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venerdì 5 ottobre 2018

Il Cerchio Dell'Anima

Ho distrutto e ricomposto me stesso tante volte,
d'esser giunto ad un'era in cui non temo più la morte.
É per ciò che posso concedermi tutto questo,
poiché sento il mio esaurirsi lungo il suo muoversi perennemente in ritardo.
É così la vita dunque,
scorre lenta e inesorabile,
eppur si muove sempre nel trasmettermi qualcosa.

Io ch'ero abituato a trovarmi tra i soli che sceglievano d'esser soli,
resto qui tra i soli che si riducono ad esser soli soltanto,
abbandonato al tempo in cui nessuno sceglie d'esser scelto
scorgo anime cui l'agognata sorte lascia segni in pasto alla morte.
Qui questa si appresta a divenir fine ultima e inoppugnabile.

Fu così che partimmo quel giorno, per raggiungere luoghi consoni alla più innata purezza.
Ci ritrovammo quel giorno, perduti nelle lande in cui l'apatia di una calma piatta regna armonica in tutta la sua interezza.
Così di striscio cercammo tra le sinuose curvature un senso che ci rendesse via d'uscita,
così di slancio muovemmo il corpo, scivolando prima che la luce andasse via sbiadita.
Nel giallo dei più fruttuosi raccolti rispecchiammo la nostra anima imbianchita.
Nel grigio dei più impetuosi risvolti ritrovammo la nostra lacrima restituita.

Chi ha le chiavi dello spirito conosce il tempo, il mondo, le risposte,
ma ad un'esistenza vana e triste tende comunque ad averle riproposte.
L'esistenza terrena è fatta del frutto di tutte quelle parole
che rendono immobile pure il passo futile dell'amore.

Preso in cerca del segreto di quell'antica giovinezza,
come l'alchimista stolto
m'appresto a cogliere avido il segreto dell'oro dalla pietra grezza
e di questo, e soltanto di questo, riesco a infonderne invano la grandezza.

Sono il martire silenzioso dell'esistenza.
La mia impresa segue l'ombra,
la mia ascesa la pendenza.

Nasce l'animo dell'uomo per edificare ciò che ad egli spetta ad ogni passo.
Ed ogni anima pia ben comprende quanto il fardello tenda per il collasso.

Non siete voi amanti di me,
siete voi amanti di un principio,
mai siete stati voi amanti di me.

É per questo dunque,
che l'alchimia non è cosa esoterica, l'alchimia non riguarda la pietra.
L'alchimia riguarda la vita.




venerdì 11 settembre 2015

In Principio era l'Indeterminabile

Dio è dove non si può vedere.
È così soltanto che lo si può trovare.
Con ciò si determina la sua esistenza.
Con ciò si indetermina la sua esistenza.

Credere in Dio è un gioco.
È un gioco che non permette di non esser più bambini.
Chiedere cura, protezione, amore,
chiudersi in fasce, chiudere le fenditure ad un mondo così intenso.
Credere in Dio è un gioco.
Poiché l'unica cosa che dà senno a questo luogo
non è nient'altro che la morte.

Credere nella morte non è un gioco.
La morte allaga ogni cosa e comanda incertezza,
e poiché da essa non vi è clemenza.
credere in Dio è il modo.

Credere in Dio è il modo.
È il modo per alludere alla salvezza, per poter credere con fermezza.
Chiedere moto, scopo, posizione,
è il modo per perdersi in mete ed orizzonti tutt'altro che inscindibili.
Credere in Dio è il modo.
Poiché l'unica cosa che da senno a questo luogo
non è nient'altro che il senso.

Il senso è il moto. Il senso è la posizione.
Dio abbraccia ogni moto.
Dio abbraccia ogni posizione.
Abbraccia idoli che non siano noi stessi,
dona sfarzo alla pretesa di rimanere disconnessi.
Dio si nasconde, Dio si annoda
Dio si estende lungo lo scorrere invisibile che determina ogni immagine di sè.

Ringrazio Carlo, Federico e Guglielmo per avermi portato qui.

giovedì 20 novembre 2014

A Torinó Kutya

Tenere i piedi saldi in alcun posto,
questo navigare
è il mio sadico racconto.
Sospeso in torrioni,
tra le funi,
dalle stanze più buie s'offuscano i vetri;
non è più vero ciò che osservo.
L'infausta creazione di un mondo che non ha più confini, 
né termini fragili,
in cui sia possibile affossare alcun appoggio.
Sì ch'ogni parte non m'appartenga,
che conceda alla vista
soltanto margini più stretti;
nulla è più ciò che mi circonda.
Muovendomi senza le redini
disperdo le parti,
in quanto vittima sacrificale,
mi offro alla stregua
di un più congegnato incrocio,
mi spengo,
mi lascio affondare tra i machiavellici risvolti di questo insano frutto.
Come in una zattera,
in un continuo spostarsi, sempre più in là...
Mi arrendo con malinconia
alla gioia più cupa,
conscio d'aver perso la geografia d'ogni posto;
è così che attendo solerte
l'arrivo d'ogni luogo in cui sia concesso respirare
per poi raccogliere il fiato.
È un tuffo nel vacuo,
intenso,
intriso in un flusso che circonda ogni mio arto,
si beffa di me,
mi lascia vuoto e senza fluidi che possano scioglierne il pianto.

Un involucro vuoto
così che tutto lo attraversi.
Né difese, né comandi,
tutto scorre attraverso.
Si trascinano le parti
esterne, vuote, senza meta,
spogliate d'ogni patria d'appartenenza.
Riaffiorano visioni dove ogni soggetto è terzo,
è a parte, mai parte,
e non si placa l'oceano ora privo di consistenza.
L'una regola è tale
e di lei è untuoso ossequio e riverenza.
D'essa, gli arti si muovono ad arte,
là sotto, laddove sommersa è la vista,
un demiurgo stringe le sorti,
si muove in disparte,
le intinge della più florida indifferenza.
Di una platea vuota
non si nutrono le gesta del burattino,
il burattinaio,
egli osserva, sommesso e silente,
attende il via del commediante.
Come un tempio, lo spettacolo è in silenzio:
gli attori, il drammaturgo,
il commediante,
finanche colui che stende il velo,
attendono inermi che il tempo s'addormenti,
così che l'attimo s'addensi,
e che qualcuno, fiducioso, si affretti a passare;
e nello sporgersi per le strade,
tra i convenevoli appariscenti,
si chiudono in osservanza
dove i sensi rattrappiscono.
Colui che attratto s'avvede a scrutar dentro
si porta in cerca di un significato,
vi trova polvere e catrame,
in cerchio
avvolte da un violento respirare.

Nessuno è in casa adesso, nessuno è al proprio posto.




domenica 6 luglio 2014

Nenia Mantrica Perpetua

Io penso che morirò pazzo e solo.
Scorre lungo l'addome
come un filo di tintura su una tavola frammentata.
Io penso che morirò pazzo e solo.


giovedì 15 maggio 2014

Il Ballo del Dandy Mancato

Il mondo è sbagliato.
Tutto il creato è sbagliato.
E' psicotico. E' utopico. E' antitetico.
Come si può pretendere di giungere al miglioramento,
se proprio ciò che governa l'azione, il moto, la realizzazione,
non è altro che il peggioramento?
L'egoismo, l'appagamento, la prevaricazione, la supremazia, la selezione naturale.
Questo è il carburante che dà il moto allo svolgimento.
Si tratta di una legge incolore si è detto. Certamente.
Ma se solo si evitasse di gingillarsi di colori idilliaci e apollinei,
volti alla tintura di un universo iperuranico, allo Streben!
In cui tutto è assai più ipocrita ed effimero di ciò che si appare.
Allora sì! Che si compirebbe a buon rendere, ciò che si è detto.
Allora sì! Che il creato giungerebbe a condotta perfetta!
Ciò è solo noia per le mie orecchie.
E' strazio per la mia eterna passione di morte.
Non vi è intelligenza, per tal creatura che fa vezzo del definirsi tale!
L'onestà, l'integrità, la fierezza, l'emozione!
Il poter dire: "Io sono il Male! - Io provo bramosia eterna per tutto ciò che è Male!!"
Ah come dipingeremmo le nostre carte!
Ah quali colori impercettibili saremmo tutt'ora in grado di scorgere dal mare!
Se solo ci concedessimo...
No! Invece no! È più decoroso insistere nel trastullarci di bramosie peccaminose,
bramosie negate, negabili, inaccessibili, inconsumabili,
alla stregua di quei pochi paggetti circensi che guidano le nostre vite,
mentre ci si protrae, totalmente ciechi, ottusi e addormentati, nel lasciarsi guidare
verso la nostra Vera morte!
Il consumarci eterno, così da non dover mai nascere, non dover morire.
Consumo, per poi predisporci alla vendita, alle migliori offerte.
No, talvolta volando basso sulle peggiori, le più infami e disperate.
Accusatevi della vostra stessa ricetta! Fatelo, ancora una volta,
ricercate dove sorge la sede d'ogni vostro più intenso male!
Quanta noia, quanto splendore mancato.

Ecco allora,
io ho qui trovato il mio incastro,
ecco cosa annovera ogni mio svolgimento:
sto seduto qui.
Guardo, mangio, dormo. Mi consumo del patimento.
No, non me ne infischio, né mi svuoto dentro.
Soltanto, mi nutro delle vostre incomprensioni,
delle più remote lacune che lasciate estendersi, come uccelli addomesticati.
Dunque sì, non lavoro.
Non mi muovo. Né do altresì soddisfazione alle vostre continue richieste,
del compiere per voi azioni che siano avvolgenti, coinvolgenti, o addirittura ammaestrate.
Che possano cogliere e ravvivare sempre la vostra attenzione, così vuota di voi stessi,
così pregna di sostanze narcotizzanti, e perduta per sempre nell'oblio delle vostre sorti,
che si riciclano,
come esperienze vissute ruotandosi intorno, senza mai inquadrare un cerchio.
Senza mai puntare verso il centro, giusto per seguirne qualche raggio.
Concepire dov'è che fa poi capolinea..
Eppure non di voi qui si parla!
Questo è il mio posto.
La danza, l'esultanza, l'ebbrezza e l'ubriachezza!
Io non farò nulla! Mai nulla! Nulla!
Nulla che per voi, equivarrà al far qualcosa.
Sdraiato qui,
inzuppato fradicio delle più ebbre fronde, che mi pervadano allora, da cima a fondo.
Dormo, non mi sveglio, Dormo!
Mi siedo qui e quando voglio guardo dall'altra parte.
Pervaso dal mio mondo zuppo di incantevoli voglie e sublimi bramosie,
intense, marcate, così sfuggevoli, ma tuttavia conquistate..
Così infischianti e durature, anche ingannevoli ma a volte pure.
Questo è un inno alla vita, di certo lo è più del vostro.
Non contiene alcun inganno, soltanto il peso dell'essersi preso posto.





venerdì 18 aprile 2014

Direct To Your Soul

Sai,
io amo le cose che resistono nel tempo.
E penso che debbano farlo,
perché così facendo
diventano la dimostrazione vivente della negazione della vita.

giovedì 17 aprile 2014

Lettera D'Amore

Io non ti amo. Né t'amerò mai veramente.
Questo l'ho compreso.
Vivremo sempre in questo tragico rapporto. C'è poco da dire.
Tu mi offri dal canto tuo troppe poche e fievoli tentazioni, tali che
possano realmente reggere lo spirito compulsivo di un dominio a tutto tondo,
come quello che si propone dall'altro capo, attuato da un bollore imperante
che ottunde dinnanzi a sé ogni vista, priva di decoro, che non sia degna del più sadico confronto.
Io, dal canto mio, mi offro gelido ma sincero in tutto ciò che ho da offriti.
Eccoti.
Eccomi qui, pronto a concederti tutte le mie verità.
Così come tutte le mie obiezioni di coscienza, invero,
sempre bramanti di conoscere oltre ciò che c'è da conoscere,
sempre pronte a concepire tutto ciò che sia ancora da concepire.
Tra i due, quel povero pastorello costretto a muovere di propria inventiva tutto il gregge,
ritrova nel perdersi e ricomporsi il suo vero io,
nel farlo tante di quelle volte, da ledersi e risanarsi
come fosse una condanna,
da rialzarsi, con gran lentezza,
al punto da perdere ogni fiamma pia che gli consenta di fare luce sul lato più profondo della propria scelta.
Anzi, di ciò che gli rimane, egli si trova presto a circoscriversi in poveri lumi sempre più ristretti,
e intensi, oltretutto,
di quel calore che una luce così misera e patita possa manifestare attorno al perimetro della propria immagine.
Io giungo a te con una missiva carica d'odio e disdegno, cui il tempo ne ha sbiadito l'inchiostro,
trasmutando ogni deplorevole sensazione in tinte d'odio e remissione sempre più torbide,
fino a concedersi quest'oggi l'investitura di colei che porta il peso della solitudine,
della delusione,
e della comprensione adesso congiunta.
Questa, ha di lei presto mutato ogni rossore in un'arida consapevolezza,
che di tutto ciò che io avrei da offriti, servirebbe soltanto a soddisfare l'apparenza,
o magari ancora l'appariscenza, di ogni tua richiesta, o del qualsivoglia insulto
che da una come te ci si possa attendere.
E ciò che hai avuto da offrirmi in questo lungo lasso di tempo, ha concupito ben poco,
e mai tanto da prendersi sul serio, ogni mia voglia vera e dal più profondo concepita,
peccando, quantomeno in costanza, nel portare più pestilenza che perseveranza,
laddove i miei banchetti costarono fatiche a coloro che presenziarono in ogni scena messa in atto.
Vedi dunque, con le futili armi che porti in grembo, costringi l'anima mia
nel conseguire quell'inevitabile assunzione di certezza,
una verità,
una, vera,
volta a spegnere definitivamente ogni stimolo sovrano nei tuoi confronti.
Specchio dei miei occhi, mi vedo nella meschina attesa
di uno scempio che, mai colpevole del mio destino, e ancora innocente agli occhi della giustizia,
possa offrirmi una sostanziosa sorte, dalla più dolce ricompensa, della più riprovevole sventura,
che possa espiarmi da tutte le colpe, come auspica ben bene la più vile tra le creature,
e riportarmi lungo la pace, serena, duratura,
laddove lo svolgersi severo dell'innocente mietitura,
lasci distendere i miei occhi,
conducendoli nel pieno riposo che la notte, nel suo grembo bardato d'oro buio,
possa concedermi salvandomi dal più greve peccato mortale,
lasciandomi, amaro, e mai del tutto indifferente, alla colpevole insofferenza
che porti la firma velata della mia più profonda e infima natura.


sabato 5 aprile 2014

Il Walzer della Notte

Cerchi concentrici.
Vuoti. Senza vita.
Mi giro e mi rigiro, in essi.
Muovo le dita.
Vacuità. Torpore.
L'annichilimento, non è dolore.
E' morte, è dissapore.
Spegnendosi si contano le ore.

Confusione.
Il cerchio a lungo gira.
Va via la testa, va via la vita.
Mi alzo, mi muovo.
Mi concentro nel rumore.
Silenzio.
Lo sguardo messo al fuoco.
Nel fuoco, non vi è calore.

Ogni anima è perduta.
L'occhio verso l'alto, e la luce vi è assopita.
Il petto mi si muove. Vive di sentimenti.
L'orchestra dirige il gioco.
I respiri sono indigesti.
Gli sguardi indifferenti.
M'attengo al mio copione.
Mi sveglio, per riaddormentarmi ancor più nel sopore.


domenica 30 marzo 2014

L'Ombra di Saturno

Ogni tanto penso che dovrei assecondarti, seguire il tuo pulpito, che così spesso con gran veemenza mi reciti come fosse quello più adatto alla mia morale.
Mi fermo e sento che sarebbe la cosa più giusta da fare riguardo tutto questo, dare spazio alla tua voce che troppo spesso ha dovuto esibirsi col lamento.
E più vado avanti, più riesci ad averne ragione, di me, di tutto ciò che mi corrisponde, riesci a convincermi da buon mercante, come si fa coi più sprovveduti passanti, a consumare la tua merce.
Forse un giorno la tua voce riempirà tutto questo.
Forse un giorno riuscirai a vendermi finalmente tutto ciò che vorrai, tutto ciò che possiedi.
E fino ad allora sarà un continuo battersi e ribattersi di questioni che parevano già risolte, ma che invece sempre più in fondo hanno posto le proprie radici.
E queste col tempo hanno già consumato gran parte dello spazio che riempiva l'intero sottosuolo, trovandosi così ad inerpicarsi, a contendersi e spingersi più in su, fino a ledermi e comprimere anche ciò che alla luce del sole aveva sempre giaciuto per suo insindacabile diritto.
Ecco allora che da buon mercante hai venduto a poco a poco il tuo prodotto, approfittando, affinché esso lasciasse germogliare in me le più cruente supposizioni, su ciò che fosse giusto e su ciò che fosse vero, su ciò che fin dal tempo era già stato scritto, su ciò che di così ancestrale, da allora, marcisse in me.
Ed eccomi qui dunque, adesso, alla stregua dei tuoi lamenti, contuso, e rivolto ai tuoi occhi, in balia della mercé dei tuoi giusti sentimenti, sempre pronti a concedersi parola quando il momento è più opportuno, o a lanciare il proprio fendente quando l'occasione si fa ghiotta.
E me li vendi cari questi tuoi lamenti.
Poiché col tempo mi rendo conto che essi acquistano sempre più valore, di come, con l'andare in alto e in basso delle stagioni, tu prenda possesso delle più squallide e luride speculazioni, per farne di esse un vanto, e per promuoverle, tra le più raggrumate delusioni, a concetti di valore e oggetti di un certo conto.
Il tempo mi da ragione di come nel breve lungo corso poi cambino le cose, come di tutta un'altra vita, si renda conto oggigiorno a dispetto del domani.
Eppure un tempo, di esso, si poneva un unico senso nei contorni lucenti del nostro passato, e tuttavia vi si cuoceva col giusto fuoco tutto il tepore del nostro concederci alla vita, quest'oggi.
Adesso mi fermo, qui, alla stregua delle nostre lunghe e interminabili conversazioni, a concedermi all'idea che forse quel gesto darebbe davvero conto del mio valore.
E' quel gesto di cui sempre tu mi parli, che ben dichiara qual è il senso ultimo della mia stessa vita, il quale, forse, ne è stato fino in fondo l'unico senso primario.
Tu mi parli, difatti, stregandomi di come un tempo si assaporasse lo stesso identico dolore celato sotto deplorevoli spoglie, di come muovendomi e sfuggendolo mi ritrovassi sempre ad annaspare in un mare consumato dallo stesso torpore che aveva già stroncato i miei stucchevoli sogni, quando mi muovevo ancora tra le fronde della più tenera età celeste.
Mi persuadi ancora, che il destino sarebbe stato già scritto, destino nel quale forse, avendo già perduto il più incantevole dei propositi, sarebbe andato perduto anche lo scorrere dei miei più antichi aurei risvolti.
Ecco dunque che, oltre il velo, infine, si scorge il sentiero a me riservato nel senso più atavico che sia mai stato imposto,
e questa notte mi trovi in ginocchio a dartene ogni ragione, e così come questa, d'altre notti m'hai venduto senza mai concedermi di assaporare un minimo raggio di quel sole che, com'era scritto, mi sarebbe stato dovuto fin dal principio.

1Ebbene,
2Forse un giorno ci prenderemo mio lieto mercante, e nel lungo abbraccio ci stringeremo, immergendoci di quel liquido nero, putrido e asfissiante.
3Forse quel giorno ci fonderemo nel più acceso amore così devastante, che in esso, nel nostro intenso abbraccio, affogheremo dolcemente con terrore ogni singolo istante.
4Forse soltanto del tuo sincero approdo avrai goduto, avido e ingordo, con l'occhio bramante, e con esso, grifagno predatore, la mia anima avrai preso, nel supplizio del suo ultimo respiro restante.

5Forse allora, quel mattino tornerai a rendere causa al mio vero fato, le cui trame in fondo, da lui sempre con cura m'hai decantato:
6"Sotto l'Ombra di Saturno tu sei nato e dal ventre, con spasimo, d'essa inerme sarai in eterno consumato".

                                        7
                                       



domenica 19 gennaio 2014

Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 2: La Scienza come Morale

Così si riduce lesto lo scempio ad un insensato e dozzinale professo di Morale Scientifica, latente, uniforme e potente, così da poter giungere all'onnipotente, ed onnipresente, protezione da ogni errore fatto, commesso, concesso, e d'ogni qualsivoglia scelta sbagliata, errata od addirittura non prevista!
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.

Adel Abdessemed - Décor


domenica 28 aprile 2013

I Dolori del Giovane Verne


                                                                                  15/02/2008.

Caro Wilhelm,
Col passare dei giorni e dei mesi, sempre più mi rendo conto che questo posto e questa mia nuova vita..
mi uccidono.. e non fanno altro che cambiare la mia persona.. sgretolandola e disperdendo ogni singolo 
pezzo nell’etere…
È come se, per sopravvivere, io mi debba adattare e, se necessario, disintegrare, per stare dietro ai ritmi
e al modo di vivere di questo posto.. che ti mette costantemente alla prova, giorno dopo giorno, 
senza darti un attimo di respiro, un attimo di tregua.. aggiungendo anzi nuovi problemi, paure, 
pensieri ed innumerevoli cose da fare.. che pian piano ai tuoi occhi si trasformano sempre più in cose 
da “superare”…
E cresce, di continuo, il dubbio che il tutto, prima o poi, ti porti al collasso finale..
È come stare sempre in corsa… e ritrovarsi perennemente nel ruolo di una tartaruga.. 
col suo guscio enorme, la propria anima.. il proprio mondo.. i propri tempi.. 
i propri modi di fare, vivere, parlare, conoscere..
Ed ovviamente esser sempre in ritardo..
E, mentre tutti questi problemi tendono sempre più ad ammassarsi, gli altri riescono a stare 
sempre al passo, forse perché già abituati da tutta una vita..
E' come se avessi sempre dietro una terribile ansia di fallire, di non essere all’altezza, 
di deludere qualcuno, di deludere tutti… di deludere me stesso.

È tutto così strano per me…
Come ben sai, son stato sempre uno che ama tenere tutto sotto controllo.. sotto i propri occhi..
Obiettivi, speranze, possibilità.. gli amici, gli amori.. tutto…
E sono sempre stato uno che… con qualche difficoltà ogni tanto.. è sempre riuscito a mantenere 
costante questo controllo.. il quale fungeva da guscio, da sicurezza e allo stesso tempo da forza 
e da stimolo.. in quel meraviglioso progetto che si prospettava la mia vita..
C’è da dire, è vero, che i fallimenti son stati non pochi… ma per quanto mi abbattessi.. 
mi bastava un periodo o magari un altro spiraglio per superare il tutto e cercare di ripartire alla volta 
di qualcos’altro… e se davvero tutto andava male beh… semplicemente mi prefiggevo un obiettivo 
a lungo termine.. e ponevo i miei appigli su di esso..
Ero convinto di averne passate davvero tante.. troppe.. di aver posto all'estremo, al limite, 
la mia persona.. di aver sperimentato molte cose delle quali io stesso mi stupivo e ancora mi stupisco..
Eppure un nuovo capitolo del mio dilemma esistenziale mi si pone davanti agli occhi…..
e stavolta non capisco davvero come o dove o soprattutto “perché” dovrei uscirne…

In realtà tutto questo periodo in cui non ci siamo sentiti è curiosamente coinciso con un periodo in cui, 
anche sentendoci, non avrei saputo cosa dirti.. riguardo la mia vita o cosa io abbia deciso di farne 
sostanzialmente..

Come ho già scritto, in vita mia, ho perso speranze, amori, amici, stimoli ed energie 
e sono arrivato persino ad annullare tutto e tutti per qualche mese.. nel mio famoso periodo nichilista..
Ero convinto di aver provato davvero tutto.. per quanto nella vita poi, a provare tutto non s’arriva mai..
E se c’è una cosa che in 20 anni non ho mai perso.. di sicuro si tratta della mia voglia di vivere.. 
di ricominciare.. di sapere cosa sono e soprattutto cosa voglio… e pensavo che almeno queste cose.. 
per quanto potessero, ogni volta, cadermi macigni sulla testa.. avrebbero sempre rappresentato 
l’unica cosa “certa” nella mia vita..

Eppure, la vita riesce a sorprendermi ancora..
Perché queste cose.. sono state spazzate via dal mio arrivo qui.. 
da questo periodo di vita.. da queste mura.. da questa città e da tutto quello che qui mi circonda..
Non so più chi sono, cosa voglio, chi sono i miei amici, 
chi sono le persone che amo, chi sono le persone che semplicemente conosco….
Come se tutte le cose che ho costruito, le amicizie che ho formato, le persone con cui ho legato, 
le esperienze che ho vissuto, sia con gli altri che da solo, le cose a cui di più ho tenuto… 
adesso non contassero più..
Come se fossero cose talvolta inutili, talvolta già passate, già viste, poco interessanti.. 
come se fossero semplicemente lontane ed escluse da un mondo cinico e distaccato, 
che pensa solo al presente e al ritmo frenetico che lo contraddistingue…

Io sono quello che parla attraverso canzoni… attraverso immagini (talvolta d’arte), attraverso sensazioni.. 
ogni tanto attraverso parole..
Sono quello che adora sognare e che spera ogni giorno che qualcosa di straordinario 
accada nella propria vita e in quella delle persone che mi circondano…
Sono quello che vive per la musica e l’arte..
E in questo luogo non c'è spazio così per me..
E credo sia questo ciò che m'affligge più d'ogni cosa... il mio non esistere in questa terra.. in questa città..
Ma ti assicuro mio caro.. che, per quanto molto spesso perderò la vista, nessuna persona 
potrà mai cambiare ciò che sono… o almeno non queste cose così importanti per me..
Oh caro Wilhelm, io te lo giuro, nessuno potrà mai togliermi davvero ciò che io possiedo di me.”



Oh, caro! In questa incertezza mi smarrisco, 
e tuttavia è questo il mio conforto; 
che forse essa si è voltata per cercar me! Forse.

mercoledì 21 novembre 2012

Epistolario Sacro: Nigredo

Ci sono parole che pesano come macigni.
Ci sono lame che tagliano come parole.


Tutto quanto è immobile, indissolubile e si fa sempre più soffocante.
Ma è un soffocare audace, totalmente invisibile, scorre lento e profuma di rosa.

Lo percepisci solo dall'alto, senti il suo alito, senti il suo carico, senti come la lama trafigge piano piano il tuo costato.

E non puoi fare altro che restare immobile. Consapevole che se ti sposti, tutto ciò che ti è dovuto reggere con tanta fatica, crolla in un batter d'occhio.. e non ti restano che briciole.

L'anima si ferma, di notte. L'anima, in quei momenti, fa in modo che pure il sole più splendente acquisti il fascino lunare, notturno, della quiete e del lento scorrere delle stelle lungo il cielo scuro.
L'anima riserva da sempre un gran debole per il fascino della notte. Si lascia ammaliare, si lascia conquistare, dalla bellezza di una dama così incantevole, fatta di luccichii e luci impercettibili che acquistano ancor più valore, in un contesto così oscuro.

Ma son luccichii che costano, son luci che pesano, son tesori che feriscono.

Eppure, quando trovi il coraggio e la forza di volgere l'occhio al sole, percepisci tutto il loro valore.
Capisci che tutto ciò che hai speso, tutto il sangue che hai perduto, durante la notte, è valso davvero il brutto prezzo che hai dovuto pagare.

La notte, coi suoi luccichii, rivela tutte le tue paure.
Queste vengono riflesse da ogni stella che abita nel cielo, ed è facile vederle proiettate li sulla luna. Si rispecchiano su di essa e ti si pongono davanti gli occhi, li dove non ti è possibile fuggire.

E la luna è li, che ti osserva e ti mostra ciò di cui hai tanto timore. E' impossibile sfuggirle.
Da qualunque parte osservi il cielo, riesci a scorgerla e con essa tutto ciò che ti porti dentro.


La luna è li. Ti guarda, ma non ti sfiora nemmeno.
E' conscia della propria bellezza e del proprio tesoro.
E non è mai disposta a cedere il passo.
Resta li, immobile, così che tu possa sempre osservarla, ma non cede mai a lusinga, non allunga mai carezza, non tende mai una mano.
Lei è li, per svolgere il suo ruolo, per assolvere il proprio compito.


E resti dunque disarmato. Resti solo, sconfitto e inginocchiato al suo cospetto.
Resti ammaliato dalla verità che si presenta con ardore e con gran zelo.
E non puoi far altro che seguire il tuo corso. A nulla vale ogni tua piccola reazione.

Devi scegliere e seguire il tuo sguardo. Non c'è altro.

La notte ruba il fiato, come un'ondina che pende all'amo e porta con se ogni tua certezza.
Ti lascia nel suo spargersi infinito, di un mondo fatto di tante bellezze inafferrabili.
Lei è la tua prigione, ma di una prigionia seducente.

La notte giunge avvolgente, e io non posso far altro che assolvere al mio dovere.

Muovo il passo e falcio ogni desiderio.

giovedì 17 maggio 2012

Ænima


e se allora pensi di aver dato tutto quello che potevi e tutto ciò non è ancora bastato,
e se si trattava di tutto quello che volevi,
tutto quello che volevi avere dalla vita,
e questi sen è già andato,
e se allora tutto quello che possiedi non basta per ciò che vuoi,
capisci facilmente che la resa è giunta, e che allora non ha alcun senso continuare a lottare.

Che il niente giunge a te. E si leva tra le tue mani. Questo è il vero fallimento dell'anima.


"Il Bello del Sacro consiste solo nel poter Dissacrare"

giovedì 8 marzo 2012

Χίμαιρα - Il canto del Nichilismo

Io non credo di aver un senso.
Nessuno di noi ha senso.
Nulla ne ha.

E' la conclusione più probabile a cui arrivi quando giri in lungo e in largo l'universo per trovar almeno un qualcosa che riesca a permearti e riempirti in maniera utile, ferma, decisa, definita.
Qualcosa che ti faccia dire: "Beh, questo è così."

Niente.
C'è poco da fare.

E allora spaesato continui a cercare, cerchi una luce, un faro, una guida, un qualcosa che ti tenga appeso al mondo delle cose, al mondo della realtà, al mondo dell'esistente, a ciò che credi vero.
Un qualcosa che ti dia quella dannata certezza che le cose esistono, che ci sia almeno UNA cosa che esista.
Che di conseguenza grazie ad essa tu, in primis, possa essere certo di esistere.

Ma anche qui, ancora una volta.. giri a vuoto.

Penso che ogni individuo presente su questa terra, ogni santo giorno, non faccia altro che fare tutto ciò.
Penso che ognuno di noi, chi esplicitamente, chi implicitamente, non faccia altro che lottare contro una chimera irrealizzabile, che si presenta, ogni giorno, sotto tutte le possibili forme e diciture che lo scibile umano possa concepire. Magari si articola la cosa in maniera più complessa, magari si crede di realizzarla tramite più cose messe insieme o magari si trova la più bella, comoda e facile delle soluzioni nei dogmi... che di certezze, finte, ne danno anche fin troppe...
..sta di fatto che comunque sia quella certezza, vivida, assoluta, non arriva mai.
Penso che in fondo la vita di ogni essere vivente cosciente sia legata indissolubilmente a questa perfida catena ammaliante.
Penso che la scienza, l'arte, la religione, la mitologia, la politica, l'economia, l'intelligenza, il linguaggio, il definire, il capire, il controllare, lo scoprire, l'inventare, il sorridere, lo sperare, il costruire, il sognare, non ultimo l'amare!... non siano altro che diverse facce della stessa chimera che porta l'uomo ogni santo giorno a creare dio e a 'crearsi' Dio.
Penso che l'uomo riesca così tanto bene ad impersonarsi in questo ruolo, a definirlo, a dargli realtà concreta e sincera, da perdersi nel suo stesso inganno, da non rendersi conto che tutto ciò che definisce, parla, recita e venera, non è altro che merce di poco valore spacciata per il più prezioso dei metalli.
E penso che, ancor più tristemente, in fondo, all'uomo non resti altro che tutto questo, ogni santo giorno, per sentirsi vivo, per sentirsi esistere. Un ebbro e stupido perseverare nel mordersi la coda, nel girare intorno per ritornare sempre nella stessa posizione.
Penso che viviamo di illusioni, di cose da noi definite, da noi create e dalla nostra percezione poi idolatrate.

In fondo, si potrebbe dire, che c'è di male? Anche queste possiedono il loro valore.
Certo, lo stesso valore che un bambino possa dare ad un giocattolo che gli venga appena donato. Un valore immenso, incommensurabile. E' il più bel giocattolo e la più grande soddisfazione che egli possa richiedere dalla vita, da qualsiasi cosa.. questo è Dio, questo è amore, questa è pienezza, totalità, assolutezza!
Peccato che col lungo andare il bambino cresca e il giocattolo rimanga sempre invariato, ma non per lui, non per la sua percezione idolatrice.
Il bambino cresce, abbandona il giocattolo, lo conserva, lo priva successivamente di valore, lo impolvera, lo getta via, lo distrugge.
E questo meccanismo avviene successivamente per tutti i restanti anni di questa tenera ed ingenua vita, con tutti gli altri giocattoli che si ripresentano puntualmente ogni volta come i definitivi, come quelli che risolveranno una volta per tutte la nostra vita, le nostre paure, le nostre mancanze.
Risolvere la vita... ma cos'avrà mai questa vita da risolvere? Quali saranno questi possenti e tormentanti quesiti a cui bisogna necessariamente porre rimedio e dare risposta?
Penso che la risposta stia proprio nella domanda. L'uomo non riesce mai a concepire definitivamente nemmeno quali siano questi quesiti. Ed anche qui scatta sempre lo stesso meccanismo di sempre, fino allo sfinimento.
Trovi un quesito, lo risolvi, ti sembra che sia fatta e invece eccola li.. la piccola e subdola chimera pronta come sempre ad avvolgerci e far buon pasto delle nostre fievoli speranze.
Penso che alla fine si arrivi semplicemente a concepire che il problema stia proprio all'origine:
questa cazzo di vita non ha un bel niente da risolvere. Ne da porre quesiti, di conseguenza.

Ed è qui che l'uomo saggio capisce.
Ed è qui che l'uomo stolto continua la sua ricerca.
Ed è qui che non c'è stolto, non c'è saggio.