire come questa scelta apparente sia in realtà dettata da altro.
Di come gli elementi sopraelencati, siano causa e concausa di questa ed altre scelte di cui non si è coscienti.
E di chi è allora la colpa?
Chi tende la freccia verso questo stabile stato in cui l'instabilità di un equilibrio precario, e talvolta mai raggiunto, fa da padrone indisturbato nel corso di tutta una vita intera?
Si tratta forse di una trappola ricorsiva in cui tutti siamo cascati senza che mai ci si rendesse conto.
Di un eterno ritorno in cui tutte le cose si presentano uguali come fonte e conseguenza.
Di una coazione a ripetere all'infinito della storia dell'umana amara sorte, volta verso la negazione di una libertà di una natura, che più volte ha chiesto appello per poter svolgere il proprio corso.
E chi scorge l'armonia e chi si fionda sull'equilibrio non è mai scorto abbastanza.
Viene messo al margine, al più etichettato come folle o non appropriato.
E' questa la storia della strana amara sorte, della vita umana e dell'attesa per la morte.
E' forse la morte la degna causa di tutto questo inumano addensarsi?
Sarebbe una soluzione troppo banale di per certo.
Eppure è la fiaccola che alimenta questa spirale della vergogna.
E' forse questo un modo per concedersi maggior spazio al suo posto?
Forse è l'ipotesi più plausibile.
Come se la morte fosse un equilibrio, e come se le parti la raggiungessero una volta combaciate.
Ecco fondersi la materia e l'antimateria calzante, e dal passo sempre fiero, verso il velo della morte.
E' un po' il simbolo dell'umana sorte.
Ecco dunque che il disequilibrio è la chiave per concedersi un lusso.
Nella disarmonia, nel perdersi, nel non ricordarsi del triste fato che vorrebbe non farci esistere.
in ciò vi è il lusso più grande che sia permesso.
E' quasi un errore si dice, se la materia si è formata.
Di certo in natura, gli errori non esistono,
ma forse dunque tutta la vita è un errore.
Ecco allora la chiave del mio disequilibrio,
c'è più verità in disarmonia che in armonia.
Secondo la più bieca vista, l'occhio vede più decadenza che sostanza.
E' la legge della maggioranza, della selezione.
Ed è assolutamente più che umana la cecità mentale.
Ecco allora tutta l'onestà della mia dissonanza,
se tocco il centro per dissolvermi
cerco la direzione opposta per sottrarmene beatamente,
e per concedermi il più estremo lusso che mi sia ancor più concesso:
perdersi nella decadenza,
giusto appena per poter "sentir" qualcosa.
Ciò è indubbio.
Il mondo tende più al disequilibrio che al riequilibrio.
Così sono anche le forze, le parti, l'antimateria e la materia.
Se queste due collimassero e si disponessero in parti uguali, giungerebbero ad annichilimento.
Armonia vi è dunque, ma possibile soltanto dal disequilibrio.
E' ciò dunque altresì definibile come armonia?
A me pare sia più una sorta di stonatura che ha trovato in una nuova forma una propria armonia ed il proprio equilibrio.
Disequilibriamo forze, pur di poter provare di esistere.
L'universo stesso stravolge il giusto corso armonico dei versi, pur di poter provare che qualcosa sia tangibile.
Così come queste, anche l'esistenza umana è concepita secondo questo schema ben definito.
Ognuno è vittima ,ed allo stesso tempo causa, delle proprie sventure.
Tutti nasciamo vittime di ciò che è stato imposto noi, genitorialmente, culturalmente, socialmente.
E la stragran maggioranza degli individui è così adattata ad una tendenza generalmente discordante dal concetto d'equilibrio od armonia che si voglia.
I due non sono propriamente sinonimi,
eppur spesso si avvicinano nell'intento, a discapito del contesto, chiaramente.
Vi può essere armonia senza alcun equilibrio o vi può essere equilibrio senza alcuna armonia?
La risposta è soggettiva forse, in entrambi i casi.
Gli individui ordunque tendono in gran maggioranza al disequilibrio, alla disarmonia.
Né è testimonianza inoppugnabile la posizione orrifica in cui è giunta l'esistenza umana fino a questo punto.
Lo stato in cui la terra è lasciata poltrire è tutt'altro che armonico, questo è chiaro.
Lo stato in cui la società civile umana è lasciata poltrire, è tutt'altro che armonico, anche questo è chiaro.
Lo stato in cui l'essere umano stesso, l'individuo nella sua totalità, è lasciato poltrire, beh,
anche questo è chiaro, ed è anche una delle possibili cause che determinano tutte le altre.
Scegliamo tutti indubbiamente di perderci nell'oblio dove le parti non combaciano.
Attraverso un microscopio, quello dell'intelletto sia chiaro, è possibile poi concepire come questa scelta apparente sia in realtà dettata da altro.
Di come gli elementi sopraelencati, siano causa e concausa di questa ed altre scelte di cui non si è coscienti.
E di chi è allora la colpa?
Chi tende la freccia verso questo stabile stato in cui l'instabilità di un equilibrio precario, e talvolta mai raggiunto, fa da padrone indisturbato nel corso di tutta una vita intera?
Si tratta forse di una trappola ricorsiva in cui tutti siamo cascati senza che mai ci si rendesse conto.
Di un eterno ritorno in cui tutte le cose si presentano uguali come fonte e conseguenza.
Di una coazione a ripetere all'infinito della storia dell'umana amara sorte, volta verso la negazione di una libertà di una natura, che più volte ha chiesto appello per poter svolgere il proprio corso.
E chi scorge l'armonia e chi si fionda sull'equilibrio non è mai scorto abbastanza.
Viene messo al margine, al più etichettato come folle o non appropriato.
E' questa la storia della strana amara sorte, della vita umana e dell'attesa per la morte.
E' forse la morte la degna causa di tutto questo inumano addensarsi?
Sarebbe una soluzione troppo banale di per certo.
Eppure è la fiaccola che alimenta questa spirale della vergogna.
E' forse questo un modo per concedersi maggior spazio al suo posto?
Forse è l'ipotesi più plausibile.
Come se la morte fosse un equilibrio, e come se le parti la raggiungessero una volta combaciate.
Ecco fondersi la materia e l'antimateria calzante, e dal passo sempre fiero, verso il velo della morte.
E' un po' il simbolo dell'umana sorte.
Ecco dunque che il disequilibrio è la chiave per concedersi un lusso.
Nella disarmonia, nel perdersi, nel non ricordarsi del triste fato che vorrebbe non farci esistere.
in ciò vi è il lusso più grande che sia permesso.
E' quasi un errore si dice, se la materia si è formata.
Di certo in natura, gli errori non esistono,
ma forse dunque tutta la vita è un errore.
Ecco allora la chiave del mio disequilibrio,
c'è più verità in disarmonia che in armonia.
Secondo la più bieca vista, l'occhio vede più decadenza che sostanza.
E' la legge della maggioranza, della selezione.
Ed è assolutamente più che umana la cecità mentale.
Ecco allora tutta l'onestà della mia dissonanza,
se tocco il centro per dissolvermi
cerco la direzione opposta per sottrarmene beatamente,
e per concedermi il più estremo lusso che mi sia ancor più concesso:
perdersi nella decadenza,
giusto appena per poter "sentir" qualcosa.
a proposito di armonia..
giovedì 15 maggio 2014
Il Ballo del Dandy Mancato
Il mondo è sbagliato.
Tutto il creato è sbagliato.
E' psicotico. E' utopico. E' antitetico.
Come si può pretendere di giungere al miglioramento,
se proprio ciò che governa l'azione, il moto, la realizzazione,
non è altro che il peggioramento?
L'egoismo, l'appagamento, la prevaricazione, la supremazia, la selezione naturale.
Questo è il carburante che dà il moto allo svolgimento.
Si tratta di una legge incolore si è detto. Certamente.
Ma se solo si evitasse di gingillarsi di colori idilliaci e apollinei,
volti alla tintura di un universo iperuranico, allo Streben!
In cui tutto è assai più ipocrita ed effimero di ciò che si appare.
Allora sì! Che si compirebbe a buon rendere, ciò che si è detto.
Allora sì! Che il creato giungerebbe a condotta perfetta!
Ciò è solo noia per le mie orecchie.
E' strazio per la mia eterna passione di morte.
Non vi è intelligenza, per tal creatura che fa vezzo del definirsi tale!
L'onestà, l'integrità, la fierezza, l'emozione!
Il poter dire: "Io sono il Male! - Io provo bramosia eterna per tutto ciò che è Male!!"
Ah come dipingeremmo le nostre carte!
Ah quali colori impercettibili saremmo tutt'ora in grado di scorgere dal mare!
Se solo ci concedessimo...
No! Invece no! È più decoroso insistere nel trastullarci di bramosie peccaminose,
bramosie negate, negabili, inaccessibili, inconsumabili,
alla stregua di quei pochi paggetti circensi che guidano le nostre vite,
mentre ci si protrae, totalmente ciechi, ottusi e addormentati, nel lasciarsi guidare
verso la nostra Vera morte!
Il consumarci eterno, così da non dover mai nascere, non dover morire.
Consumo, per poi predisporci alla vendita, alle migliori offerte.
No, talvolta volando basso sulle peggiori, le più infami e disperate.
Accusatevi della vostra stessa ricetta! Fatelo, ancora una volta,
ricercate dove sorge la sede d'ogni vostro più intenso male!
Quanta noia, quanto splendore mancato.
Ecco allora,
io ho qui trovato il mio incastro,
ecco cosa annovera ogni mio svolgimento:
sto seduto qui.
Guardo, mangio, dormo. Mi consumo del patimento.
No, non me ne infischio, né mi svuoto dentro.
Soltanto, mi nutro delle vostre incomprensioni,
delle più remote lacune che lasciate estendersi, come uccelli addomesticati.
Dunque sì, non lavoro.
Non mi muovo. Né do altresì soddisfazione alle vostre continue richieste,
del compiere per voi azioni che siano avvolgenti, coinvolgenti, o addirittura ammaestrate.
Che possano cogliere e ravvivare sempre la vostra attenzione, così vuota di voi stessi,
così pregna di sostanze narcotizzanti, e perduta per sempre nell'oblio delle vostre sorti,
che si riciclano,
come esperienze vissute ruotandosi intorno, senza mai inquadrare un cerchio.
Senza mai puntare verso il centro, giusto per seguirne qualche raggio.
Concepire dov'è che fa poi capolinea..
Eppure non di voi qui si parla!
Questo è il mio posto.
La danza, l'esultanza, l'ebbrezza e l'ubriachezza!
Io non farò nulla! Mai nulla! Nulla!
Nulla che per voi, equivarrà al far qualcosa.
Sdraiato qui,
inzuppato fradicio delle più ebbre fronde, che mi pervadano allora, da cima a fondo.
Dormo, non mi sveglio, Dormo!
Mi siedo qui e quando voglio guardo dall'altra parte.
Pervaso dal mio mondo zuppo di incantevoli voglie e sublimi bramosie,
intense, marcate, così sfuggevoli, ma tuttavia conquistate..
Così infischianti e durature, anche ingannevoli ma a volte pure.
Questo è un inno alla vita, di certo lo è più del vostro.
Non contiene alcun inganno, soltanto il peso dell'essersi preso posto.
Tutto il creato è sbagliato.
E' psicotico. E' utopico. E' antitetico.
Come si può pretendere di giungere al miglioramento,
se proprio ciò che governa l'azione, il moto, la realizzazione,
non è altro che il peggioramento?
L'egoismo, l'appagamento, la prevaricazione, la supremazia, la selezione naturale.
Questo è il carburante che dà il moto allo svolgimento.
Si tratta di una legge incolore si è detto. Certamente.
Ma se solo si evitasse di gingillarsi di colori idilliaci e apollinei,
volti alla tintura di un universo iperuranico, allo Streben!
In cui tutto è assai più ipocrita ed effimero di ciò che si appare.
Allora sì! Che si compirebbe a buon rendere, ciò che si è detto.
Allora sì! Che il creato giungerebbe a condotta perfetta!
Ciò è solo noia per le mie orecchie.
E' strazio per la mia eterna passione di morte.
Non vi è intelligenza, per tal creatura che fa vezzo del definirsi tale!
L'onestà, l'integrità, la fierezza, l'emozione!
Il poter dire: "Io sono il Male! - Io provo bramosia eterna per tutto ciò che è Male!!"
Ah come dipingeremmo le nostre carte!
Ah quali colori impercettibili saremmo tutt'ora in grado di scorgere dal mare!
Se solo ci concedessimo...
No! Invece no! È più decoroso insistere nel trastullarci di bramosie peccaminose,
bramosie negate, negabili, inaccessibili, inconsumabili,
alla stregua di quei pochi paggetti circensi che guidano le nostre vite,
mentre ci si protrae, totalmente ciechi, ottusi e addormentati, nel lasciarsi guidare
verso la nostra Vera morte!
Il consumarci eterno, così da non dover mai nascere, non dover morire.
Consumo, per poi predisporci alla vendita, alle migliori offerte.
No, talvolta volando basso sulle peggiori, le più infami e disperate.
Accusatevi della vostra stessa ricetta! Fatelo, ancora una volta,
ricercate dove sorge la sede d'ogni vostro più intenso male!
Quanta noia, quanto splendore mancato.
Ecco allora,
io ho qui trovato il mio incastro,
ecco cosa annovera ogni mio svolgimento:
sto seduto qui.
Guardo, mangio, dormo. Mi consumo del patimento.
No, non me ne infischio, né mi svuoto dentro.
Soltanto, mi nutro delle vostre incomprensioni,
delle più remote lacune che lasciate estendersi, come uccelli addomesticati.
Dunque sì, non lavoro.
Non mi muovo. Né do altresì soddisfazione alle vostre continue richieste,
del compiere per voi azioni che siano avvolgenti, coinvolgenti, o addirittura ammaestrate.
Che possano cogliere e ravvivare sempre la vostra attenzione, così vuota di voi stessi,
così pregna di sostanze narcotizzanti, e perduta per sempre nell'oblio delle vostre sorti,
che si riciclano,
come esperienze vissute ruotandosi intorno, senza mai inquadrare un cerchio.
Senza mai puntare verso il centro, giusto per seguirne qualche raggio.
Concepire dov'è che fa poi capolinea..
Eppure non di voi qui si parla!
Questo è il mio posto.
La danza, l'esultanza, l'ebbrezza e l'ubriachezza!
Io non farò nulla! Mai nulla! Nulla!
Nulla che per voi, equivarrà al far qualcosa.
Sdraiato qui,
inzuppato fradicio delle più ebbre fronde, che mi pervadano allora, da cima a fondo.
Dormo, non mi sveglio, Dormo!
Mi siedo qui e quando voglio guardo dall'altra parte.
Pervaso dal mio mondo zuppo di incantevoli voglie e sublimi bramosie,
intense, marcate, così sfuggevoli, ma tuttavia conquistate..
Così infischianti e durature, anche ingannevoli ma a volte pure.
Questo è un inno alla vita, di certo lo è più del vostro.
Non contiene alcun inganno, soltanto il peso dell'essersi preso posto.
venerdì 18 aprile 2014
Direct To Your Soul
Sai,
io amo le cose che resistono nel tempo.
E penso che debbano farlo,
perché così facendo
diventano la dimostrazione vivente della negazione della vita.
io amo le cose che resistono nel tempo.
E penso che debbano farlo,
perché così facendo
diventano la dimostrazione vivente della negazione della vita.
giovedì 17 aprile 2014
Lettera D'Amore
Io non ti amo. Né t'amerò mai veramente.
Questo l'ho compreso.
Vivremo sempre in questo tragico rapporto. C'è poco da dire.
Tu mi offri dal canto tuo troppe poche e fievoli tentazioni, tali che
possano realmente reggere lo spirito compulsivo di un dominio a tutto tondo,
come quello che si propone dall'altro capo, attuato da un bollore imperante
che ottunde dinnanzi a sé ogni vista, priva di decoro, che non sia degna del più sadico confronto.
Io, dal canto mio, mi offro gelido ma sincero in tutto ciò che ho da offriti.
Eccoti.
Eccomi qui, pronto a concederti tutte le mie verità.
Così come tutte le mie obiezioni di coscienza, invero,
sempre bramanti di conoscere oltre ciò che c'è da conoscere,
sempre pronte a concepire tutto ciò che sia ancora da concepire.
Tra i due, quel povero pastorello costretto a muovere di propria inventiva tutto il gregge,
ritrova nel perdersi e ricomporsi il suo vero io,
nel farlo tante di quelle volte, da ledersi e risanarsi
come fosse una condanna,
da rialzarsi, con gran lentezza,
al punto da perdere ogni fiamma pia che gli consenta di fare luce sul lato più profondo della propria scelta.
Anzi, di ciò che gli rimane, egli si trova presto a circoscriversi in poveri lumi sempre più ristretti,
e intensi, oltretutto,
di quel calore che una luce così misera e patita possa manifestare attorno al perimetro della propria immagine.
Io giungo a te con una missiva carica d'odio e disdegno, cui il tempo ne ha sbiadito l'inchiostro,
trasmutando ogni deplorevole sensazione in tinte d'odio e remissione sempre più torbide,
fino a concedersi quest'oggi l'investitura di colei che porta il peso della solitudine,
della delusione,
e della comprensione adesso congiunta.
Questa, ha di lei presto mutato ogni rossore in un'arida consapevolezza,
che di tutto ciò che io avrei da offriti, servirebbe soltanto a soddisfare l'apparenza,
o magari ancora l'appariscenza, di ogni tua richiesta, o del qualsivoglia insulto
che da una come te ci si possa attendere.
E ciò che hai avuto da offrirmi in questo lungo lasso di tempo, ha concupito ben poco,
e mai tanto da prendersi sul serio, ogni mia voglia vera e dal più profondo concepita,
peccando, quantomeno in costanza, nel portare più pestilenza che perseveranza,
laddove i miei banchetti costarono fatiche a coloro che presenziarono in ogni scena messa in atto.
Vedi dunque, con le futili armi che porti in grembo, costringi l'anima mia
nel conseguire quell'inevitabile assunzione di certezza,
una verità,
una, vera,
volta a spegnere definitivamente ogni stimolo sovrano nei tuoi confronti.
Specchio dei miei occhi, mi vedo nella meschina attesa
di uno scempio che, mai colpevole del mio destino, e ancora innocente agli occhi della giustizia,
possa offrirmi una sostanziosa sorte, dalla più dolce ricompensa, della più riprovevole sventura,
che possa espiarmi da tutte le colpe, come auspica ben bene la più vile tra le creature,
e riportarmi lungo la pace, serena, duratura,
laddove lo svolgersi severo dell'innocente mietitura,
lasci distendere i miei occhi,
conducendoli nel pieno riposo che la notte, nel suo grembo bardato d'oro buio,
possa concedermi salvandomi dal più greve peccato mortale,
lasciandomi, amaro, e mai del tutto indifferente, alla colpevole insofferenza
che porti la firma velata della mia più profonda e infima natura.
Questo l'ho compreso.
Vivremo sempre in questo tragico rapporto. C'è poco da dire.
Tu mi offri dal canto tuo troppe poche e fievoli tentazioni, tali che
possano realmente reggere lo spirito compulsivo di un dominio a tutto tondo,
come quello che si propone dall'altro capo, attuato da un bollore imperante
che ottunde dinnanzi a sé ogni vista, priva di decoro, che non sia degna del più sadico confronto.
Io, dal canto mio, mi offro gelido ma sincero in tutto ciò che ho da offriti.
Eccoti.
Eccomi qui, pronto a concederti tutte le mie verità.
Così come tutte le mie obiezioni di coscienza, invero,
sempre bramanti di conoscere oltre ciò che c'è da conoscere,
sempre pronte a concepire tutto ciò che sia ancora da concepire.
Tra i due, quel povero pastorello costretto a muovere di propria inventiva tutto il gregge,
ritrova nel perdersi e ricomporsi il suo vero io,
nel farlo tante di quelle volte, da ledersi e risanarsi
come fosse una condanna,
da rialzarsi, con gran lentezza,
al punto da perdere ogni fiamma pia che gli consenta di fare luce sul lato più profondo della propria scelta.
Anzi, di ciò che gli rimane, egli si trova presto a circoscriversi in poveri lumi sempre più ristretti,
e intensi, oltretutto,
di quel calore che una luce così misera e patita possa manifestare attorno al perimetro della propria immagine.
Io giungo a te con una missiva carica d'odio e disdegno, cui il tempo ne ha sbiadito l'inchiostro,
trasmutando ogni deplorevole sensazione in tinte d'odio e remissione sempre più torbide,
fino a concedersi quest'oggi l'investitura di colei che porta il peso della solitudine,
della delusione,
e della comprensione adesso congiunta.
Questa, ha di lei presto mutato ogni rossore in un'arida consapevolezza,
che di tutto ciò che io avrei da offriti, servirebbe soltanto a soddisfare l'apparenza,
o magari ancora l'appariscenza, di ogni tua richiesta, o del qualsivoglia insulto
che da una come te ci si possa attendere.
E ciò che hai avuto da offrirmi in questo lungo lasso di tempo, ha concupito ben poco,
e mai tanto da prendersi sul serio, ogni mia voglia vera e dal più profondo concepita,
peccando, quantomeno in costanza, nel portare più pestilenza che perseveranza,
laddove i miei banchetti costarono fatiche a coloro che presenziarono in ogni scena messa in atto.
Vedi dunque, con le futili armi che porti in grembo, costringi l'anima mia
nel conseguire quell'inevitabile assunzione di certezza,
una verità,
una, vera,
volta a spegnere definitivamente ogni stimolo sovrano nei tuoi confronti.
Specchio dei miei occhi, mi vedo nella meschina attesa
di uno scempio che, mai colpevole del mio destino, e ancora innocente agli occhi della giustizia,
possa offrirmi una sostanziosa sorte, dalla più dolce ricompensa, della più riprovevole sventura,
che possa espiarmi da tutte le colpe, come auspica ben bene la più vile tra le creature,
e riportarmi lungo la pace, serena, duratura,
laddove lo svolgersi severo dell'innocente mietitura,
lasci distendere i miei occhi,
conducendoli nel pieno riposo che la notte, nel suo grembo bardato d'oro buio,
possa concedermi salvandomi dal più greve peccato mortale,
lasciandomi, amaro, e mai del tutto indifferente, alla colpevole insofferenza
che porti la firma velata della mia più profonda e infima natura.
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domenica 19 gennaio 2014
Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 2: La Scienza come Morale
Così si riduce lesto lo scempio ad un insensato e dozzinale professo di Morale Scientifica, latente, uniforme e potente, così da poter giungere all'onnipotente, ed onnipresente, protezione da ogni errore fatto, commesso, concesso, e d'ogni qualsivoglia scelta sbagliata, errata od addirittura non prevista!
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.
sabato 12 ottobre 2013
Ode all'Arte Regia
L'arte è l'unico mezzo che permetta all'uomo di trascendere a Dio.
Quando l'opera è completa, ecco allora che la comunione è lecita di entrambe le parti.
Si potrebbe far dunque della vita un'intera trascesa a Dio e, di conseguenza, d'essa, una grande opera d'arte.
E dato che l'Arte è, in fondo, tutto ciò che l'uomo rende più divino di dio stesso,
si potrebbe dire che l'opera compiuta rappresenti, in ultima analisi, una trascesa da ed all'uomo stesso.
Dove ella porti è difficile asserirlo con certezza, ma dove essa faccia ritorno è ancor più evidente dell'atto stesso al termine del proprio compimento:
il divenire umano è il più grande Artista che il creato abbia mai messo in scena.
Quando l'opera è completa, ecco allora che la comunione è lecita di entrambe le parti.
Si potrebbe far dunque della vita un'intera trascesa a Dio e, di conseguenza, d'essa, una grande opera d'arte.
E dato che l'Arte è, in fondo, tutto ciò che l'uomo rende più divino di dio stesso,
si potrebbe dire che l'opera compiuta rappresenti, in ultima analisi, una trascesa da ed all'uomo stesso.
Dove ella porti è difficile asserirlo con certezza, ma dove essa faccia ritorno è ancor più evidente dell'atto stesso al termine del proprio compimento:
il divenire umano è il più grande Artista che il creato abbia mai messo in scena.
mercoledì 11 settembre 2013
Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 1: La Scienza come Certezza
La mia intelligenza non mi permette di dar credito a tale teologia denominata Scienza.
Ella giudica come insulto a sé medesima ciò che questa sottospecie di dottrina dogmatica conduce, con totalitaria freddezza, nel suo ossessivo, quanto irrisorio, bisogno incessante di possedere il mondo, di giudicarne le leggi, di ridefinirne, pezzo per pezzo, la storia di ogni fenomeno che per pura fatalità sussegue l'altro, come a voler asserire che ciò che governa lo sciogliersi delle cose possa esser messo a soggetto di tali smancerie, tra le più miserevoli che siano state mai proferite.
Così svolgendosi non giunge ad altro che al concepimento di un nuovo mondo sopra il mondo, che immondo è esso stesso per definizione, costituito da un velo di maya, invisibile quanto irrivelabile, e di questo muoverne le ossa ed estorcerne le leggi, per poi scioglierne i nodi assai intricati, ma che con lo stesso artefizio vengono già dunque costituiti.
Meschina e alquanto altezzosa, allora si estende la superbia assai vanitosa di prevederne eventi e situazioni altresì favorevoli, di aggrapparsi a mere superstizioni probabilistiche, battezzate "attendibili", con l'intento, così come il sussiego, di controllare ogni cosa del mondo stesso, di rinchiudersi in vani stolidi processi che circoscrivano un sapere fatto d'ignoranza e negligenza d'ascolto, ed arroganza conseguente, per ciò che realmente il cosmo muove, e per ciò che esso intinge nel suo crudele e cinico copione, fatto di atti non curanti né suscettibili a qualsivoglia domanda, ma consapevoli del loro intercorrere per esser nient'altro che sé stessi ed esistenti in quanto tali.
Come se l'utilizzo di simile appellativo bastasse a render grazia e giustizia alle più impensabili crociate, utilizzato a garanzia e giustificazione delle stesse, rendendo vane, cieche, infami, tutte le possibili vie che negano dal loro percorso un nome, un termine di così grande imponenza, approvazione, accondiscendenza, od addirittura fede!
Ciò che si evince è in realtà questione di scene, fraseggi, momenti d'azione, che si susseguono l'un l'altro, per permetter al loro io più profondo di non perdersi in labirintiche chimere colme dei sensi più insensati.
L'Uomo di Scienza bensì si copre di velli e pellicce fatte in verità di cataratta generata da chi osa volgersi con gusto alla cecità, e guardare, con occhi di chi non vuol guardare, l'universo e il suo scorrere nei dipinti dai più disparati risvolti.
Egli agisce a caso, e col caos s'accompagna in bisboccia, ed eppure si crede di dipingere col sennò di ciò che or ora avviene, con ciò che è avvenuto e con ciò che s'ha ancora d'avvenire.
Il sennò, se tale si può definire il dolore d'un pazzo che si crede un sano di mente, è poi soltanto quello di "poi", ma che permette al mesto uomo d'incensarsi di credo e credibilità, di cui si ciba la fama e il necessario erigersi a paladino del denaro breve e del potere tale di un popolo che si nomina da sé l'appellativo di solennemente eletto più d'ogni altro.
Non vi è nulla che sia più falso e più meschino di colui che si definisce tale e che tale non è affatto.
Ed è proprio di ciò che il vile Uomo di Scienza si nutre e con ciò innalza i propri castelli, retti da carte camuffate da salde cinte di mura, incapaci di distinguere, ahimè, la più tenue brezza del mattino dal più nero tormento di una bufera in pieno inverno.
Egli si definisce e con ciò difatti erra nella più bieca delle forme possibili, e non contento s'ostina nel definire tutto ciò che, come un avido Re Mida, pone in pasto al proprio tocco.
Egli presto s'accorge che, come l'oro, dell'affrancare non ci si ciba né si nutrono i bollenti spiriti, così come pare a chi di stupefacenti si nutre l'animo o s'affanna, delle più stucchevoli ricchezze, a far provviste.
Ogni essere è per definizione il solo e semplice artefice del proprio destino.
Ma così come egli è, è egli anche altri che di certo lo compongono e che si apprestano, fieri, a compiere già, anch'essi, il proprio stesso destino, di cui, a loro volta, non decidono per certo le loro sorti.
Non vi è nulla di più reale di ciò che si pone dinnanzi allo sguardo e che allo stesso tempo, dopo l'unico istante, svanisce in evanescenti fumi che altro non provocano che annebbiamento alla vista.
Ed egli, il nostro sagace(!) Uomo di Scienza, è di questi, codesti, fumi che nutre il proprio spirito, li inspira nel proprio corpo e da questi, codesti, indi da vita alla più sublime tra le sue creazioni:
la Merda, prodotta dall'enunciazione delle proprie leggi e da cui tutte le creature necessitano assoluta dipendenza.
Ordunque, "padre nostro che sei nei cieli", castiga tutti coloro che si attengono a cotanta sciagura!
Mostra loro il retto canto della tua voce, affinché si illumini in loro la consapevolezza di una tossicodipendenza dall'arroganza che non lascia alcun posto ai più semplici ed essenziali dettami esistenziali.
Dedico questo manifesto a ciò che vi è di più antiscientifico al mondo: il mondo stesso nella propria naturale essenza.
Poiché tutto ciò che è costituito contro la scienza stessa è proprio lo stesso universo che costoro cercano di indagare tramite il metodo sperimentale, o tramite l'occhio scientifico, o tramite le leggi ferree che danno credito ad un esistenza già colma di debiti inoppugnabili.
Poiché se domando loro di raccontarmi, tramite il loro occhio divino e infallibile, come sia possibile concedermi tutte le volte il tanto agognato risultato certo e garantito, o magari la stessa identica previsione, e in tutti i casi possibili (di quella eventuale categoria di eventi di intende), ottengo come risposta il concetto probabilistico di "più o meno attendibile", che affatto rispecchia quella portentosa definizione di esattezza, che poco spinge a favore del infallibile risultato certo, che poco conta per la mente scaltra, priva di affanno e priva di quel debole bisogno fanciullesco di protezione dalla natura essenziale di tutte le cose, consapevole ella (la mente..) della burlesca e triste sorte, riguardante l'inattendibilità di una probabilità che in fin dei conti si riduce al solo, puro, semplice, scevro, risvolto de: o accade, o non accade; ogni qualvolta vi sia un qualsiasi evento a venire.
Ed ogni qualvolta che vi sia un qualsiasi evento a venire, ed in questo si nasconde l'immane stregoneria(!), esso si introduce al nostro umile occhio pigro in forma sempre differente e priva di qualsiasi legame o legittimità d'appartenenza con l'affare che lo precede, o meglio, priva di qualsiasi possibilità di definirvi leggi che esulino il compimento dell'atto puro e solo ch'esso stesso (l'evento..) s'appresti a compiere indisturbatamente.
Evento unico, puro e raro, in tutta la propria bellezza! Quasi fosse un diamante dei più preziosi e ricercati..
Unico e raro in tutta la propria appariscenza, unico e raro per composizione, di eventi e prove sottostanti e che lo compongono, unico e raro poiché l'unico senso che sussegue è il senso che vogliamo noi arbitrariamente attribuirvi e nient'altro, senza alcun bisogno di innalzarlo a verità imprescindibile e divinatoria,
di cui sfarzosa è verosimilmente l'ignoranza che in fin dei conti lo compone, che ne mira le gesta e che ne annunzia il lieto fine.
Il mondo è siffatto di opere che si muovono e che scorrono in un lento e assai veloce fluire di eventi opposti e discordanti, ma che giungono al giusto compimento fintanto che si incontrino in matrimonio, da cui si evolvono risvolti dalle apparenze sinusoidali, ridondanti e costanti nel non essere giammai identiche a sé stesse.
Ecco, diceva egli, il saggio: "Questo è un pugno. Ma che cosa succede quando dischiudiamo la mano? Il pugno scompare."
E dov'è finito? Come fa ad esser scomparso?
Ecco che qui si ammira il prode miraggio scientifico.
Il caro pugno è sempre li, lesto ad essere richiamato al nostro servizio e al suo compito più essenziale:
esser posato in volto a chi si attiene a simili leggende, tali da volgersi ancor meno legittime delle più forzate citazioni favolistiche che la terra possa ancora rimembrare.
Ella giudica come insulto a sé medesima ciò che questa sottospecie di dottrina dogmatica conduce, con totalitaria freddezza, nel suo ossessivo, quanto irrisorio, bisogno incessante di possedere il mondo, di giudicarne le leggi, di ridefinirne, pezzo per pezzo, la storia di ogni fenomeno che per pura fatalità sussegue l'altro, come a voler asserire che ciò che governa lo sciogliersi delle cose possa esser messo a soggetto di tali smancerie, tra le più miserevoli che siano state mai proferite.
Così svolgendosi non giunge ad altro che al concepimento di un nuovo mondo sopra il mondo, che immondo è esso stesso per definizione, costituito da un velo di maya, invisibile quanto irrivelabile, e di questo muoverne le ossa ed estorcerne le leggi, per poi scioglierne i nodi assai intricati, ma che con lo stesso artefizio vengono già dunque costituiti.
Meschina e alquanto altezzosa, allora si estende la superbia assai vanitosa di prevederne eventi e situazioni altresì favorevoli, di aggrapparsi a mere superstizioni probabilistiche, battezzate "attendibili", con l'intento, così come il sussiego, di controllare ogni cosa del mondo stesso, di rinchiudersi in vani stolidi processi che circoscrivano un sapere fatto d'ignoranza e negligenza d'ascolto, ed arroganza conseguente, per ciò che realmente il cosmo muove, e per ciò che esso intinge nel suo crudele e cinico copione, fatto di atti non curanti né suscettibili a qualsivoglia domanda, ma consapevoli del loro intercorrere per esser nient'altro che sé stessi ed esistenti in quanto tali.
Come se l'utilizzo di simile appellativo bastasse a render grazia e giustizia alle più impensabili crociate, utilizzato a garanzia e giustificazione delle stesse, rendendo vane, cieche, infami, tutte le possibili vie che negano dal loro percorso un nome, un termine di così grande imponenza, approvazione, accondiscendenza, od addirittura fede!
Ciò che si evince è in realtà questione di scene, fraseggi, momenti d'azione, che si susseguono l'un l'altro, per permetter al loro io più profondo di non perdersi in labirintiche chimere colme dei sensi più insensati.
L'Uomo di Scienza bensì si copre di velli e pellicce fatte in verità di cataratta generata da chi osa volgersi con gusto alla cecità, e guardare, con occhi di chi non vuol guardare, l'universo e il suo scorrere nei dipinti dai più disparati risvolti.
Egli agisce a caso, e col caos s'accompagna in bisboccia, ed eppure si crede di dipingere col sennò di ciò che or ora avviene, con ciò che è avvenuto e con ciò che s'ha ancora d'avvenire.
Il sennò, se tale si può definire il dolore d'un pazzo che si crede un sano di mente, è poi soltanto quello di "poi", ma che permette al mesto uomo d'incensarsi di credo e credibilità, di cui si ciba la fama e il necessario erigersi a paladino del denaro breve e del potere tale di un popolo che si nomina da sé l'appellativo di solennemente eletto più d'ogni altro.
Non vi è nulla che sia più falso e più meschino di colui che si definisce tale e che tale non è affatto.
Ed è proprio di ciò che il vile Uomo di Scienza si nutre e con ciò innalza i propri castelli, retti da carte camuffate da salde cinte di mura, incapaci di distinguere, ahimè, la più tenue brezza del mattino dal più nero tormento di una bufera in pieno inverno.
Egli si definisce e con ciò difatti erra nella più bieca delle forme possibili, e non contento s'ostina nel definire tutto ciò che, come un avido Re Mida, pone in pasto al proprio tocco.
Egli presto s'accorge che, come l'oro, dell'affrancare non ci si ciba né si nutrono i bollenti spiriti, così come pare a chi di stupefacenti si nutre l'animo o s'affanna, delle più stucchevoli ricchezze, a far provviste.
Ogni essere è per definizione il solo e semplice artefice del proprio destino.
Ma così come egli è, è egli anche altri che di certo lo compongono e che si apprestano, fieri, a compiere già, anch'essi, il proprio stesso destino, di cui, a loro volta, non decidono per certo le loro sorti.
Non vi è nulla di più reale di ciò che si pone dinnanzi allo sguardo e che allo stesso tempo, dopo l'unico istante, svanisce in evanescenti fumi che altro non provocano che annebbiamento alla vista.
Ed egli, il nostro sagace(!) Uomo di Scienza, è di questi, codesti, fumi che nutre il proprio spirito, li inspira nel proprio corpo e da questi, codesti, indi da vita alla più sublime tra le sue creazioni:
la Merda, prodotta dall'enunciazione delle proprie leggi e da cui tutte le creature necessitano assoluta dipendenza.
Ordunque, "padre nostro che sei nei cieli", castiga tutti coloro che si attengono a cotanta sciagura!
Mostra loro il retto canto della tua voce, affinché si illumini in loro la consapevolezza di una tossicodipendenza dall'arroganza che non lascia alcun posto ai più semplici ed essenziali dettami esistenziali.
Dedico questo manifesto a ciò che vi è di più antiscientifico al mondo: il mondo stesso nella propria naturale essenza.
Poiché tutto ciò che è costituito contro la scienza stessa è proprio lo stesso universo che costoro cercano di indagare tramite il metodo sperimentale, o tramite l'occhio scientifico, o tramite le leggi ferree che danno credito ad un esistenza già colma di debiti inoppugnabili.
Poiché se domando loro di raccontarmi, tramite il loro occhio divino e infallibile, come sia possibile concedermi tutte le volte il tanto agognato risultato certo e garantito, o magari la stessa identica previsione, e in tutti i casi possibili (di quella eventuale categoria di eventi di intende), ottengo come risposta il concetto probabilistico di "più o meno attendibile", che affatto rispecchia quella portentosa definizione di esattezza, che poco spinge a favore del infallibile risultato certo, che poco conta per la mente scaltra, priva di affanno e priva di quel debole bisogno fanciullesco di protezione dalla natura essenziale di tutte le cose, consapevole ella (la mente..) della burlesca e triste sorte, riguardante l'inattendibilità di una probabilità che in fin dei conti si riduce al solo, puro, semplice, scevro, risvolto de: o accade, o non accade; ogni qualvolta vi sia un qualsiasi evento a venire.
Ed ogni qualvolta che vi sia un qualsiasi evento a venire, ed in questo si nasconde l'immane stregoneria(!), esso si introduce al nostro umile occhio pigro in forma sempre differente e priva di qualsiasi legame o legittimità d'appartenenza con l'affare che lo precede, o meglio, priva di qualsiasi possibilità di definirvi leggi che esulino il compimento dell'atto puro e solo ch'esso stesso (l'evento..) s'appresti a compiere indisturbatamente.
Evento unico, puro e raro, in tutta la propria bellezza! Quasi fosse un diamante dei più preziosi e ricercati..
Unico e raro in tutta la propria appariscenza, unico e raro per composizione, di eventi e prove sottostanti e che lo compongono, unico e raro poiché l'unico senso che sussegue è il senso che vogliamo noi arbitrariamente attribuirvi e nient'altro, senza alcun bisogno di innalzarlo a verità imprescindibile e divinatoria,
di cui sfarzosa è verosimilmente l'ignoranza che in fin dei conti lo compone, che ne mira le gesta e che ne annunzia il lieto fine.
Il mondo è siffatto di opere che si muovono e che scorrono in un lento e assai veloce fluire di eventi opposti e discordanti, ma che giungono al giusto compimento fintanto che si incontrino in matrimonio, da cui si evolvono risvolti dalle apparenze sinusoidali, ridondanti e costanti nel non essere giammai identiche a sé stesse.
Ecco, diceva egli, il saggio: "Questo è un pugno. Ma che cosa succede quando dischiudiamo la mano? Il pugno scompare."
E dov'è finito? Come fa ad esser scomparso?
Ecco che qui si ammira il prode miraggio scientifico.
Il caro pugno è sempre li, lesto ad essere richiamato al nostro servizio e al suo compito più essenziale:
esser posato in volto a chi si attiene a simili leggende, tali da volgersi ancor meno legittime delle più forzate citazioni favolistiche che la terra possa ancora rimembrare.
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| "Il vero senza menzogna, è certo e verissimo." |
lunedì 26 agosto 2013
La Caduta
Camminare sotto la pioggia. Ecco che l'animo si schiude.
Passeggiare, lentamente,
muoversi,
assaporando ogni goccia,
lasciandola scorrere,
gustandone ogni sorso attraverso il proprio corpo.
Sentire
come l'acqua lo attraversi,
poggiandosi sui pori,
invadendoli, scivolandovi,
quietando la loro sete.
E poi chiudere gli occhi,
immolandosi,
distesi, nel camminare in un giardino dall'abito ducale;
assaporarne ivi il suono, e l'evolversi d'ogni passo,
favolistico,
meravigliato, da ogni centimetro che si tinge nel percorso.
E' il rumore della pioggia,
scrosciante, babelico,
non lascia spazio ad onda alcuna circostante.
Chiudo gli occhi adesso.
Le immagini scorrono, cambiano, si alternano,
non si arrestano.
Come tragiche diapositive si susseguono l'un l'altra,
in un automatismo unico e inesorabile
che non lascia la visione ad altra forma alcuna.
Qui si formano chine scoscese, percorsi impraticabili
per l'aspergersi dell'acqua dai bordi della strada.
Seguono, eleganti come cigni, gli aironi in discesa,
sulle acque candide ed evanescenti, in cerca di riparo.
Pallide, impassibili, apatiche, si snodano sui volti, le espressioni
di chi si annulla per diletto, di chi si cimenta per gioco,
donando a chi s'unisce al commediante, una ristrettezza d'animo assai marcata.
Coronati dalle bellezze, fatte dei corpi dei tempi andati,
i viali si dichiarano misteriosi ed impervi,
a chi giace in attesa, tra voluttuose effusioni,
d'immergersi ed in essi avventurarsi.
Retoriche sculture accompagnano la via
verso caverne ammaestrate,
il cui intimo è, di volti e posture, già abbondantemente appezzato.
Apro gli occhi adesso.
Il mio risveglio è un orrore
in cui calza un'oppressione assai spossante.
Guardare dentro
è cosa di immane coraggio,
l'anima è fusa dal tepore urticante
di questo gelido incanto.
Quasi fosse un sogno,
la veglia è carne cruda,
marcia e nauseabonda,
rimembra i dolori più prossimi
a colui che ora si desta.
Scrutando più a fondo,
la ricerca è di un barlume,
come in un pozzo,
dove del più nero si scorge il luccichio.
La brama lucente
dà la forza e l'ardore
di fiondare l'oscuro;
ma la ricerca poi s'arresta,
e lascia soltanto un senso di terrore;
è una carcerazione di cui l'animo
è fatalmente certo.
Lo sguardo investe l'inevitabile.
I suoi occhi non mentono,
d'atroce verità castigano.
Accecano la vista
e costringono le pupille dilatate
alla visione esasperante di quell'immagine
che darà cura all'erigersi della propria croce.
Nulla è più com'era dovuto.
Nulla tiene la sicurezza di un tempo.
La solitudine, d'un futuro disperso,
accompagna adesso l'orda di terrore
che sevizia il povero corpo.
La dipendenza, da un pubblico di burattini,
dona il fascino ed il dovuto lustro
all'opera mai compiuta.
La perdita, di quel calore,
di un regno che, oramai,
di liquami d'odio e disprezzo
accresce le proprie acque.
La verità ha cambiato volto,
e tra mille discerne le sue paure:
l'animo è il più grande prigioniero di se stesso.
Passeggiare, lentamente,
muoversi,
assaporando ogni goccia,
lasciandola scorrere,
gustandone ogni sorso attraverso il proprio corpo.
Sentire
come l'acqua lo attraversi,
poggiandosi sui pori,
invadendoli, scivolandovi,
quietando la loro sete.
E poi chiudere gli occhi,
immolandosi,
distesi, nel camminare in un giardino dall'abito ducale;
assaporarne ivi il suono, e l'evolversi d'ogni passo,
favolistico,
meravigliato, da ogni centimetro che si tinge nel percorso.
E' il rumore della pioggia,
scrosciante, babelico,
non lascia spazio ad onda alcuna circostante.
Chiudo gli occhi adesso.
Le immagini scorrono, cambiano, si alternano,
non si arrestano.
Come tragiche diapositive si susseguono l'un l'altra,
in un automatismo unico e inesorabile
che non lascia la visione ad altra forma alcuna.
Qui si formano chine scoscese, percorsi impraticabili
per l'aspergersi dell'acqua dai bordi della strada.
Seguono, eleganti come cigni, gli aironi in discesa,
sulle acque candide ed evanescenti, in cerca di riparo.
Pallide, impassibili, apatiche, si snodano sui volti, le espressioni
di chi si annulla per diletto, di chi si cimenta per gioco,
donando a chi s'unisce al commediante, una ristrettezza d'animo assai marcata.
Coronati dalle bellezze, fatte dei corpi dei tempi andati,
i viali si dichiarano misteriosi ed impervi,
a chi giace in attesa, tra voluttuose effusioni,
d'immergersi ed in essi avventurarsi.
Retoriche sculture accompagnano la via
verso caverne ammaestrate,
il cui intimo è, di volti e posture, già abbondantemente appezzato.
Apro gli occhi adesso.
Il mio risveglio è un orrore
in cui calza un'oppressione assai spossante.
Guardare dentro
è cosa di immane coraggio,
l'anima è fusa dal tepore urticante
di questo gelido incanto.
Quasi fosse un sogno,
la veglia è carne cruda,
marcia e nauseabonda,
rimembra i dolori più prossimi
a colui che ora si desta.
Scrutando più a fondo,
la ricerca è di un barlume,
come in un pozzo,
dove del più nero si scorge il luccichio.
La brama lucente
dà la forza e l'ardore
di fiondare l'oscuro;
ma la ricerca poi s'arresta,
e lascia soltanto un senso di terrore;
è una carcerazione di cui l'animo
è fatalmente certo.
Lo sguardo investe l'inevitabile.
I suoi occhi non mentono,
d'atroce verità castigano.
Accecano la vista
e costringono le pupille dilatate
alla visione esasperante di quell'immagine
che darà cura all'erigersi della propria croce.
Nulla è più com'era dovuto.
Nulla tiene la sicurezza di un tempo.
La solitudine, d'un futuro disperso,
accompagna adesso l'orda di terrore
che sevizia il povero corpo.
La dipendenza, da un pubblico di burattini,
dona il fascino ed il dovuto lustro
all'opera mai compiuta.
La perdita, di quel calore,
di un regno che, oramai,
di liquami d'odio e disprezzo
accresce le proprie acque.
La verità ha cambiato volto,
e tra mille discerne le sue paure:
l'animo è il più grande prigioniero di se stesso.
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martedì 18 giugno 2013
Il piccolo Fante devoto a Marte
Sto imparando a concepire la terra, gli elementi, il mondo paterno.
E' per te che ogni giorno è un travaglio asfissiånte, per esser ciò che voglio;
è ciò che devo fare per amarmi, ciò che richiede questo mondo.
Mi stai insegnando molto, più di quanto avresti mai potuto immaginare.
Mi state insegnando davvero tanto, anche a distanza di molti anni.
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento
di confronto e di passione con le mie anime passate.
Anche se questa è la fase embrionale, ed è soltanto la fase più nera dell'intero processo,
fa parte del sacrificio che bisogna compiere per risplendere in gloriosa sorte,
tutto, come un tempo.
Cavalcare un'era, puoi ben capire, non è facile.
Eppure è ciò che mi spetta, so che è il motivo per cui sono nato.
Perdonerai i lunghi silenzi, ma la mia penna non si prende più molta cura del proprio inchiostro.
Sono pochi i momenti in cui prender aria, il resto è travaglio per far proliferare i raccolti,
quelli della terra, quelli di cui ci si potrà nutrire, stavolta.
Il lavoro dei campi, lo sai, è molto impegnativo e sfaticante.
Prosciuga tutte le energie, ti porta a casa stravolto e quasi talvolta atrofizzato nei sentimenti,
perché pensi che tutto ciò per cui stai seminando potrebbe non vedere mai la luce più in là.
Oggi l'ho visto, sai?
Ce l'ho fatta, finalmente, è accaduto.
Mi ha chiamato, ma così forte da non rendersi conto che adesso potevo anche scorgere il suo viso.
Cosa ho visto? Ho visto tutto e niente da cui potessi discernere qualcos'altro.
Era fuoco, fuoco e fiamme!
E cercava qualcosa.. qualcuno, in preda all'ira, disperato, dannato.
In cuor mio, sapevo d'esser ciò che cercava, sfaldandosi
e trasmutando le sue braccia in catene fiammeggianti, ch'egli lasciava scorrere tra i fiumi della città.
Mi scorgeva appena, e potevo sentire il suo grido iracondo giungermi fino alle orecchie.
Era come un forte e severo richiamo per il mio corpo.
Eppure, qualcos'altro ancor più mi ha sconvolto..
Egli era più qualcun'altro, di cui già avevo visto corpo e animo, lo spirito.
Pareva la stessa persona, qualcuno disse che si trattava di due gemelli.
Io non so ancora se costui dicesse il vero..
So soltanto che sto imparando a conoscerlo, e a prendervi parte.
So che nel farlo sto perdendomi tra i fiumi di lava della sua strangolante escandescenza.
Non vedo più, da giorni, forse mesi. Né respiro.
Solo i fumi solfurei di quei luoghi così infestati di tanfo e catrame e ricoperti dai ciottoli ardenti.
Adesso ho capito che la sua era è giunta.
Sta cominciando il suo cammino, è pronta la sua marcia, ed io sto prendendo parte al nuovo inizio,
come lo schiavo che percorre il sentiero che lo porterà al suo eccidio.
Il padrone ha aperto gli occhi, ha risvegliato in sé la propria era.
E come ogni nuova era porterà stragi di mille corpi,
e non si sa che direzione deciderà di intraprendere.
So solo che Lui sa. Ed io con lui, qual è il mio destino.
Non mi resta che scoprilo, qualsiasi sia il prezzo.
Sento che, anche se volessi, non potrei privarmene, poiché Egli è parte di me.
Forse mio padre, forse mio fratello, forse qualcuno che venne definito
Re Sole, un tempo.
E' per te che ogni giorno è un travaglio asfissiånte, per esser ciò che voglio;
è ciò che devo fare per amarmi, ciò che richiede questo mondo.
Mi stai insegnando molto, più di quanto avresti mai potuto immaginare.
Mi state insegnando davvero tanto, anche a distanza di molti anni.
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento
di confronto e di passione con le mie anime passate.
Anche se questa è la fase embrionale, ed è soltanto la fase più nera dell'intero processo,
fa parte del sacrificio che bisogna compiere per risplendere in gloriosa sorte,
tutto, come un tempo.
Cavalcare un'era, puoi ben capire, non è facile.
Eppure è ciò che mi spetta, so che è il motivo per cui sono nato.
Perdonerai i lunghi silenzi, ma la mia penna non si prende più molta cura del proprio inchiostro.
Sono pochi i momenti in cui prender aria, il resto è travaglio per far proliferare i raccolti,
quelli della terra, quelli di cui ci si potrà nutrire, stavolta.
Il lavoro dei campi, lo sai, è molto impegnativo e sfaticante.
Prosciuga tutte le energie, ti porta a casa stravolto e quasi talvolta atrofizzato nei sentimenti,
perché pensi che tutto ciò per cui stai seminando potrebbe non vedere mai la luce più in là.
Oggi l'ho visto, sai?
Ce l'ho fatta, finalmente, è accaduto.
Mi ha chiamato, ma così forte da non rendersi conto che adesso potevo anche scorgere il suo viso.
Cosa ho visto? Ho visto tutto e niente da cui potessi discernere qualcos'altro.
Era fuoco, fuoco e fiamme!
E cercava qualcosa.. qualcuno, in preda all'ira, disperato, dannato.
In cuor mio, sapevo d'esser ciò che cercava, sfaldandosi
e trasmutando le sue braccia in catene fiammeggianti, ch'egli lasciava scorrere tra i fiumi della città.
Mi scorgeva appena, e potevo sentire il suo grido iracondo giungermi fino alle orecchie.
Era come un forte e severo richiamo per il mio corpo.
Eppure, qualcos'altro ancor più mi ha sconvolto..
Egli era più qualcun'altro, di cui già avevo visto corpo e animo, lo spirito.
Pareva la stessa persona, qualcuno disse che si trattava di due gemelli.
Io non so ancora se costui dicesse il vero..
So soltanto che sto imparando a conoscerlo, e a prendervi parte.
So che nel farlo sto perdendomi tra i fiumi di lava della sua strangolante escandescenza.
Non vedo più, da giorni, forse mesi. Né respiro.
Solo i fumi solfurei di quei luoghi così infestati di tanfo e catrame e ricoperti dai ciottoli ardenti.
Adesso ho capito che la sua era è giunta.
Sta cominciando il suo cammino, è pronta la sua marcia, ed io sto prendendo parte al nuovo inizio,
come lo schiavo che percorre il sentiero che lo porterà al suo eccidio.
Il padrone ha aperto gli occhi, ha risvegliato in sé la propria era.
E come ogni nuova era porterà stragi di mille corpi,
e non si sa che direzione deciderà di intraprendere.
So solo che Lui sa. Ed io con lui, qual è il mio destino.
Non mi resta che scoprilo, qualsiasi sia il prezzo.
Sento che, anche se volessi, non potrei privarmene, poiché Egli è parte di me.
Forse mio padre, forse mio fratello, forse qualcuno che venne definito
Re Sole, un tempo.
<< Un profeta non è colui che predice in modo sensazionale cose a venire, ma un visionario che indaga sulla vita degli uomini e delle nazioni e sa come raccontare il tempo storico. Egli interpreta il destino dell'uomo nei termini del suo passato, e richiama gli uomini all'azione, oppure li esorta alla pazienza, poiché vedendo le cause spirituali al di là degli effetti temporali sa quando è giunta la pienezza del tempo >>
domenica 28 aprile 2013
I Dolori del Giovane Verne
15/02/2008.
“Caro Wilhelm,
Col passare dei giorni e dei mesi, sempre più mi rendo
conto che questo posto e questa mia nuova vita..
mi uccidono.. e non fanno
altro che cambiare la mia persona.. sgretolandola e disperdendo ogni singolo
pezzo nell’etere…
e al modo di vivere di
questo posto.. che ti mette costantemente alla prova, giorno dopo giorno,
senza
darti un attimo di respiro, un attimo di tregua.. aggiungendo anzi nuovi problemi, paure,
pensieri ed innumerevoli cose da fare.. che pian piano ai tuoi
occhi si trasformano sempre più in cose
da “superare”…
col suo guscio enorme, la propria anima.. il proprio
mondo.. i propri tempi..
i propri modi di fare, vivere, parlare, conoscere..
sempre al passo, forse
perché già abituati da tutta una vita..
di deludere qualcuno, di deludere tutti… di
deludere me stesso.
È tutto così strano per me…
E sono sempre stato uno che… con qualche difficoltà ogni tanto.. è sempre
riuscito a mantenere
costante questo controllo.. il quale fungeva da guscio, da
sicurezza e allo stesso tempo da forza
e da stimolo.. in quel meraviglioso
progetto che si prospettava la mia vita..
C’è da dire, è vero, che i fallimenti son stati non pochi… ma per quanto
mi abbattessi..
mi bastava un periodo o magari un altro spiraglio per superare
il tutto e cercare di ripartire alla volta
di qualcos’altro… e se davvero tutto
andava male beh… semplicemente mi prefiggevo un obiettivo
a lungo termine.. e
ponevo i miei appigli su di esso..
la mia persona.. di aver sperimentato molte
cose delle quali io stesso mi stupivo e ancora mi stupisco..
e stavolta non capisco davvero come o dove o
soprattutto “perché” dovrei uscirne…
anche sentendoci, non avrei saputo
cosa dirti.. riguardo la mia vita o cosa io abbia deciso di farne
sostanzialmente..
e sono arrivato persino ad annullare tutto e tutti
per qualche mese.. nel mio famoso periodo nichilista..
E se c’è una cosa che in 20 anni non ho mai perso.. di sicuro si tratta
della mia voglia di vivere..
di ricominciare.. di sapere cosa sono e
soprattutto cosa voglio… e pensavo che almeno queste cose..
per quanto
potessero, ogni volta, cadermi macigni sulla testa.. avrebbero sempre
rappresentato
l’unica cosa “certa” nella mia vita..
da questo periodo di vita.. da queste mura.. da questa città e da tutto
quello che qui mi circonda..
Non so più chi sono, cosa voglio, chi sono i miei amici,
chi sono le
persone che amo, chi sono le persone che semplicemente conosco….
le esperienze che ho vissuto, sia con
gli altri che da solo, le cose a cui di più ho tenuto…
adesso non contassero
più..
come se fossero semplicemente lontane ed escluse
da un mondo cinico e distaccato,
che pensa solo al presente e al ritmo
frenetico che lo contraddistingue…
ogni tanto attraverso
parole..
accada nella propria vita e in quella delle persone
che mi circondano…
Sono quello che vive per la musica e l’arte..
E in questo luogo non c'è spazio così per me..
Ma ti assicuro mio caro.. che, per quanto molto spesso perderò la vista,
nessuna persona
potrà mai cambiare ciò che sono… o almeno non queste cose così
importanti per me..
Oh caro Wilhelm, io te lo giuro, nessuno potrà mai togliermi davvero ciò che io possiedo di me.”
Oh, caro! In questa incertezza mi
smarrisco,
e tuttavia è questo il mio conforto;
che forse essa si è voltata per
cercar me! Forse.
domenica 24 marzo 2013
I Colori della Passione
Il verde, non verde.
Si colora di blu.
Si spegne nel grigiore.
S'assottiglia nella tenue nebbiolina.
La luce fioca del mattino,
la luce fievole del tramonto.
E' il Mugnaio che con le sue pale
dà il via all'atto creatore.
E la stagione di mezzo,
nel suo fluire,
dona allo spettacolo quel rossore
quasi impercettibile,
ma così denso e vivo, dietro tutti gli altri colori.
Crea con ciò un misto di sfumature,
di connessure striate
dove un filo d'erba assume più colori
ed uno soltanto,
nel medesimo istante.
Tinge allora i suoi campi d'un immagine assai desolata,
pregna di solitudine e malinconia.
Li riempie di spazio.
Di senso del non essere,
che per propria definizione
è ben legato all'essere.
E' il senso del non esistere,
in un mondo in cui s'è condannati ad esistere.
Il Verde condanna i poveri campi
in questo limbo d'impercettibilità,
di disillusione,
di una continua, inesauribile tendenza
a prender atto dell'ingiusta sorte,
del loro essere incatenati.
E allora quel che resta ai lunghi prati,
ai paesaggi, agli alberi, alle boscose colline
è di estendersi oltre il sensibile,
oltre ciò che la percezione rende possibile,
alla ricerca continua ed estenuante
di ciò che, un giorno, possa finalmente
render loro il premio per cui anelano dall'alba dei tempi:
sentir scorrere i colori della passione tra le pieghe della loro vita.
Si colora di blu.
Si spegne nel grigiore.
S'assottiglia nella tenue nebbiolina.
La luce fioca del mattino,
la luce fievole del tramonto.
E' il Mugnaio che con le sue pale
dà il via all'atto creatore.
E la stagione di mezzo,
nel suo fluire,
dona allo spettacolo quel rossore
quasi impercettibile,
ma così denso e vivo, dietro tutti gli altri colori.
Crea con ciò un misto di sfumature,
di connessure striate
dove un filo d'erba assume più colori
ed uno soltanto,
nel medesimo istante.
Tinge allora i suoi campi d'un immagine assai desolata,
pregna di solitudine e malinconia.
Li riempie di spazio.
Di senso del non essere,
che per propria definizione
è ben legato all'essere.
E' il senso del non esistere,
in un mondo in cui s'è condannati ad esistere.
Il Verde condanna i poveri campi
in questo limbo d'impercettibilità,
di disillusione,
di una continua, inesauribile tendenza
a prender atto dell'ingiusta sorte,
del loro essere incatenati.
E allora quel che resta ai lunghi prati,
ai paesaggi, agli alberi, alle boscose colline
è di estendersi oltre il sensibile,
oltre ciò che la percezione rende possibile,
alla ricerca continua ed estenuante
di ciò che, un giorno, possa finalmente
render loro il premio per cui anelano dall'alba dei tempi:
sentir scorrere i colori della passione tra le pieghe della loro vita.
La Sagrada Família
Penso che esser Madri di se stessi
significhi accettarsi in tutta la propria totalità,
per quello che si è in quel momento.
Penso che esser Padri di se stessi
significhi agire e seguire la via
per cambiare tutto quello che si è in quel momento.
significhi accettarsi in tutta la propria totalità,
per quello che si è in quel momento.
Penso che esser Padri di se stessi
significhi agire e seguire la via
per cambiare tutto quello che si è in quel momento.
13/07/11 PA 3 PM.
lunedì 18 marzo 2013
Aletheia - Il Viaggio dello Spirito
Ogni notte io lo sento.
Lui mi parla. Mi racconta.
Delle avventure per cui è stato forgiato.
Si pronuncia con tono fiero e ardito
su ciò che l'universo ha tracciato per lui.
Sulla via che è già scritta,
lì, tra le stelle.
Non da qui, non volge sguardo al cielo.
Lui quella via l'ha già percorsa dice,
la percorre da allora ogni giorno.
Narra anche alcune storie,
alcune avventure già vissute..
in cui il suo scettro ha portato il peso di mille battaglie,
in cui la sua lama ha trafitto e attraversato
il cuore d'ogni anima che gli si è posta in fronte.
Si piega poi.
Si stringe al petto,
per tutte le volte che l'acciaio ha varcato il limite
di ciò che abbevera le vie del mondo.
A volte lo sento anche tuonare,
come un vecchio che oramai nessuno ascolta.
Racconta i conflitti, le infinite liti,
col suo più sincero fratello.
Di come s'è fatto scudo e armatura,
una volta,
per fronteggiarlo.
Di come da allora veste spesso questa infausta veste.
Dice del fratello come un tiranno,
che nei secoli ha usurpato via tutto il potere.
E del Regno non vi è rimasto molto.
Lui sa che l'amor fraterno è la vita che scorre in lui.
Lui sa che non v'è Uno senza l'altro.
Ma la grande guerra fra i Signori va avanti sin dalla prima era.
E quand'è pace, ecco che i frutti si fanno maturi.
Lui mi parla. Mi racconta.
Ogni notte narra il Viaggio dell'Eroe.
L'Eroe sa, dice, d'ogni cosa.
L'Eroe sa, dice, la missione che ha da compiere.
L'Eroe sa, dice, per cosa è venuto qui sulla terra.
Perchè s'è fatto dall'uno il due e perchè dal due arde a raggiungere il tre.
Sa che la morte è la sua più grande compagna. Ch'egli nasce per morire.
Dalla morte genera vita e amore per suo fratello.
Sa che il quattro genera vita e amore per il Cosmo.
Dieci è la sua fine.
Lui mi parla. Mi racconta.
Ogni notte di Aletheia.
La città incantata,
a cui ogni Eroe guarda con ambizione.
Dice ch'ella è il vero Solido Platonico.
L'Arte Regia incarnata in un luogo sepolto.
E tocca allora all'uomo, all'Eroe, oltre varcarne il limite.
Egli è vivo e si corrode.
Egli è vivo e si nasconde.
Egli è vivo e mi chiama a compiere il mio cerchio.
Lui mi parla. Mi racconta.
Delle avventure per cui è stato forgiato.
Si pronuncia con tono fiero e ardito
su ciò che l'universo ha tracciato per lui.
Sulla via che è già scritta,
lì, tra le stelle.
Non da qui, non volge sguardo al cielo.
Lui quella via l'ha già percorsa dice,
la percorre da allora ogni giorno.
Narra anche alcune storie,
alcune avventure già vissute..
in cui il suo scettro ha portato il peso di mille battaglie,
in cui la sua lama ha trafitto e attraversato
il cuore d'ogni anima che gli si è posta in fronte.
Si piega poi.
Si stringe al petto,
per tutte le volte che l'acciaio ha varcato il limite
di ciò che abbevera le vie del mondo.
A volte lo sento anche tuonare,
come un vecchio che oramai nessuno ascolta.
Racconta i conflitti, le infinite liti,
col suo più sincero fratello.
Di come s'è fatto scudo e armatura,
una volta,
per fronteggiarlo.
Di come da allora veste spesso questa infausta veste.
Dice del fratello come un tiranno,
che nei secoli ha usurpato via tutto il potere.
E del Regno non vi è rimasto molto.
Lui sa che l'amor fraterno è la vita che scorre in lui.
Lui sa che non v'è Uno senza l'altro.
Ma la grande guerra fra i Signori va avanti sin dalla prima era.
E quand'è pace, ecco che i frutti si fanno maturi.
Lui mi parla. Mi racconta.
Ogni notte narra il Viaggio dell'Eroe.
L'Eroe sa, dice, d'ogni cosa.
L'Eroe sa, dice, la missione che ha da compiere.
L'Eroe sa, dice, per cosa è venuto qui sulla terra.
Perchè s'è fatto dall'uno il due e perchè dal due arde a raggiungere il tre.
Sa che la morte è la sua più grande compagna. Ch'egli nasce per morire.
Dalla morte genera vita e amore per suo fratello.
Sa che il quattro genera vita e amore per il Cosmo.
Dieci è la sua fine.
Lui mi parla. Mi racconta.
Ogni notte di Aletheia.
La città incantata,
a cui ogni Eroe guarda con ambizione.
Dice ch'ella è il vero Solido Platonico.
L'Arte Regia incarnata in un luogo sepolto.
E tocca allora all'uomo, all'Eroe, oltre varcarne il limite.
Egli è vivo e si corrode.
Egli è vivo e si nasconde.
Egli è vivo e mi chiama a compiere il mio cerchio.
"Vi Veri Veniversum Vivus Vici."
lunedì 14 gennaio 2013
Mater Dei: Il Posto delle Fragole
Questo è il simbolo della mia vita: una panchina vuota e un albero spoglio.
Non curanti dell'inerte ruolo di cui sono rivestiti, passano le loro giornate volgendo lo sguardo verso l'infinito, verso una ricerca che mai avrà fine, perché mai sazia di esperienze.
Qui, sommersi nel verde tramontare del sole, anelano l'infinito, pur consapevoli di non essere nati per raggiungerlo. Consapevoli che non gli è neppure concesso di tentare il minimo movimento.
E restano, dunque, immobili e resistono ad ogni intemperia che la natura gli muova contro, in attesa che qualcuno si sieda e colga l'attimo o che magari doni dell'acqua per dare nuova linfa alle foglie stremate.
In attesa che qualcuno, dopo tante attese, entri in totale empatia con ciò che è per loro il senso dell'esistenza.
Restano qui immobili, per anni, per decenni, per secoli. Nell'estenuante attesa che arrivi la persona giusta a farlo.
Ed è una vita di attese interminabili e di picchi intensi molto brevi.
E quando, allora, il momento giunge trionfante, godono appieno di ogni piccolo attimo che lo rappresenta, così che ogni foglia riassapori la propria linfa a tal punto da perdersi inesorabilmente in essa; così che ogni seduta rappresenti un attimo d'indescrivibile intensità e che renda il senso eterno ed immutabile delle cose, a tal punto da perder il minimo senno con la realtà che li circonda.
E' questo il magico potere di un luogo che ha più la parvenza di un entità viva. Di un entità vera.
E' un luogo che parla, accoglie e ascolta.
E' un luogo che sa Amare.
E' il luogo che racchiude in sé la madre universale, l'amore vero e puro, privo d'ogni male, privo d'ogni forma d'egoismo o amor proprio.
E' l'amore che giunge all'abbandono e al sacrificio estremo per l'altro.
L'amore reale in ogni forma di esistenza, che sa amare la decadenza, la sconfitta e la meschinità altrui.
Riconosce la depravazione, la vigliaccheria e l'umiliazione e che fa di queste una motivazione per esserci e continuare ad amare l'altro.
E la panchina e l'albero lo sanno.
Hanno inteso tutto ciò. Conoscono il gran tesoro.
Hanno provato la Sacra Medicina che nella roccia si nasconde.
E di questa con gelosia e cupidigia nascondono il segreto.
Io mi sento eletto a goder di questo luogo e di poterne fare largo uso con grande voluttà.
Ho carpito l'essenza regale che qui vi aleggia ben mascherata.
E di questa non ho più potuto fare a meno.
La mia vita è dunque in questo simbolo.
Il suo manifestarsi rende un Senso alla mia esistenza.
E di questo allora ho deciso di nutrirmi e di alimentare le mie risorse.
Questo simbolo è spesso lontano e lo ricerco nel mio viaggio di conoscenza nell'estendersi dell'universo.
Ma soltanto qui lo trovo e lo sento palpitare con forza tra le mie costole.
E allora mi siedo un attimo, mi lascio mordere dalle formiche e contemplo l'ingiallire dell'autunno che strappa ai rami l'ultima speranza. Poiché è la stessa speranza che scorre in me in quell'istante.
Non curanti dell'inerte ruolo di cui sono rivestiti, passano le loro giornate volgendo lo sguardo verso l'infinito, verso una ricerca che mai avrà fine, perché mai sazia di esperienze.
Qui, sommersi nel verde tramontare del sole, anelano l'infinito, pur consapevoli di non essere nati per raggiungerlo. Consapevoli che non gli è neppure concesso di tentare il minimo movimento.
E restano, dunque, immobili e resistono ad ogni intemperia che la natura gli muova contro, in attesa che qualcuno si sieda e colga l'attimo o che magari doni dell'acqua per dare nuova linfa alle foglie stremate.
In attesa che qualcuno, dopo tante attese, entri in totale empatia con ciò che è per loro il senso dell'esistenza.
Restano qui immobili, per anni, per decenni, per secoli. Nell'estenuante attesa che arrivi la persona giusta a farlo.
Ed è una vita di attese interminabili e di picchi intensi molto brevi.
E quando, allora, il momento giunge trionfante, godono appieno di ogni piccolo attimo che lo rappresenta, così che ogni foglia riassapori la propria linfa a tal punto da perdersi inesorabilmente in essa; così che ogni seduta rappresenti un attimo d'indescrivibile intensità e che renda il senso eterno ed immutabile delle cose, a tal punto da perder il minimo senno con la realtà che li circonda.
E' questo il magico potere di un luogo che ha più la parvenza di un entità viva. Di un entità vera.
E' un luogo che parla, accoglie e ascolta.
E' un luogo che sa Amare.
E' il luogo che racchiude in sé la madre universale, l'amore vero e puro, privo d'ogni male, privo d'ogni forma d'egoismo o amor proprio.
E' l'amore che giunge all'abbandono e al sacrificio estremo per l'altro.
L'amore reale in ogni forma di esistenza, che sa amare la decadenza, la sconfitta e la meschinità altrui.
Riconosce la depravazione, la vigliaccheria e l'umiliazione e che fa di queste una motivazione per esserci e continuare ad amare l'altro.
E la panchina e l'albero lo sanno.
Hanno inteso tutto ciò. Conoscono il gran tesoro.
Hanno provato la Sacra Medicina che nella roccia si nasconde.
E di questa con gelosia e cupidigia nascondono il segreto.
Io mi sento eletto a goder di questo luogo e di poterne fare largo uso con grande voluttà.
Ho carpito l'essenza regale che qui vi aleggia ben mascherata.
E di questa non ho più potuto fare a meno.
La mia vita è dunque in questo simbolo.
Il suo manifestarsi rende un Senso alla mia esistenza.
E di questo allora ho deciso di nutrirmi e di alimentare le mie risorse.
Questo simbolo è spesso lontano e lo ricerco nel mio viaggio di conoscenza nell'estendersi dell'universo.
Ma soltanto qui lo trovo e lo sento palpitare con forza tra le mie costole.
E allora mi siedo un attimo, mi lascio mordere dalle formiche e contemplo l'ingiallire dell'autunno che strappa ai rami l'ultima speranza. Poiché è la stessa speranza che scorre in me in quell'istante.
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