"Perchè cosi attratte dalla luce?
Pensate forse sia questa a concedervi la grazia?
No,
siete voi stesse,
siete voi che dovete salvarvi per miserabile costrizione.
Per cosa?
Per nulla,
nient'altro.
Così brucerete soltanto."
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domenica 21 dicembre 2014
domenica 19 gennaio 2014
Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 2: La Scienza come Morale
Così si riduce lesto lo scempio ad un insensato e dozzinale professo di Morale Scientifica, latente, uniforme e potente, così da poter giungere all'onnipotente, ed onnipresente, protezione da ogni errore fatto, commesso, concesso, e d'ogni qualsivoglia scelta sbagliata, errata od addirittura non prevista!
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.
mercoledì 11 settembre 2013
Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 1: La Scienza come Certezza
La mia intelligenza non mi permette di dar credito a tale teologia denominata Scienza.
Ella giudica come insulto a sé medesima ciò che questa sottospecie di dottrina dogmatica conduce, con totalitaria freddezza, nel suo ossessivo, quanto irrisorio, bisogno incessante di possedere il mondo, di giudicarne le leggi, di ridefinirne, pezzo per pezzo, la storia di ogni fenomeno che per pura fatalità sussegue l'altro, come a voler asserire che ciò che governa lo sciogliersi delle cose possa esser messo a soggetto di tali smancerie, tra le più miserevoli che siano state mai proferite.
Così svolgendosi non giunge ad altro che al concepimento di un nuovo mondo sopra il mondo, che immondo è esso stesso per definizione, costituito da un velo di maya, invisibile quanto irrivelabile, e di questo muoverne le ossa ed estorcerne le leggi, per poi scioglierne i nodi assai intricati, ma che con lo stesso artefizio vengono già dunque costituiti.
Meschina e alquanto altezzosa, allora si estende la superbia assai vanitosa di prevederne eventi e situazioni altresì favorevoli, di aggrapparsi a mere superstizioni probabilistiche, battezzate "attendibili", con l'intento, così come il sussiego, di controllare ogni cosa del mondo stesso, di rinchiudersi in vani stolidi processi che circoscrivano un sapere fatto d'ignoranza e negligenza d'ascolto, ed arroganza conseguente, per ciò che realmente il cosmo muove, e per ciò che esso intinge nel suo crudele e cinico copione, fatto di atti non curanti né suscettibili a qualsivoglia domanda, ma consapevoli del loro intercorrere per esser nient'altro che sé stessi ed esistenti in quanto tali.
Come se l'utilizzo di simile appellativo bastasse a render grazia e giustizia alle più impensabili crociate, utilizzato a garanzia e giustificazione delle stesse, rendendo vane, cieche, infami, tutte le possibili vie che negano dal loro percorso un nome, un termine di così grande imponenza, approvazione, accondiscendenza, od addirittura fede!
Ciò che si evince è in realtà questione di scene, fraseggi, momenti d'azione, che si susseguono l'un l'altro, per permetter al loro io più profondo di non perdersi in labirintiche chimere colme dei sensi più insensati.
L'Uomo di Scienza bensì si copre di velli e pellicce fatte in verità di cataratta generata da chi osa volgersi con gusto alla cecità, e guardare, con occhi di chi non vuol guardare, l'universo e il suo scorrere nei dipinti dai più disparati risvolti.
Egli agisce a caso, e col caos s'accompagna in bisboccia, ed eppure si crede di dipingere col sennò di ciò che or ora avviene, con ciò che è avvenuto e con ciò che s'ha ancora d'avvenire.
Il sennò, se tale si può definire il dolore d'un pazzo che si crede un sano di mente, è poi soltanto quello di "poi", ma che permette al mesto uomo d'incensarsi di credo e credibilità, di cui si ciba la fama e il necessario erigersi a paladino del denaro breve e del potere tale di un popolo che si nomina da sé l'appellativo di solennemente eletto più d'ogni altro.
Non vi è nulla che sia più falso e più meschino di colui che si definisce tale e che tale non è affatto.
Ed è proprio di ciò che il vile Uomo di Scienza si nutre e con ciò innalza i propri castelli, retti da carte camuffate da salde cinte di mura, incapaci di distinguere, ahimè, la più tenue brezza del mattino dal più nero tormento di una bufera in pieno inverno.
Egli si definisce e con ciò difatti erra nella più bieca delle forme possibili, e non contento s'ostina nel definire tutto ciò che, come un avido Re Mida, pone in pasto al proprio tocco.
Egli presto s'accorge che, come l'oro, dell'affrancare non ci si ciba né si nutrono i bollenti spiriti, così come pare a chi di stupefacenti si nutre l'animo o s'affanna, delle più stucchevoli ricchezze, a far provviste.
Ogni essere è per definizione il solo e semplice artefice del proprio destino.
Ma così come egli è, è egli anche altri che di certo lo compongono e che si apprestano, fieri, a compiere già, anch'essi, il proprio stesso destino, di cui, a loro volta, non decidono per certo le loro sorti.
Non vi è nulla di più reale di ciò che si pone dinnanzi allo sguardo e che allo stesso tempo, dopo l'unico istante, svanisce in evanescenti fumi che altro non provocano che annebbiamento alla vista.
Ed egli, il nostro sagace(!) Uomo di Scienza, è di questi, codesti, fumi che nutre il proprio spirito, li inspira nel proprio corpo e da questi, codesti, indi da vita alla più sublime tra le sue creazioni:
la Merda, prodotta dall'enunciazione delle proprie leggi e da cui tutte le creature necessitano assoluta dipendenza.
Ordunque, "padre nostro che sei nei cieli", castiga tutti coloro che si attengono a cotanta sciagura!
Mostra loro il retto canto della tua voce, affinché si illumini in loro la consapevolezza di una tossicodipendenza dall'arroganza che non lascia alcun posto ai più semplici ed essenziali dettami esistenziali.
Dedico questo manifesto a ciò che vi è di più antiscientifico al mondo: il mondo stesso nella propria naturale essenza.
Poiché tutto ciò che è costituito contro la scienza stessa è proprio lo stesso universo che costoro cercano di indagare tramite il metodo sperimentale, o tramite l'occhio scientifico, o tramite le leggi ferree che danno credito ad un esistenza già colma di debiti inoppugnabili.
Poiché se domando loro di raccontarmi, tramite il loro occhio divino e infallibile, come sia possibile concedermi tutte le volte il tanto agognato risultato certo e garantito, o magari la stessa identica previsione, e in tutti i casi possibili (di quella eventuale categoria di eventi di intende), ottengo come risposta il concetto probabilistico di "più o meno attendibile", che affatto rispecchia quella portentosa definizione di esattezza, che poco spinge a favore del infallibile risultato certo, che poco conta per la mente scaltra, priva di affanno e priva di quel debole bisogno fanciullesco di protezione dalla natura essenziale di tutte le cose, consapevole ella (la mente..) della burlesca e triste sorte, riguardante l'inattendibilità di una probabilità che in fin dei conti si riduce al solo, puro, semplice, scevro, risvolto de: o accade, o non accade; ogni qualvolta vi sia un qualsiasi evento a venire.
Ed ogni qualvolta che vi sia un qualsiasi evento a venire, ed in questo si nasconde l'immane stregoneria(!), esso si introduce al nostro umile occhio pigro in forma sempre differente e priva di qualsiasi legame o legittimità d'appartenenza con l'affare che lo precede, o meglio, priva di qualsiasi possibilità di definirvi leggi che esulino il compimento dell'atto puro e solo ch'esso stesso (l'evento..) s'appresti a compiere indisturbatamente.
Evento unico, puro e raro, in tutta la propria bellezza! Quasi fosse un diamante dei più preziosi e ricercati..
Unico e raro in tutta la propria appariscenza, unico e raro per composizione, di eventi e prove sottostanti e che lo compongono, unico e raro poiché l'unico senso che sussegue è il senso che vogliamo noi arbitrariamente attribuirvi e nient'altro, senza alcun bisogno di innalzarlo a verità imprescindibile e divinatoria,
di cui sfarzosa è verosimilmente l'ignoranza che in fin dei conti lo compone, che ne mira le gesta e che ne annunzia il lieto fine.
Il mondo è siffatto di opere che si muovono e che scorrono in un lento e assai veloce fluire di eventi opposti e discordanti, ma che giungono al giusto compimento fintanto che si incontrino in matrimonio, da cui si evolvono risvolti dalle apparenze sinusoidali, ridondanti e costanti nel non essere giammai identiche a sé stesse.
Ecco, diceva egli, il saggio: "Questo è un pugno. Ma che cosa succede quando dischiudiamo la mano? Il pugno scompare."
E dov'è finito? Come fa ad esser scomparso?
Ecco che qui si ammira il prode miraggio scientifico.
Il caro pugno è sempre li, lesto ad essere richiamato al nostro servizio e al suo compito più essenziale:
esser posato in volto a chi si attiene a simili leggende, tali da volgersi ancor meno legittime delle più forzate citazioni favolistiche che la terra possa ancora rimembrare.
Ella giudica come insulto a sé medesima ciò che questa sottospecie di dottrina dogmatica conduce, con totalitaria freddezza, nel suo ossessivo, quanto irrisorio, bisogno incessante di possedere il mondo, di giudicarne le leggi, di ridefinirne, pezzo per pezzo, la storia di ogni fenomeno che per pura fatalità sussegue l'altro, come a voler asserire che ciò che governa lo sciogliersi delle cose possa esser messo a soggetto di tali smancerie, tra le più miserevoli che siano state mai proferite.
Così svolgendosi non giunge ad altro che al concepimento di un nuovo mondo sopra il mondo, che immondo è esso stesso per definizione, costituito da un velo di maya, invisibile quanto irrivelabile, e di questo muoverne le ossa ed estorcerne le leggi, per poi scioglierne i nodi assai intricati, ma che con lo stesso artefizio vengono già dunque costituiti.
Meschina e alquanto altezzosa, allora si estende la superbia assai vanitosa di prevederne eventi e situazioni altresì favorevoli, di aggrapparsi a mere superstizioni probabilistiche, battezzate "attendibili", con l'intento, così come il sussiego, di controllare ogni cosa del mondo stesso, di rinchiudersi in vani stolidi processi che circoscrivano un sapere fatto d'ignoranza e negligenza d'ascolto, ed arroganza conseguente, per ciò che realmente il cosmo muove, e per ciò che esso intinge nel suo crudele e cinico copione, fatto di atti non curanti né suscettibili a qualsivoglia domanda, ma consapevoli del loro intercorrere per esser nient'altro che sé stessi ed esistenti in quanto tali.
Come se l'utilizzo di simile appellativo bastasse a render grazia e giustizia alle più impensabili crociate, utilizzato a garanzia e giustificazione delle stesse, rendendo vane, cieche, infami, tutte le possibili vie che negano dal loro percorso un nome, un termine di così grande imponenza, approvazione, accondiscendenza, od addirittura fede!
Ciò che si evince è in realtà questione di scene, fraseggi, momenti d'azione, che si susseguono l'un l'altro, per permetter al loro io più profondo di non perdersi in labirintiche chimere colme dei sensi più insensati.
L'Uomo di Scienza bensì si copre di velli e pellicce fatte in verità di cataratta generata da chi osa volgersi con gusto alla cecità, e guardare, con occhi di chi non vuol guardare, l'universo e il suo scorrere nei dipinti dai più disparati risvolti.
Egli agisce a caso, e col caos s'accompagna in bisboccia, ed eppure si crede di dipingere col sennò di ciò che or ora avviene, con ciò che è avvenuto e con ciò che s'ha ancora d'avvenire.
Il sennò, se tale si può definire il dolore d'un pazzo che si crede un sano di mente, è poi soltanto quello di "poi", ma che permette al mesto uomo d'incensarsi di credo e credibilità, di cui si ciba la fama e il necessario erigersi a paladino del denaro breve e del potere tale di un popolo che si nomina da sé l'appellativo di solennemente eletto più d'ogni altro.
Non vi è nulla che sia più falso e più meschino di colui che si definisce tale e che tale non è affatto.
Ed è proprio di ciò che il vile Uomo di Scienza si nutre e con ciò innalza i propri castelli, retti da carte camuffate da salde cinte di mura, incapaci di distinguere, ahimè, la più tenue brezza del mattino dal più nero tormento di una bufera in pieno inverno.
Egli si definisce e con ciò difatti erra nella più bieca delle forme possibili, e non contento s'ostina nel definire tutto ciò che, come un avido Re Mida, pone in pasto al proprio tocco.
Egli presto s'accorge che, come l'oro, dell'affrancare non ci si ciba né si nutrono i bollenti spiriti, così come pare a chi di stupefacenti si nutre l'animo o s'affanna, delle più stucchevoli ricchezze, a far provviste.
Ogni essere è per definizione il solo e semplice artefice del proprio destino.
Ma così come egli è, è egli anche altri che di certo lo compongono e che si apprestano, fieri, a compiere già, anch'essi, il proprio stesso destino, di cui, a loro volta, non decidono per certo le loro sorti.
Non vi è nulla di più reale di ciò che si pone dinnanzi allo sguardo e che allo stesso tempo, dopo l'unico istante, svanisce in evanescenti fumi che altro non provocano che annebbiamento alla vista.
Ed egli, il nostro sagace(!) Uomo di Scienza, è di questi, codesti, fumi che nutre il proprio spirito, li inspira nel proprio corpo e da questi, codesti, indi da vita alla più sublime tra le sue creazioni:
la Merda, prodotta dall'enunciazione delle proprie leggi e da cui tutte le creature necessitano assoluta dipendenza.
Ordunque, "padre nostro che sei nei cieli", castiga tutti coloro che si attengono a cotanta sciagura!
Mostra loro il retto canto della tua voce, affinché si illumini in loro la consapevolezza di una tossicodipendenza dall'arroganza che non lascia alcun posto ai più semplici ed essenziali dettami esistenziali.
Dedico questo manifesto a ciò che vi è di più antiscientifico al mondo: il mondo stesso nella propria naturale essenza.
Poiché tutto ciò che è costituito contro la scienza stessa è proprio lo stesso universo che costoro cercano di indagare tramite il metodo sperimentale, o tramite l'occhio scientifico, o tramite le leggi ferree che danno credito ad un esistenza già colma di debiti inoppugnabili.
Poiché se domando loro di raccontarmi, tramite il loro occhio divino e infallibile, come sia possibile concedermi tutte le volte il tanto agognato risultato certo e garantito, o magari la stessa identica previsione, e in tutti i casi possibili (di quella eventuale categoria di eventi di intende), ottengo come risposta il concetto probabilistico di "più o meno attendibile", che affatto rispecchia quella portentosa definizione di esattezza, che poco spinge a favore del infallibile risultato certo, che poco conta per la mente scaltra, priva di affanno e priva di quel debole bisogno fanciullesco di protezione dalla natura essenziale di tutte le cose, consapevole ella (la mente..) della burlesca e triste sorte, riguardante l'inattendibilità di una probabilità che in fin dei conti si riduce al solo, puro, semplice, scevro, risvolto de: o accade, o non accade; ogni qualvolta vi sia un qualsiasi evento a venire.
Ed ogni qualvolta che vi sia un qualsiasi evento a venire, ed in questo si nasconde l'immane stregoneria(!), esso si introduce al nostro umile occhio pigro in forma sempre differente e priva di qualsiasi legame o legittimità d'appartenenza con l'affare che lo precede, o meglio, priva di qualsiasi possibilità di definirvi leggi che esulino il compimento dell'atto puro e solo ch'esso stesso (l'evento..) s'appresti a compiere indisturbatamente.
Evento unico, puro e raro, in tutta la propria bellezza! Quasi fosse un diamante dei più preziosi e ricercati..
Unico e raro in tutta la propria appariscenza, unico e raro per composizione, di eventi e prove sottostanti e che lo compongono, unico e raro poiché l'unico senso che sussegue è il senso che vogliamo noi arbitrariamente attribuirvi e nient'altro, senza alcun bisogno di innalzarlo a verità imprescindibile e divinatoria,
di cui sfarzosa è verosimilmente l'ignoranza che in fin dei conti lo compone, che ne mira le gesta e che ne annunzia il lieto fine.
Il mondo è siffatto di opere che si muovono e che scorrono in un lento e assai veloce fluire di eventi opposti e discordanti, ma che giungono al giusto compimento fintanto che si incontrino in matrimonio, da cui si evolvono risvolti dalle apparenze sinusoidali, ridondanti e costanti nel non essere giammai identiche a sé stesse.
Ecco, diceva egli, il saggio: "Questo è un pugno. Ma che cosa succede quando dischiudiamo la mano? Il pugno scompare."
E dov'è finito? Come fa ad esser scomparso?
Ecco che qui si ammira il prode miraggio scientifico.
Il caro pugno è sempre li, lesto ad essere richiamato al nostro servizio e al suo compito più essenziale:
esser posato in volto a chi si attiene a simili leggende, tali da volgersi ancor meno legittime delle più forzate citazioni favolistiche che la terra possa ancora rimembrare.
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| "Il vero senza menzogna, è certo e verissimo." |
martedì 8 gennaio 2013
Come tutte le stelle cadenti...
Ci sono stelle del mattino che passata la loro ora spengono la loro brillantezza.
Scompaiono alla vista e si celano dietro l'invisibile.
Quando accade, lasciano la loro scia ancora accesa e tutto il calore da esse emanato continua a propagarsi nell'aria.
E' un calore che dapprima irradia, subito dopo riscalda e, quando l'ora è giunta, brucia, come le fiamme dell'inferno.
Diversa da tutte le altre, la stella del mattino invia i propri raggi per illuminare la notte.
Illumina la notte buia e cupa dell'animo dell'uomo. Dona ad essa la giovinezza, la luce ed il risveglio interiore.
Ma come ogni stella, anche la stella del mattino, ad un certo punto fa il suo corso, lascia spazio all'oscurità e al tempo in cui tutte le cose si catapultano e crollano giù.
Crollano le certezze, crollano i muri e senti le ossa che si frantumano.
Senti che tutto il lavoro fatto sui campi dai contadini va perso, perchè il sole non brilla più e non irradia le loro terre.
Il mondo si cela di un'oscurità, che lascia spazio solo a vecchi dogmi.
E di quei dogmi fai morale e vana speranza.
Quando si spegne la stella del mattino, tutte le verità per cui hai lottato si offuscano ed inceneriscono senza tregua.
Alcune scompaiono all'istante, come un teatrino che rimane solo, triste e vuoto dopo ogni spettacolo.
Altre proseguono nel tempo e dissacrano via via tutte le esperienze che con tanta fatica ci si è portati dietro.
Ed è la cenere che tieni in mano che più di tutte le altre cose, ti rinfaccia quel beffardo destino che insegue la tua vita e che, ogni qualvolta ti accendi come portatore di luce, ti ricorda di come in realtà tutte le cose siano più effimere di quanto sembrino.
Ci sono stelle de mattino che fanno il loro corso. E come tutte le stelle cadenti annunciano il momento in cui bisogna andare a dormire. Niente desideri.
Scompaiono alla vista e si celano dietro l'invisibile.
Quando accade, lasciano la loro scia ancora accesa e tutto il calore da esse emanato continua a propagarsi nell'aria.
E' un calore che dapprima irradia, subito dopo riscalda e, quando l'ora è giunta, brucia, come le fiamme dell'inferno.
Diversa da tutte le altre, la stella del mattino invia i propri raggi per illuminare la notte.
Illumina la notte buia e cupa dell'animo dell'uomo. Dona ad essa la giovinezza, la luce ed il risveglio interiore.
Ma come ogni stella, anche la stella del mattino, ad un certo punto fa il suo corso, lascia spazio all'oscurità e al tempo in cui tutte le cose si catapultano e crollano giù.
Crollano le certezze, crollano i muri e senti le ossa che si frantumano.
Senti che tutto il lavoro fatto sui campi dai contadini va perso, perchè il sole non brilla più e non irradia le loro terre.
Il mondo si cela di un'oscurità, che lascia spazio solo a vecchi dogmi.
E di quei dogmi fai morale e vana speranza.
Quando si spegne la stella del mattino, tutte le verità per cui hai lottato si offuscano ed inceneriscono senza tregua.
Alcune scompaiono all'istante, come un teatrino che rimane solo, triste e vuoto dopo ogni spettacolo.
Altre proseguono nel tempo e dissacrano via via tutte le esperienze che con tanta fatica ci si è portati dietro.
Ed è la cenere che tieni in mano che più di tutte le altre cose, ti rinfaccia quel beffardo destino che insegue la tua vita e che, ogni qualvolta ti accendi come portatore di luce, ti ricorda di come in realtà tutte le cose siano più effimere di quanto sembrino.
Ci sono stelle de mattino che fanno il loro corso. E come tutte le stelle cadenti annunciano il momento in cui bisogna andare a dormire. Niente desideri.
"To love is to lose and to lose is to Die"
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venerdì 23 novembre 2012
The Ouroboros Is Broken
La mente umana è perversa. Per propria natura.
Forse è dovuto allo sviluppo della coscienza, del fatto d'esser consapevoli di vivere..
Ma sta di fatto che l'essere umano è per definizione perverso.
O che comunque la perversione fa parte della sua mente, con un buon livello di propulsione e forza libidica.
La dimostrazione più facile è riscontrabile nella vita di tutti i giorni.
Spesso e volentieri questa perversione sfocia nelle più svariate maniere e versioni, tra l'altro ben camuffate se necessario.
Forse è dovuto allo sviluppo della coscienza, del fatto d'esser consapevoli di vivere..
Ma sta di fatto che l'essere umano è per definizione perverso.
O che comunque la perversione fa parte della sua mente, con un buon livello di propulsione e forza libidica.
La dimostrazione più facile è riscontrabile nella vita di tutti i giorni.
Spesso e volentieri questa perversione sfocia nelle più svariate maniere e versioni, tra l'altro ben camuffate se necessario.
E' riscontrabile ad esempio nelle relazioni, o nel semplice "legarsi" alle cose che ci circondano.
E' un po' il famoso effetto droga che si ha sulle cose, o beh, ovviamente sulle droghe.
Ma in un certo qual modo tutte le cose, chi più, chi meno, fanno sfociare questa perversione, che, in sostanza, per la gran parte delle volte, è l'incarnazione di un puro atto di sano autolesionismo.
Ebbene si, questa perversione è del tutto e spensieratamente masochistica.
E' un po' il famoso effetto droga che si ha sulle cose, o beh, ovviamente sulle droghe.
Ma in un certo qual modo tutte le cose, chi più, chi meno, fanno sfociare questa perversione, che, in sostanza, per la gran parte delle volte, è l'incarnazione di un puro atto di sano autolesionismo.
Ebbene si, questa perversione è del tutto e spensieratamente masochistica.
Se no, del resto, trattandosi in genere di cose positive a cui si cerca di tendere, non sarebbe tale attività definibile come perversa.
Di "Perverso" il mio fido dizionario etimologico online (*http://www.etimo.it/?term=perverso&find=Cerca") mi da "..lat. Pervèrsus che propr. è part. pass. di Pervèrtere: rovesciare, travolgere e fig. corrompere..".
E in fondo questa definizione quadra con la figura sopra indicata, di qualcosa che, ogni volta che si provi a tendere verso ciò che può creare beneficio, devia immediatamente la curva del "bene" in maniera opposta e parallela verso ciò che può indurre del "male".
Ciò avviene in ogni circostanza, in ogni tentativo di legame, o semplicemente approccio alle cose che si desiderano, alle cose che ci circondano. Avviene sempre in sostanza.
Basti pensare a tutte le illusioni che nascono ogni qualvolta si provi a stare con qualcuno e che ogni volta si palesano quando quel "stare con qualcuno" volge al termine.
Tutte le volte che ci si aprono gli occhi da quella patina meravigliosa che ci propone solo sogni e versioni dorate di ciò che è l'altro, di ciò che ci circonda in quei momenti con l'altro, e di ciò che è la nostra vita attualmente con l'altro, nonostante magari tante volte si è giunti al punto che ci si sente solamente prigionieri altrui e nient'altro che schiavi dei propri sentimenti.
Mi riferisco proprio a quegli attimi, quei microsecondi, che ogni volta prendono il sopravvento su tutto, nel momento topico in cui si è finalmente pronti con i bei discorsi e le frasi preparate a puntino per affrontare il nostro destino, attimi e microsecondi in cui tutto ciò che si è preparato, pensato e sofferto nei (magari) mesi precedenti, scompare... e lascia spazio solo a immagini di cose o persone a cui non è possibile assolutamente rinunciare.
Quell'esplodere di dopamina che praticamente divora il cervello, e ci spinge a volerne ancora di più e sognare che tutto ciò di cui si è "goduto" fino ad allora possa non smettere mai.
Sognare, non curanti, ovviamente, del fatto che, tutto ciò di cui s'è "goduto" fino ad allora, è da altrettanti mesi che non viene più alla luce.. ma lascia spazio, nei fatti, quelli reali, solo a tanta merda.
E allora perchè? Perchè se ogni qualvolta si impara la lezione, ogni qualvolta si riconosce che ci si sta solo pigliando per il culo, ogni qualvolta si riesce addirittura ad illuminarcisi sul fatto che tutto ciò a cui teniamo e che amiamo in quei momenti, non sono altro che proiezioni inconsce e totalmente endogene di ciò che noi vogliamo vedere di quella determinata cosa/rapporto/relazione, non si riesce mai a resistere a quegli attimi, quei "microsecondi" così densi?
Penso che la risposta sia proprio questa perversione autolesionistica.
Questa perversione e amore perverso della distruzione.
Amore per le cose che si degradano, si afflosciano, si decompongono.
C'è in ognuno di noi una (probabile) innata perversione per la morte e il decadere delle cose.
I media questo l'hanno capito bene, dato che ci propinano ogni giorno spettacoli sempre nuovi da adulare dalla perfetta comodità delle nostre poltrone.
Spettacoli che parlano di morti, massacri, suicidi, crisi, decadenze, paure, terrori, problemi, e, insomma, chi più ne ha più ne metta.
Però hanno ben centrato il punto. Ci nutrono in maniera piena e soddisfacente. Non c'è che dire.
Ma al di là dell'effetto globale e mediatico, c'è proprio una passione interiore per ciò che muore e che fa star male, ma ancor di più c'è una passione e un amore interiore per ciò che fa star male in particolare noi. Noi stessi.
Siamo così affezionati ed amanti di questa sensazione, di questo concetto anche, che non possiamo farne a meno.
E siamo così furbi, ingenui ed imbarazzati da questo concetto che siamo altrettanto abili a nasconderlo e a farlo passare sottopelle, in modo che risulti totalmente invisibile all'occhio intellettivo che determina alla luce il concetto che abbiamo di noi stessi.
E' una mistura perfetta. Pensandoci.
E' una mistura geniale, degna del più elevato demonio, devo dire.
Un fiume di perversione bollente, mascherato da una castità appannante che ci rende totalmente ignari di tutto ciò che avviene realmente dentro di noi e a nostro discapito ogni volta.
Eppure, il simpatico demonio, ha saputo pensare pure oltre!
S'è reso conto che comunque qualcuno avrebbe potuto sentire il puzzo che questa perversione, alla lunga, col suo scorrere, possa lasciare in giro, avrebbe potuto seguire la scia bavosa e sanguinante che si porta con sé, s'è ben accorto di rendere insospettabile e camuffare alla perfezione questo scorrere perverso e autolesionista a tal punto da nasconderlo al nostro occhio interiore, anche quando l'altrui persona riesca con gran audacia a farcelo notare!
Incredibile! Portentoso! Geniale!
Mi rendo conto allora, alla luce di tutto ciò, che deve trattarsi proprio di una caratteristica innata così ben radicata, che il bel demonio in questione solo in questa maniera abbia potuto incastrarla alla perfezione.
Dev'essere in sostanza qualcosa che, molto semplicemente, permea l'essere umano da dentro.
Un qualcosa che lo forma all'interno.
Un qualcosa di così portante e fondamentale d'essere paragonata a tutti i restanti lati caratteriali e fisici che vengono normalmente alla luce di cui tutti noi siamo al corrente.
Un qualcosa che, in sostanza, fa parte dell'uomo, della sua vita e che prende il ruolo di quella cosa della vita atta (e quindi UTILE) a farsi semplicemente del male. E' così, in sostanza, non c'è scampo.
Amiamo ucciderci lentamente. Amiamo soffrire e star male.
Ci si potrebbe soffermare e dibattere su questioni di educazione esclusiva riguardante la società occidentale o meno.. ma non ritengo sia questa la sede adatta.
Preferisco concentrare le forze sul tentare di concepire allora, vista la portante utilità di una tale funzione vitale, la funzione in cui si dirama e da cui deriva questo principio.
In sostanza penso che si tratti di un'intensa voglia di essere accuditi.
Di star male, soffrire, sentire le pene dell'inferno ed attendere realmente, con ardore, il momento in cui verremo ripescati e ricondotti con sane e calde cure sulla retta via dal nostro Salvatore di turno.
Ovviamente la parte del Salvatore non è mai endogena. In teoria lo sarebbe, ma forse qui entrano in gioco quei meccanismi educativi occidentali sopraccennati che, fanno di tutto per esternarla dal proprio contesto.
Dunque allora per la maggior parte dei casi, ci rimane soltanto una speranza di salvezza esterna.
Si tratta ovviamente, per la precisione, di una speranza, anche questa, totalmente inconscia.
Noi, consciamente, si è troppo concentrati sul lamentarsi e cercare soluzioni illusorie piuttosto.
Il resto del lavoro lo fanno i "sensi" e le pulsioni interne inconsce.
Sono loro che spesso ci guidano, come esemplificato più in alto in quei "microattimi".
E allora cos'è questo Salvatore?
Perché è così tanto necessario?
Il Salvatore può essere in realtà qualsiasi cosa.
Un Dio acquisito, un Dio rivelato, un Dio indotto per educazione, o semplicemente una cosa, una passione, un animale, o ancora ancora più semplicemente una persona.
Una persona che amiamo, una persona che ci è vicina.
Scavando a fondo nello scorrere personale degli eventi, in realtà, ci si rende conto che, fondamentalmente, il salvatore, in genere, corrisponde con due figure ben delineate, ognuna con il suo ruolo per altro:
i propri genitori.
La verità più profonda è questa.
E' come se fossimo dei perenni bambini che hanno ancora il terrore intriso nelle cellule del corpo di muovere "da soli" i primi passi verso la vita.
E' come se sto continuo lamentarsi, o prima ancora, soprattutto, generare autolesionismo, sia sintomo di cure e accudimenti mancati (probabilmente negli anni più sensibili dell'infanzia) da parte dei nostri genitori.
Sono mancanze (o eccessi in alcuni casi) che ci portiamo poi per sempre, per tutta la vita.
Ce li portiamo dietro, per lo meno, finché non decidiamo con gran coraggio di liberarcene.
Finché non decidiamo con gran forza di volontà di rompere il cerchio che si viene ogni qualvolta a creare, in tutte le circostanze sopracitate.. cioè praticamente sempre.
Sono mancanze, quindi tendenze autolesionistiche, quindi lamentele (in cerca di accudimento genitoriale) che riempiono le nostre vite (talvolta l'accudimento ricercato viene impersonato dai sogni e le illusioni inscenate nei rapporti), ma che in realtà le svuotano.. le svuotano di cose, di tante cose, che potrebbero avere un impatto molto più realistico sulla nostra personalità.
Mi rendo conto che la perversione autolesionistica sia dunque potenzialmente inutile.
La sua funzione sarà innata, sarà endogena, ma qualcosa mi fa sospettare che forse forse, sotto sotto, sia semplicemente "indotta".
A questo, a dir la verità, non riesco, né posso, ancora rispondere.
Ma allo stesso tempo mi rendo semplicemente conto che i dati a mia disposizione indicano il fatto che viviamo in una società piena di stimoli del genere.
Ogni cosa che ci circonda è così ed ognuna delle nostre vite, nel suo evolversi, è così.
Ad ognuno di noi si palesano mancanze o lamentele. Ognuno di noi tende a farsi del male prendendosi semplicemente in giro, o addirittura rendendo concreti gli effetti negativi talvolta.
La verità, io penso, è che il cerchio si possa rompere. Ma che in fondo, per ciò che c'è dato vivere oggi, non sia un lavoro così immediato e semplice.
Basti pensare a tutte le illusioni che nascono ogni qualvolta si provi a stare con qualcuno e che ogni volta si palesano quando quel "stare con qualcuno" volge al termine.
Tutte le volte che ci si aprono gli occhi da quella patina meravigliosa che ci propone solo sogni e versioni dorate di ciò che è l'altro, di ciò che ci circonda in quei momenti con l'altro, e di ciò che è la nostra vita attualmente con l'altro, nonostante magari tante volte si è giunti al punto che ci si sente solamente prigionieri altrui e nient'altro che schiavi dei propri sentimenti.
Mi riferisco proprio a quegli attimi, quei microsecondi, che ogni volta prendono il sopravvento su tutto, nel momento topico in cui si è finalmente pronti con i bei discorsi e le frasi preparate a puntino per affrontare il nostro destino, attimi e microsecondi in cui tutto ciò che si è preparato, pensato e sofferto nei (magari) mesi precedenti, scompare... e lascia spazio solo a immagini di cose o persone a cui non è possibile assolutamente rinunciare.
Quell'esplodere di dopamina che praticamente divora il cervello, e ci spinge a volerne ancora di più e sognare che tutto ciò di cui si è "goduto" fino ad allora possa non smettere mai.
Sognare, non curanti, ovviamente, del fatto che, tutto ciò di cui s'è "goduto" fino ad allora, è da altrettanti mesi che non viene più alla luce.. ma lascia spazio, nei fatti, quelli reali, solo a tanta merda.
E allora perchè? Perchè se ogni qualvolta si impara la lezione, ogni qualvolta si riconosce che ci si sta solo pigliando per il culo, ogni qualvolta si riesce addirittura ad illuminarcisi sul fatto che tutto ciò a cui teniamo e che amiamo in quei momenti, non sono altro che proiezioni inconsce e totalmente endogene di ciò che noi vogliamo vedere di quella determinata cosa/rapporto/relazione, non si riesce mai a resistere a quegli attimi, quei "microsecondi" così densi?
Penso che la risposta sia proprio questa perversione autolesionistica.
Questa perversione e amore perverso della distruzione.
Amore per le cose che si degradano, si afflosciano, si decompongono.
C'è in ognuno di noi una (probabile) innata perversione per la morte e il decadere delle cose.
I media questo l'hanno capito bene, dato che ci propinano ogni giorno spettacoli sempre nuovi da adulare dalla perfetta comodità delle nostre poltrone.
Spettacoli che parlano di morti, massacri, suicidi, crisi, decadenze, paure, terrori, problemi, e, insomma, chi più ne ha più ne metta.
Però hanno ben centrato il punto. Ci nutrono in maniera piena e soddisfacente. Non c'è che dire.
Ma al di là dell'effetto globale e mediatico, c'è proprio una passione interiore per ciò che muore e che fa star male, ma ancor di più c'è una passione e un amore interiore per ciò che fa star male in particolare noi. Noi stessi.
Siamo così affezionati ed amanti di questa sensazione, di questo concetto anche, che non possiamo farne a meno.
E siamo così furbi, ingenui ed imbarazzati da questo concetto che siamo altrettanto abili a nasconderlo e a farlo passare sottopelle, in modo che risulti totalmente invisibile all'occhio intellettivo che determina alla luce il concetto che abbiamo di noi stessi.
E' una mistura perfetta. Pensandoci.
E' una mistura geniale, degna del più elevato demonio, devo dire.
Un fiume di perversione bollente, mascherato da una castità appannante che ci rende totalmente ignari di tutto ciò che avviene realmente dentro di noi e a nostro discapito ogni volta.
Eppure, il simpatico demonio, ha saputo pensare pure oltre!
S'è reso conto che comunque qualcuno avrebbe potuto sentire il puzzo che questa perversione, alla lunga, col suo scorrere, possa lasciare in giro, avrebbe potuto seguire la scia bavosa e sanguinante che si porta con sé, s'è ben accorto di rendere insospettabile e camuffare alla perfezione questo scorrere perverso e autolesionista a tal punto da nasconderlo al nostro occhio interiore, anche quando l'altrui persona riesca con gran audacia a farcelo notare!
Incredibile! Portentoso! Geniale!
Mi rendo conto allora, alla luce di tutto ciò, che deve trattarsi proprio di una caratteristica innata così ben radicata, che il bel demonio in questione solo in questa maniera abbia potuto incastrarla alla perfezione.
Dev'essere in sostanza qualcosa che, molto semplicemente, permea l'essere umano da dentro.
Un qualcosa che lo forma all'interno.
Un qualcosa di così portante e fondamentale d'essere paragonata a tutti i restanti lati caratteriali e fisici che vengono normalmente alla luce di cui tutti noi siamo al corrente.
Un qualcosa che, in sostanza, fa parte dell'uomo, della sua vita e che prende il ruolo di quella cosa della vita atta (e quindi UTILE) a farsi semplicemente del male. E' così, in sostanza, non c'è scampo.
Amiamo ucciderci lentamente. Amiamo soffrire e star male.
Ci si potrebbe soffermare e dibattere su questioni di educazione esclusiva riguardante la società occidentale o meno.. ma non ritengo sia questa la sede adatta.
Preferisco concentrare le forze sul tentare di concepire allora, vista la portante utilità di una tale funzione vitale, la funzione in cui si dirama e da cui deriva questo principio.
In sostanza penso che si tratti di un'intensa voglia di essere accuditi.
Di star male, soffrire, sentire le pene dell'inferno ed attendere realmente, con ardore, il momento in cui verremo ripescati e ricondotti con sane e calde cure sulla retta via dal nostro Salvatore di turno.
Ovviamente la parte del Salvatore non è mai endogena. In teoria lo sarebbe, ma forse qui entrano in gioco quei meccanismi educativi occidentali sopraccennati che, fanno di tutto per esternarla dal proprio contesto.
Dunque allora per la maggior parte dei casi, ci rimane soltanto una speranza di salvezza esterna.
Si tratta ovviamente, per la precisione, di una speranza, anche questa, totalmente inconscia.
Noi, consciamente, si è troppo concentrati sul lamentarsi e cercare soluzioni illusorie piuttosto.
Il resto del lavoro lo fanno i "sensi" e le pulsioni interne inconsce.
Sono loro che spesso ci guidano, come esemplificato più in alto in quei "microattimi".
E allora cos'è questo Salvatore?
Perché è così tanto necessario?
Il Salvatore può essere in realtà qualsiasi cosa.
Un Dio acquisito, un Dio rivelato, un Dio indotto per educazione, o semplicemente una cosa, una passione, un animale, o ancora ancora più semplicemente una persona.
Una persona che amiamo, una persona che ci è vicina.
Scavando a fondo nello scorrere personale degli eventi, in realtà, ci si rende conto che, fondamentalmente, il salvatore, in genere, corrisponde con due figure ben delineate, ognuna con il suo ruolo per altro:
i propri genitori.
La verità più profonda è questa.
E' come se fossimo dei perenni bambini che hanno ancora il terrore intriso nelle cellule del corpo di muovere "da soli" i primi passi verso la vita.
E' come se sto continuo lamentarsi, o prima ancora, soprattutto, generare autolesionismo, sia sintomo di cure e accudimenti mancati (probabilmente negli anni più sensibili dell'infanzia) da parte dei nostri genitori.
Sono mancanze (o eccessi in alcuni casi) che ci portiamo poi per sempre, per tutta la vita.
Ce li portiamo dietro, per lo meno, finché non decidiamo con gran coraggio di liberarcene.
Finché non decidiamo con gran forza di volontà di rompere il cerchio che si viene ogni qualvolta a creare, in tutte le circostanze sopracitate.. cioè praticamente sempre.
Sono mancanze, quindi tendenze autolesionistiche, quindi lamentele (in cerca di accudimento genitoriale) che riempiono le nostre vite (talvolta l'accudimento ricercato viene impersonato dai sogni e le illusioni inscenate nei rapporti), ma che in realtà le svuotano.. le svuotano di cose, di tante cose, che potrebbero avere un impatto molto più realistico sulla nostra personalità.
Mi rendo conto che la perversione autolesionistica sia dunque potenzialmente inutile.
La sua funzione sarà innata, sarà endogena, ma qualcosa mi fa sospettare che forse forse, sotto sotto, sia semplicemente "indotta".
A questo, a dir la verità, non riesco, né posso, ancora rispondere.
Ma allo stesso tempo mi rendo semplicemente conto che i dati a mia disposizione indicano il fatto che viviamo in una società piena di stimoli del genere.
Ogni cosa che ci circonda è così ed ognuna delle nostre vite, nel suo evolversi, è così.
Ad ognuno di noi si palesano mancanze o lamentele. Ognuno di noi tende a farsi del male prendendosi semplicemente in giro, o addirittura rendendo concreti gli effetti negativi talvolta.
La verità, io penso, è che il cerchio si possa rompere. Ma che in fondo, per ciò che c'è dato vivere oggi, non sia un lavoro così immediato e semplice.
mercoledì 12 settembre 2012
Epistolario Sacro: Sacrum Facere
Volevo solo dipingermi di una vita sognante, dettata dalla fantasia e dal mio mondo interiore.
La vita reale non mi piace.
Mi da ancora, ogni volta, quel senso di disgusto.
Lo sento... è sempre li, anche quando le cose vanno bene..
Aleggia nel sottosuolo.
Tutto il mio amare nasce in fondo da una rinuncia alla vita.
Si nutre di infiniti attimi e paesaggi pittorici, sfondi armoniosi e fiumi dal luccichio celestiale.
E invece ho scelto la vita reale. Ancora una volta.
Ho deciso di confrontarmici ancora una volta. Di vedere e capire per l'ennesima volta cosa può darmi. Dove mi può portare.
Ho deciso di confrontarmici ancora una volta. Di vedere e capire per l'ennesima volta cosa può darmi. Dove mi può portare.
La vita reale non mi piace.
Mi da ancora, ogni volta, quel senso di disgusto.
Lo sento... è sempre li, anche quando le cose vanno bene..
Aleggia nel sottosuolo.
Tutto il mio amare nasce in fondo da una rinuncia alla vita.
Si nutre di infiniti attimi e paesaggi pittorici, sfondi armoniosi e fiumi dal luccichio celestiale.
Sono tutte cose che la vita reale non offre, molto spesso.
E quando li offre sono sempre di un intensità tale.. che io non riesco neanche a vederli.
E quando li offre sono sempre di un intensità tale.. che io non riesco neanche a vederli.
Riesco però sempre a fiutarli.
Solo che, quando accade, capisco dopo che la mia fiamma arde per una veste che puntualmente ogni volta ci ricucio sopra.
E' in fondo una mia veste.
Amo sempre e solo me.
Beh, mi ci perdo allora.
Perché è l'unica veste che mi calza a pennello.
E' l'unica veste che riesce a coprirmi dal freddo gelido che deriva da tutti gli altri momenti.
Perché è l'unica veste che mi calza a pennello.
E' l'unica veste che riesce a coprirmi dal freddo gelido che deriva da tutti gli altri momenti.
Senza di essa, rinuncio alla mia fame di vita. Rinuncio ad astenermi dalla vita. Muoio vivendo.
Volevo dipingermi di astratti abiti, e invece ho scelto te.
Volevo dormire e sognare, e invece tengo l'occhio sbarrato e proiettato sulla realtà che mi circonda.
Volevo perdermi in racconti di cui solo io fossi narratore, e invece scelgo che la realtà mi racconti delle sue intense fiabe.
Ho scelto di vivere e di viverti. Ho scelto di creare e vagabondare partendo da te.
Il mio cuore si fa grande e accoglie l'offerta del tuo mondo battagliero.
Della sua veste si distoglie e la poggia allora sulle tue spalle.
Del suo calore si fa forza e lo dona ad ogni tua lacrima dispersa.
Lui si perde qui. Affinché ogni suo battere sia degno della sua giusta causa.
..e qui mi accorgo che delle volte la realtà stessa ti concede i suoi tesori in lettere disperse nelle strade più intricate. Sembra impossibile a crederci, né la logica ne risponde, eppure ella sa perfettamente quando è bene consegnarti il proprio messaggio e in che luogo e preciso istante sarai tu li a ritrovarlo..
..giù. A terra.
..giù. A terra.
Jerome
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sabato 21 gennaio 2012
Morfina
E' strano come ogni essere umano reagisca sempre nella stessa identica maniera quando un qualcosa che procura in lui un forte benessere e una completa sensazione di appagamento, gli viene privato, tolto o semplicemente cessa di esistere.
Ogni drogato che si rispetti lo sa, quando gli eliminano la dose di eroina/morfina/qualsiasialtradrogachegeneridipendenza (e il discorso potrebbe allargarsi anche alle semplici canne.. con le dovute proporzioni, purchè generino in lui quel benessere sopracitato), tutte le sensazioni da lui provate, così come l'intera percezione del mondo che lo circonda, non fanno altro che virare verso un'unica direzione e nella gran parte dei casi con un'incredibile insistenza e priorità.
E' come se quella fonte di benessere divenisse l'unico scopo supremo e centralizzato della sua vita. Non c'è altro, non esistono variazioni, non esistono alternative, non esiste alcuna possibilità di vita "senza di Lei".
Trovo perfetto anche l'utilizzo di questo termine, Lei. Proprio perché questa sensazione di rinuncia inaccettabile, di vivere una vita impossibile e totalmente vuota senza quella sostanza o senza quella cosa, è la stessa che provano gli innamorati nelle loro fasi più acute.
Quante volte ci si è trovati in situazioni in cui persone recitavano queste stesse parole di impossibilità di vita, di non avere alcuna possibilità per il futuro e non voler più continuare a vivere, proprio dopo aver perso la persona amata? Quante altre volte ci si è ritrovati noi stessi in quelle situazioni, senza via d'uscita, senza alternative, come se da quel giorno in poi la nostra vita non avesse più valore e non valesse più la pena fare nulla... per poi riscoprirci un giorno, un mese, sei mesi dopo (nei casi più gravi anche un paio d'annetti) pronti a rinnegare tutto, a darci degli idioti, degli imbecilli con tutta una serie di ragionamenti brillanti e consapevoli, su come in quel periodo si fosse stupidamente presi da una cosa sola e come non si riuscisse a trovarne soluzione?
E' vero, in questi casi il tempo aiuta molto; nei casi di dipendenza da droghe anche, ma talvolta non basta solo quello.
Eppure esistono casi in cui la similitudine tra i due contesti è praticamente coincidente. Esistono casi in cui questa dipendenza non riesce proprio ad affievolirsi, o a cessare del tutto magari. Esistono casi in cui il tempo amalgama bene le sensazioni e le pulsioni attrattive, ma che magari alla lunga portano l'individuo a cascare nuovamente negli stessi processi. Esistono casi in cui ci sembra di essere guariti del tutto, sia per il tempo trascorso, sia per la nuova grande consapevolezza emersa dalle esperienze, ci si sente forgiati e forti di ciò che si è vissuto e compreso e pronti ad affrontare una nuova avventura.. e puntualmente si ricade al punto precedente.
In tutti questi casi, e in tutti gli altri immaginabili, le due situazioni contestuali continuano a coesistere tranquillamente con le stesse dinamiche.
Sono sempre gli stessi identici comportamenti a guidarci. Le stesse funzioni psichiche:
manca qualcosa di fondamentale? ---> io non posso vivere; non riesco a vivere senza quel qualcosa? ---> devo provare a riottenerlo; capisco che riottenerlo è dannoso per me? o magari impossibile? --->
comincio a perdere il controllo e fare gesti avventati magari; riprendo possesso di me stesso anche se in maniera parziale? ---> cerco di convincermi che quel qualcosa non sia per me più necessario.
E dopo? Dopo avviene che o si ricasca sul fatto, o si scarica quella quantità di libido in continua ricerca di un qualcosa, su una nuova dipendenza.
E' proprio così. O si cambia droga, o si ripesca la stessa identica con gesti, modi e vie non sempre molto chiare, pulite o legali.
E' come se comunque questo gesto di dipendenza riesca lo stesso ad averla vinta. Come se fosse inarrestabile. Come se fosse una parte necessaria e inscindibile di noi stessi.
E se davvero così fosse?
Pensandoci ogni esperienza della vita, per essere tale ed attrarre di conseguenza il nostro interesse, o quantomeno la nostra attenzione, deve in un qualche modo per forza di cose creare dipendenza, almeno per un determinato (variabile) periodo.
Se ciò non avviene, vuol dire che quell'esperienza non è soddisfacente, non ci ritorna un qualcosa di utile, non ci interessa.
E' come se fosse una specie di mercato, come un po le azioni in borsa.
Si decide di investire su una determinata azione (esperienza) un tot denaro (energia), partendo dal fatto che ci si senta fiduciosi nei suoi riguardi e che questa generi in noi quella quantità sufficiente d'interesse tale a farci ben sperare in futuro di conseguenza (una persona con determinati interessi comuni, o che ci ha colpiti o nel caso parallelo una droga che provochi delle forti e piacevoli sensazioni appaganti); e proprio come in borsa a seconda dei movimenti del mercato e magari anche di come tu gestisci il tuo portafoglio (il modo in cui tu ti relazioni a questa persona/esperienza), ecco che si ottiene una vincita o una perdita.
Ecco che comunque (cosa più importante) si cerca di ottenere un qualcosa. Un qualcosa da cui temporaneamente dipendiamo per giunta!
Si cerca sempre di ottenere un qualcosa da chiunque. Persone, amici, nemici, amori... e così via.
Quando ciò non avviene, come detto, significa che queste non fanno parte del nostro universo in quel determinato istante/periodo di tempo.
Esistono dunque persone/droghe/sostanze/esperienze che riescono a centralizzare (dal nostro punto di vista, certamente... ma anche tramite il loro semplice essere) una forte quantità di interesse (o libido volendo) da parte della nostra persona, rispetto ad altre. Esistono persone la cui attrazione nei nostri confronti diventa talvolta eccessiva e incontrollabile. Esistono persone che riescono a coinvolgere la nostra sfera emotiva/sensoriale/percettiva/intellettiva (talvolta più una che l'altra.. talvolta la totalità del nostro sé) indubbiamente più di altre. Ed ecco che di conseguenza queste generano quella famosa dipendenza.. sia che le otteniamo, sia che le perdiamo, sia che stiamo in ansia per ottenerle, e così via.
E' come se queste persone avessero un carico d'interesse tale che tutte le altre (e come detto, talvolta tutto il resto) venissero offuscate. Come se in quel mercato borsistico si investisse in una singola azione tutto il nostro capitale, forti di tanta fiducia e attrazione da diventare ciechi e irresponsabili sul nostro operato, ma confortati dalla visione rosea e gratificante che tanta fiducia e attrazione portano illusoriamente a generarci.
Ed è proprio questa finta (ma tanto reale) visione rosea che, quando il mercato crolla, la nostra azione perde, e la nostra sostanza scompare, di conseguenza ci frusta senza pietà, trasformandosi in una visione totalmente buia e nera, forte adesso di tanti rimpianti e scialbi tentativi di giustificazione quali "ma io ci credevo molto", "io mi fidavo", "avevo investito bene la mia fiducia ("i miei soldi")", che ovviamente non portano ad alcuna soluzione lucida e realmente appagante.
Col tempo sembra che questa visione si ricolori un po di più, che ritornino alcune scale di grigi e successivamente bianchi e magari qualche colore in più al lungo andare.
Ma talvolta esistono macchie nere che risultano molto incisive e ancora per lungo tempo.
Quando poi si riesce miracolosamente a scrostarle dalla propria psiche, e si cerca di ritornare a ricostruire quel mondo colorato e con quel giusto di roseo che serve per portare avanti la baracca, ecco che, come detto sopra, ci si ricasca di nuovo. Stavolta l'azione ha un nome diverso, ma svolge in noi la stessa identica funzione in fin dei conti, riattivando lo stesso meccanismo precedente.
Osservando alla lunga questa dinamica, mi sono reso conto che forse tutto ciò è normale e fa parte semplicemente dell'umana psiche, che magari è un po più accentuato per i casi la cui genetica predispone un atteggiamento più marcato per la dipendenza, per il non "saper restare da soli", per l'aver continuamente bisogno di qualcuno (o in sostituzione qualcosa) a cui dedicare l'esistenza.
Tramite vani lunghi personali tentativi di distruzione di questa orrifica dinamica poi, sono giunto ancor più alla conclusione che il postulato sopracitato sia sempre più probabile.
E' come se, eliminando la necessità di qualcosa o qualcuno a cui appartenere e per cui compiere (anche soltanto idealmente) ogni singola azione, di riflesso l'io e tutte le esperienze a lui legate e conseguenti sparissero, perdessero totalmente di valore e dunque nulla avesse più senso, se non rimuginare sulla non esistenza delle cose (appunto).
Come se l'io da solo non bastasse per autoappagarsi. Come se per trovare un giusto appagamento dalla più piccola delle proprie azioni, l'io avesse sempre bisogno di qualcosa o qualcuno a dover poi confermare il lavoro svolto per ogni esperienza e di conseguenza approvarlo. Come a dover dimostrare ogni volta a qualcuno qualcosa per poter ottenere appagamento e soddisfazione.
Il solo dimostrare a se stessi non sarebbe più sufficiente.
Penso però che in questo contesto il problema si ponga più per una questione di "intensità" che altro.
Intensità, probabilmente un po genetica, un po culturale ed educativa, intesa come la quantità di energie spese a servizio di una singola cosa, che, essendo eccessiva, prescinde poi tutte le altre.
Ritengo che ogni essere umano abbia l'innata necessità, come condizione esistenziale della propria psiche, di essere riconosciuto dal contesto che lo circonda; sia questo costituito da persone, da una comunità sociale, sia un ambiente naturale, un animale e così via. L'importante è che qualsiasi cosa lo circondi, gli dia un ruolo all'interno del contesto che lo circonda.
Eliminato questo ruolo, si elimina anche l'essere umano o quantomeno la sua psiche. Come se questa smettesse all'improvviso di funzionare, come se perdesse totalmente di valore.
E' come se la psiche stessa, secondo il ragionamento di cui sopra, si nutrisse di questo contesto esterno per vivere.
La creazione di Dio da parte dell'uomo, e di termini come Amore, Odio, Nulla, Caos e tutte quelle altre terminologie che determinano assolutezza, immortalità ed una definizione "certa" e "statica" di un qualsiasi concetto o evento della vita, ne sono la più lampante testimonianza. La creazione del linguaggio stesso lo è.
Dio, Amore, Caos, Nulla, sono tutti termini utilizzati dall'uomo per spiegare l'inspiegabile.
Il linguaggio, tutte le parole e i gesti che compongono un linguaggio sono, sotto un'attenta analisi, allo stesso modo gesti e parole utilizzati per spiegare un qualcosa che l'uomo non può spiegarsi.
E a che pro essi vengono creati ed utilizzati se comunque non servono a spiegare nulla?
Semplice, per comunicare. Per un qualsiasi tipo di comunicazione, "spiegare" è necessario. Così come è necessario dare una definizione alle cose.
Senza spiegazione, senza definizione, senza "fermare" un pezzo di realtà, non è possibile comunicare nulla.
Di conseguenza allora ci si dovrebbe interrogare su quale funzione ricopra per la psiche l'atto di comunicare.
La risposta più semplice suggerirebbe l'idea di un atto nato per mettere in correlazione due entità tra loro. Per farle sentire in comunicazione appunto, in empatia, in contatto. Di conseguenza questo contatto dovrà apportare un qualcosa ad ognuna delle due entità separate. Se così non fosse, non avverrebbe alcun contatto come detto sopra. Se non ci fosse interesse e di conseguenza uno scambio, non si avrebbe alcun contatto ne alcun guadagno.
Quindi ogni relazione può essere intuita come un continuo scambio di interessi. Un mercato.
Un mercato dove ognuno guadagna un qualcosa. C'è chi guadagna titoli-fiducia e stima, imposti sull'altro; c'è chi guadagna titoli-consigli e guida, sottomettendosi all'altro. Talvolta lo scambio avviene tramite un alternarsi di questi due ruoli. L'importante è che questo scambio generi un certo tipo di appagamento comunque.
Ciò riporta la mia riflessione al punto:
ogni essere umano ha bisogno di uno scambio. Ha bisogno di creare un Dio a cui dare qualcosa e da cui ricevere qualcosa. Ha bisogno di creare un entità da cui dipendere e a cui poter talvolta creare dipendenza.
Ci sono poi esseri umani più predisposti (come detto da geni e cultura) per creare dipendenza ed altri per subire dipendenza.
Se si elimina quest'entità alla radice, se si priva di valore questa entità, concentrandosi magari per conseguenza su una forte centralizzazione e chiusura verso il proprio ego, si giunge al triste risultato che il proprio ego non possa vivere, come un cuore in cui non scorra più alcuna goccia di sangue da poter rimettere in circolo.
Nei casi esaminati all'inizio di questo documento, è facile riscontrare adesso i meccanismi che portano a quelle "strane" reazioni, che poi strane non sono a quanto pare, di non-vita e forte dipendenza sopraelencate.
C'è da sottolineare però molto attentamente che comunque anche la predisposizione genetico/culturale che porta gli individui a cadere in una dipendenza è sempre una questione meccanica e non caratteristica.
Ciò si presenta come una differenza fondamentale dal momento in cui anche una persona predisposta per la creazione di dipendenza, a livello genetico/culturale, subisce certamente durante la propria vita una dipendenza da qualcosa. E' come se in fondo fossimo tutti dei nodi interdipendenti in questo mondo e che ci differenziassimo l'un l'altro solo per l'accentuazione di talune caratteristiche rispetto ad altre, ed operassimo in continuazione in quegli interscambi già descritti per mandare avanti la macchina individuale e di conseguenza globale che costituisce la nostra vita.
Diviene allora facile concepire come di conseguenza ogni nodo può dipendere e creare dipendenza ad un altro allo stesso tempo. Per la gran parte dei casi si tratterà però di nodi differenti, ma in alcune tipologie si potrà riscontrare questo duplice effetto anche su uno stesso nodo di questa fantomatica rete.
Se questo tipo di dipendenza è allora così necessaria, bisognerebbe soltanto imparare talvolta a gestirla. A gestire quell'intensità che non ci permette di equilibrarci negli atti, nei gesti e nel sentirci attaccati a quella determinata cosa.
Siamo un continuo sballottolare di sensazioni, istinti e pulsioni e talvolta mantenere il controllo, quando vengono generati certi meccanismi e attivate certe pulsioni, è la cosa più difficile da fare.
In questi contesti tutto il lavoro sta nel trovare un po d'amore per noi stessi, inteso come un forte sentimento d'accettazione per quello che siamo, facciamo e viviamo e riuscire da questo a ripartire per puntare nuovi obiettivi da agganciare come bersagli da cui diverremo temporaneamente e giustamente dipendenti.. il tempo di averli raggiunti e aver provato appagamento dal conseguimento di tali scopi però.
Terminato questo tempo, bisogna esser bravi a tornare un attimo su noi stessi e riuscire allo stesso modo in cui abbiamo creato la dipendenza da quell'obiettivo, a tesserne una anche riguardo noi e la nostra totalità psichica, in modo da controbilanciare la forte spinta attrattiva che ci rende schiavi di quell'oggetto insostituibile.
Talvolta ci vuole una forte contro-spinta, talvolta la cosa diventa molto più facile.
In ogni caso tutto sta a noi e a ciò che vogliamo ottenere in quel momento dalla nostra vita.
«Secondo l'ambiente e le condizioni della nostra vita, un istinto emerge come il più stimato e dominante; in particolare, pensiero, volontà e sentimento si trasformano in suoi strumenti»
Friedrich Wilhelm Nietzsche
Ogni drogato che si rispetti lo sa, quando gli eliminano la dose di eroina/morfina/qualsiasialtradrogachegeneridipendenza (e il discorso potrebbe allargarsi anche alle semplici canne.. con le dovute proporzioni, purchè generino in lui quel benessere sopracitato), tutte le sensazioni da lui provate, così come l'intera percezione del mondo che lo circonda, non fanno altro che virare verso un'unica direzione e nella gran parte dei casi con un'incredibile insistenza e priorità.
E' come se quella fonte di benessere divenisse l'unico scopo supremo e centralizzato della sua vita. Non c'è altro, non esistono variazioni, non esistono alternative, non esiste alcuna possibilità di vita "senza di Lei".
Trovo perfetto anche l'utilizzo di questo termine, Lei. Proprio perché questa sensazione di rinuncia inaccettabile, di vivere una vita impossibile e totalmente vuota senza quella sostanza o senza quella cosa, è la stessa che provano gli innamorati nelle loro fasi più acute.
Quante volte ci si è trovati in situazioni in cui persone recitavano queste stesse parole di impossibilità di vita, di non avere alcuna possibilità per il futuro e non voler più continuare a vivere, proprio dopo aver perso la persona amata? Quante altre volte ci si è ritrovati noi stessi in quelle situazioni, senza via d'uscita, senza alternative, come se da quel giorno in poi la nostra vita non avesse più valore e non valesse più la pena fare nulla... per poi riscoprirci un giorno, un mese, sei mesi dopo (nei casi più gravi anche un paio d'annetti) pronti a rinnegare tutto, a darci degli idioti, degli imbecilli con tutta una serie di ragionamenti brillanti e consapevoli, su come in quel periodo si fosse stupidamente presi da una cosa sola e come non si riuscisse a trovarne soluzione?
E' vero, in questi casi il tempo aiuta molto; nei casi di dipendenza da droghe anche, ma talvolta non basta solo quello.
Eppure esistono casi in cui la similitudine tra i due contesti è praticamente coincidente. Esistono casi in cui questa dipendenza non riesce proprio ad affievolirsi, o a cessare del tutto magari. Esistono casi in cui il tempo amalgama bene le sensazioni e le pulsioni attrattive, ma che magari alla lunga portano l'individuo a cascare nuovamente negli stessi processi. Esistono casi in cui ci sembra di essere guariti del tutto, sia per il tempo trascorso, sia per la nuova grande consapevolezza emersa dalle esperienze, ci si sente forgiati e forti di ciò che si è vissuto e compreso e pronti ad affrontare una nuova avventura.. e puntualmente si ricade al punto precedente.
In tutti questi casi, e in tutti gli altri immaginabili, le due situazioni contestuali continuano a coesistere tranquillamente con le stesse dinamiche.
Sono sempre gli stessi identici comportamenti a guidarci. Le stesse funzioni psichiche:
manca qualcosa di fondamentale? ---> io non posso vivere; non riesco a vivere senza quel qualcosa? ---> devo provare a riottenerlo; capisco che riottenerlo è dannoso per me? o magari impossibile? --->
comincio a perdere il controllo e fare gesti avventati magari; riprendo possesso di me stesso anche se in maniera parziale? ---> cerco di convincermi che quel qualcosa non sia per me più necessario.
E dopo? Dopo avviene che o si ricasca sul fatto, o si scarica quella quantità di libido in continua ricerca di un qualcosa, su una nuova dipendenza.
E' proprio così. O si cambia droga, o si ripesca la stessa identica con gesti, modi e vie non sempre molto chiare, pulite o legali.
E' come se comunque questo gesto di dipendenza riesca lo stesso ad averla vinta. Come se fosse inarrestabile. Come se fosse una parte necessaria e inscindibile di noi stessi.
E se davvero così fosse?
Pensandoci ogni esperienza della vita, per essere tale ed attrarre di conseguenza il nostro interesse, o quantomeno la nostra attenzione, deve in un qualche modo per forza di cose creare dipendenza, almeno per un determinato (variabile) periodo.
Se ciò non avviene, vuol dire che quell'esperienza non è soddisfacente, non ci ritorna un qualcosa di utile, non ci interessa.
E' come se fosse una specie di mercato, come un po le azioni in borsa.
Si decide di investire su una determinata azione (esperienza) un tot denaro (energia), partendo dal fatto che ci si senta fiduciosi nei suoi riguardi e che questa generi in noi quella quantità sufficiente d'interesse tale a farci ben sperare in futuro di conseguenza (una persona con determinati interessi comuni, o che ci ha colpiti o nel caso parallelo una droga che provochi delle forti e piacevoli sensazioni appaganti); e proprio come in borsa a seconda dei movimenti del mercato e magari anche di come tu gestisci il tuo portafoglio (il modo in cui tu ti relazioni a questa persona/esperienza), ecco che si ottiene una vincita o una perdita.
Ecco che comunque (cosa più importante) si cerca di ottenere un qualcosa. Un qualcosa da cui temporaneamente dipendiamo per giunta!
Si cerca sempre di ottenere un qualcosa da chiunque. Persone, amici, nemici, amori... e così via.
Quando ciò non avviene, come detto, significa che queste non fanno parte del nostro universo in quel determinato istante/periodo di tempo.
Esistono dunque persone/droghe/sostanze/esperienze che riescono a centralizzare (dal nostro punto di vista, certamente... ma anche tramite il loro semplice essere) una forte quantità di interesse (o libido volendo) da parte della nostra persona, rispetto ad altre. Esistono persone la cui attrazione nei nostri confronti diventa talvolta eccessiva e incontrollabile. Esistono persone che riescono a coinvolgere la nostra sfera emotiva/sensoriale/percettiva/intellettiva (talvolta più una che l'altra.. talvolta la totalità del nostro sé) indubbiamente più di altre. Ed ecco che di conseguenza queste generano quella famosa dipendenza.. sia che le otteniamo, sia che le perdiamo, sia che stiamo in ansia per ottenerle, e così via.
E' come se queste persone avessero un carico d'interesse tale che tutte le altre (e come detto, talvolta tutto il resto) venissero offuscate. Come se in quel mercato borsistico si investisse in una singola azione tutto il nostro capitale, forti di tanta fiducia e attrazione da diventare ciechi e irresponsabili sul nostro operato, ma confortati dalla visione rosea e gratificante che tanta fiducia e attrazione portano illusoriamente a generarci.
Ed è proprio questa finta (ma tanto reale) visione rosea che, quando il mercato crolla, la nostra azione perde, e la nostra sostanza scompare, di conseguenza ci frusta senza pietà, trasformandosi in una visione totalmente buia e nera, forte adesso di tanti rimpianti e scialbi tentativi di giustificazione quali "ma io ci credevo molto", "io mi fidavo", "avevo investito bene la mia fiducia ("i miei soldi")", che ovviamente non portano ad alcuna soluzione lucida e realmente appagante.
Col tempo sembra che questa visione si ricolori un po di più, che ritornino alcune scale di grigi e successivamente bianchi e magari qualche colore in più al lungo andare.
Ma talvolta esistono macchie nere che risultano molto incisive e ancora per lungo tempo.
Quando poi si riesce miracolosamente a scrostarle dalla propria psiche, e si cerca di ritornare a ricostruire quel mondo colorato e con quel giusto di roseo che serve per portare avanti la baracca, ecco che, come detto sopra, ci si ricasca di nuovo. Stavolta l'azione ha un nome diverso, ma svolge in noi la stessa identica funzione in fin dei conti, riattivando lo stesso meccanismo precedente.
Osservando alla lunga questa dinamica, mi sono reso conto che forse tutto ciò è normale e fa parte semplicemente dell'umana psiche, che magari è un po più accentuato per i casi la cui genetica predispone un atteggiamento più marcato per la dipendenza, per il non "saper restare da soli", per l'aver continuamente bisogno di qualcuno (o in sostituzione qualcosa) a cui dedicare l'esistenza.
Tramite vani lunghi personali tentativi di distruzione di questa orrifica dinamica poi, sono giunto ancor più alla conclusione che il postulato sopracitato sia sempre più probabile.
E' come se, eliminando la necessità di qualcosa o qualcuno a cui appartenere e per cui compiere (anche soltanto idealmente) ogni singola azione, di riflesso l'io e tutte le esperienze a lui legate e conseguenti sparissero, perdessero totalmente di valore e dunque nulla avesse più senso, se non rimuginare sulla non esistenza delle cose (appunto).
Come se l'io da solo non bastasse per autoappagarsi. Come se per trovare un giusto appagamento dalla più piccola delle proprie azioni, l'io avesse sempre bisogno di qualcosa o qualcuno a dover poi confermare il lavoro svolto per ogni esperienza e di conseguenza approvarlo. Come a dover dimostrare ogni volta a qualcuno qualcosa per poter ottenere appagamento e soddisfazione.
Il solo dimostrare a se stessi non sarebbe più sufficiente.
Penso però che in questo contesto il problema si ponga più per una questione di "intensità" che altro.
Intensità, probabilmente un po genetica, un po culturale ed educativa, intesa come la quantità di energie spese a servizio di una singola cosa, che, essendo eccessiva, prescinde poi tutte le altre.
Ritengo che ogni essere umano abbia l'innata necessità, come condizione esistenziale della propria psiche, di essere riconosciuto dal contesto che lo circonda; sia questo costituito da persone, da una comunità sociale, sia un ambiente naturale, un animale e così via. L'importante è che qualsiasi cosa lo circondi, gli dia un ruolo all'interno del contesto che lo circonda.
Eliminato questo ruolo, si elimina anche l'essere umano o quantomeno la sua psiche. Come se questa smettesse all'improvviso di funzionare, come se perdesse totalmente di valore.
E' come se la psiche stessa, secondo il ragionamento di cui sopra, si nutrisse di questo contesto esterno per vivere.
La creazione di Dio da parte dell'uomo, e di termini come Amore, Odio, Nulla, Caos e tutte quelle altre terminologie che determinano assolutezza, immortalità ed una definizione "certa" e "statica" di un qualsiasi concetto o evento della vita, ne sono la più lampante testimonianza. La creazione del linguaggio stesso lo è.
Dio, Amore, Caos, Nulla, sono tutti termini utilizzati dall'uomo per spiegare l'inspiegabile.
Il linguaggio, tutte le parole e i gesti che compongono un linguaggio sono, sotto un'attenta analisi, allo stesso modo gesti e parole utilizzati per spiegare un qualcosa che l'uomo non può spiegarsi.
E a che pro essi vengono creati ed utilizzati se comunque non servono a spiegare nulla?
Semplice, per comunicare. Per un qualsiasi tipo di comunicazione, "spiegare" è necessario. Così come è necessario dare una definizione alle cose.
Senza spiegazione, senza definizione, senza "fermare" un pezzo di realtà, non è possibile comunicare nulla.
Di conseguenza allora ci si dovrebbe interrogare su quale funzione ricopra per la psiche l'atto di comunicare.
La risposta più semplice suggerirebbe l'idea di un atto nato per mettere in correlazione due entità tra loro. Per farle sentire in comunicazione appunto, in empatia, in contatto. Di conseguenza questo contatto dovrà apportare un qualcosa ad ognuna delle due entità separate. Se così non fosse, non avverrebbe alcun contatto come detto sopra. Se non ci fosse interesse e di conseguenza uno scambio, non si avrebbe alcun contatto ne alcun guadagno.
Quindi ogni relazione può essere intuita come un continuo scambio di interessi. Un mercato.
Un mercato dove ognuno guadagna un qualcosa. C'è chi guadagna titoli-fiducia e stima, imposti sull'altro; c'è chi guadagna titoli-consigli e guida, sottomettendosi all'altro. Talvolta lo scambio avviene tramite un alternarsi di questi due ruoli. L'importante è che questo scambio generi un certo tipo di appagamento comunque.
Ciò riporta la mia riflessione al punto:
ogni essere umano ha bisogno di uno scambio. Ha bisogno di creare un Dio a cui dare qualcosa e da cui ricevere qualcosa. Ha bisogno di creare un entità da cui dipendere e a cui poter talvolta creare dipendenza.
Ci sono poi esseri umani più predisposti (come detto da geni e cultura) per creare dipendenza ed altri per subire dipendenza.
Se si elimina quest'entità alla radice, se si priva di valore questa entità, concentrandosi magari per conseguenza su una forte centralizzazione e chiusura verso il proprio ego, si giunge al triste risultato che il proprio ego non possa vivere, come un cuore in cui non scorra più alcuna goccia di sangue da poter rimettere in circolo.
Nei casi esaminati all'inizio di questo documento, è facile riscontrare adesso i meccanismi che portano a quelle "strane" reazioni, che poi strane non sono a quanto pare, di non-vita e forte dipendenza sopraelencate.
C'è da sottolineare però molto attentamente che comunque anche la predisposizione genetico/culturale che porta gli individui a cadere in una dipendenza è sempre una questione meccanica e non caratteristica.
Ciò si presenta come una differenza fondamentale dal momento in cui anche una persona predisposta per la creazione di dipendenza, a livello genetico/culturale, subisce certamente durante la propria vita una dipendenza da qualcosa. E' come se in fondo fossimo tutti dei nodi interdipendenti in questo mondo e che ci differenziassimo l'un l'altro solo per l'accentuazione di talune caratteristiche rispetto ad altre, ed operassimo in continuazione in quegli interscambi già descritti per mandare avanti la macchina individuale e di conseguenza globale che costituisce la nostra vita.
Diviene allora facile concepire come di conseguenza ogni nodo può dipendere e creare dipendenza ad un altro allo stesso tempo. Per la gran parte dei casi si tratterà però di nodi differenti, ma in alcune tipologie si potrà riscontrare questo duplice effetto anche su uno stesso nodo di questa fantomatica rete.
Se questo tipo di dipendenza è allora così necessaria, bisognerebbe soltanto imparare talvolta a gestirla. A gestire quell'intensità che non ci permette di equilibrarci negli atti, nei gesti e nel sentirci attaccati a quella determinata cosa.
Siamo un continuo sballottolare di sensazioni, istinti e pulsioni e talvolta mantenere il controllo, quando vengono generati certi meccanismi e attivate certe pulsioni, è la cosa più difficile da fare.
In questi contesti tutto il lavoro sta nel trovare un po d'amore per noi stessi, inteso come un forte sentimento d'accettazione per quello che siamo, facciamo e viviamo e riuscire da questo a ripartire per puntare nuovi obiettivi da agganciare come bersagli da cui diverremo temporaneamente e giustamente dipendenti.. il tempo di averli raggiunti e aver provato appagamento dal conseguimento di tali scopi però.
Terminato questo tempo, bisogna esser bravi a tornare un attimo su noi stessi e riuscire allo stesso modo in cui abbiamo creato la dipendenza da quell'obiettivo, a tesserne una anche riguardo noi e la nostra totalità psichica, in modo da controbilanciare la forte spinta attrattiva che ci rende schiavi di quell'oggetto insostituibile.
Talvolta ci vuole una forte contro-spinta, talvolta la cosa diventa molto più facile.
In ogni caso tutto sta a noi e a ciò che vogliamo ottenere in quel momento dalla nostra vita.
«Secondo l'ambiente e le condizioni della nostra vita, un istinto emerge come il più stimato e dominante; in particolare, pensiero, volontà e sentimento si trasformano in suoi strumenti»
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