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venerdì 5 ottobre 2018

Il Cerchio Dell'Anima

Ho distrutto e ricomposto me stesso tante volte,
d'esser giunto ad un'era in cui non temo più la morte.
É per ciò che posso concedermi tutto questo,
poiché sento il mio esaurirsi lungo il suo muoversi perennemente in ritardo.
É così la vita dunque,
scorre lenta e inesorabile,
eppur si muove sempre nel trasmettermi qualcosa.

Io ch'ero abituato a trovarmi tra i soli che sceglievano d'esser soli,
resto qui tra i soli che si riducono ad esser soli soltanto,
abbandonato al tempo in cui nessuno sceglie d'esser scelto
scorgo anime cui l'agognata sorte lascia segni in pasto alla morte.
Qui questa si appresta a divenir fine ultima e inoppugnabile.

Fu così che partimmo quel giorno, per raggiungere luoghi consoni alla più innata purezza.
Ci ritrovammo quel giorno, perduti nelle lande in cui l'apatia di una calma piatta regna armonica in tutta la sua interezza.
Così di striscio cercammo tra le sinuose curvature un senso che ci rendesse via d'uscita,
così di slancio muovemmo il corpo, scivolando prima che la luce andasse via sbiadita.
Nel giallo dei più fruttuosi raccolti rispecchiammo la nostra anima imbianchita.
Nel grigio dei più impetuosi risvolti ritrovammo la nostra lacrima restituita.

Chi ha le chiavi dello spirito conosce il tempo, il mondo, le risposte,
ma ad un'esistenza vana e triste tende comunque ad averle riproposte.
L'esistenza terrena è fatta del frutto di tutte quelle parole
che rendono immobile pure il passo futile dell'amore.

Preso in cerca del segreto di quell'antica giovinezza,
come l'alchimista stolto
m'appresto a cogliere avido il segreto dell'oro dalla pietra grezza
e di questo, e soltanto di questo, riesco a infonderne invano la grandezza.

Sono il martire silenzioso dell'esistenza.
La mia impresa segue l'ombra,
la mia ascesa la pendenza.

Nasce l'animo dell'uomo per edificare ciò che ad egli spetta ad ogni passo.
Ed ogni anima pia ben comprende quanto il fardello tenda per il collasso.

Non siete voi amanti di me,
siete voi amanti di un principio,
mai siete stati voi amanti di me.

É per questo dunque,
che l'alchimia non è cosa esoterica, l'alchimia non riguarda la pietra.
L'alchimia riguarda la vita.




domenica 21 dicembre 2014

Coro degli Angeli: L'Accecante Vetrificazione

"Perchè cosi attratte dalla luce?
Pensate forse sia questa a concedervi la grazia?

No,
siete voi stesse,
siete voi che dovete salvarvi per miserabile costrizione.

Per cosa?
Per nulla,
nient'altro.



Così brucerete soltanto."

venerdì 22 giugno 2012

Un omaggio al verdognolo Lavoisier

In natura nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma.
C'è chi potrebbe giurarci in effetti. Ci giurerei io stesso pensandoci bene.
Solo che si tratta di un processo un po' strano da concepire a volte.
Alcune volte si viene infatti ingannati dalla natura più effimera delle cose, che al contrario però diviene proprio quella che più ci resta impressa. E allora sto via vai di creazioni, distruzioni, o meglio.. trasformazioni, passa del tutto in secondo piano.
Eppure, nonostante questo uroboro venga dunque tolto dalla lente illuminata della visione cosciente, questi continua a fare il suo lavoro indisturbato, di continuo. Sempre.
Ci si chiede dunque perchè questa natura più formosa ci attiri in continuazione, molte volte cristallizzandoci al suo interno.
Cos'avrà mai di così speciale o superiore da sovrastare tutte le altre opzioni, tutte le scelte.. tutte le varie possibilità di compiere 1000 trasformazioni e ogni qualvolta risultarne qualcosa di diverso.
Di speciale o superiore non si sa, c'è forse quella strana sensazione di intenso appagamento talvolta, tale da riempirci praticamente in eterno. Un eterno che alla percezione appare davvero tale, ma che talvolta si può compiere semplicemente nel giro di svariati minuti. Il problema è che l'idea eterna percettiva non svanisce solo in quei minuti, ma si trascina poi per ore, giorni, settimane, forse mesi.. magari anni.
E alla lunga diventa un po' una lunga catena che decide delle nostre ore presenti e future, ma appellandosi al passato, senza lasciarci mai guardare al concreto e giusto presente.
Di speciale e superiore c'è che queste perdizioni eterne, fatte di gesti, momenti, luoghi, persone, cose, che appaiono uniche e infinite, tali da potercisi perdere totalmente, sono un po' il pane quotidiano di cui si cibano tutte le nostre menti.
Lo si evince facilmente constatando nella vita di tutti i giorni che ogni individuo ne ha bisogno, ogni individuo se le crea, e ogni individuo vi si perde costantemente. E lo fa in continuazione senza che neanche si renda conto molto spesso.
E' proprio come l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, il cibo che mangiamo.
Dopo un po' non ci si rende neanche conto del fatto che lo si fa, succede e basta.
E allora penso che sia giusto così in fondo.
Lottiamo tutti per raggiungere qualcosa che si possa poi toccare, e allo stesso tempo quando stiamo per giungervi di volta in volta ci rendiamo conto che non è mai possibile farlo. Ma a quanto pare non impariamo mai la lezione, ci scottiamo e la prossima volta non si esita a rifarlo nuovamente.
Proprio come la falena che gira intorno alla luce, che prima si acceca e dopo addirittura muore. Eppure lei non può farne a meno. La sua vita non avrebbe alcun senso senza.
E allora si, siamo tutti piccole falene che cercano la propria luce.
Il problema è che a volte la cerchiamo solo negli altri.
Il problema è che a volte la cerchiamo solo in noi stessi.
Il problema è che basterebbe solo far circolare entrambe le parti, e compiere questa ricerca un po' dicotomicamente, come un flusso di energia, cose, concetti, idee.. che continuamente entrano ed escono. Si incontrano e si scontrano. E sostanzialmente si ricambiano, generando sempre nuova linfa vitale e tanta freschezza. Anziché ammuffirci.
In fondo tutto ciò ricorda un processo biologico a noi tanto caro e assai famoso.
Anzi è il principale processo biologico della nostra esistenza, pensandoci bene.
E' un po quello che fa quel macchinario che è il cuore, che pompa sangue fresco e ossigenato dall'esterno per rispedirlo al cervello e nutrirlo.. ricevendo in cambio solo merda.
Merda che viene poi puntualmente espulsa fuori.
E il ciclo si ricompie e si ripete, finché morte non ci separi. Che poi in realtà, della "separazione" della morte... se ne potrebbe anche parlare..
Ma non ritengo sia questa la sede adatta.
Il punto è che ciò che a noi appare appuntito, estremo, monodirezionale.. si rivela un qualcosa di ciclico e totalmente lontano da concepire per ciò che è impostato nella nostra mente, e quindi nella nostra cultura, educazione e forse anche qualche parte della nostra genetica.
E' una sorta di meccanismo dinamico in sostanza. Non c'è mai una sola scelta. Non c'è mai un solo ed unico processo. E' sempre un insieme di processi, che si alternano. O magari che si fondono.

Resta allora da capire in che modo queste due dinamiche descritte un po' più su si possano fondere tra loro. In modo da generare una sorta di armonia, un equilibrio.
Questa è forse, per lo meno inizialmente, la parte più complessa del discorso, a dire il vero.
C'è che ognuno di noi ha degli interessi, delle voglie, dei desideri, dei sogni.
Ha, in sostanza, delle cose che attirano, generano molta attenzione.. per lo meno molta più di altre, generano spesso uno scopo, un obiettivo, quindi una dipendenza.
Ciò è facile da concepire. Basta riguardarsi e scorgere facilmente i propri interessi, o i propri idoli. O magari i propri obiettivi, sogni o ambizioni di vita. Ognuno di noi ne ha uno. Ognuno di noi ne ha 100000 minimo.
Sono tutte cose che pregiudicano e allo stesso tempo danno uno scopo alle nostre vite.
Sono cose che a tutti gli effetti danno un senso alle nostre vite.
Se ci si pensa bene, sono cose che spesso ci appaiono essenziali, anche se non lo sono.
Eppure lo sono. Sono così. Lo sono sempre state. E basta.
Lo sono sempre state e lo saranno, molto probabilmente, sempre.
E se allora, visto che non sono così essenziali, si prova a distruggerle queste cose, vien fuori che a quel punto la vita si svuota di ogni senso. E con questo vuoto, se ne va pure il senso principale, cioè quello che ci permette di viverla la vita.
E' come se togli la benzina ad una macchina. Non cammina più.
E, per tornare all'esempio di prima, è come se togli il sangue ad un uomo. Il risultato è ben noto.
E allora queste cose forse non sono così effimere. E allora queste cose sono forse realmente essenziali.
Nonostante poi alla famosa sopracitata analisi approfondita, risultano irraggiungibili o totalmente inutili talvolta. O magari più semplicemente inesistenti, se non nel mondo delle nostre fantasie.

Io penso che in realtà queste cose sono sia le une che le altre.
Sono utili e inutili allo stesso tempo. Dipende solo da cosa si vuole fare nella vita.
E la cosa comica e divertente è che.. ciò che "si vuole fare" dipende da queste cose, nella vita.
Ed ecco che anche qui, nel "macrocosmo", come lo chiamavano delle genti un po' più antiche di me, si ricrea questa sorta di ciclicità. Anche qui nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma. E diciamo che ogni cosa dipende praticamente dall'altra, e così facendo, appunto, si trasforma nell'altra.
E' un continuo scambio.
Quindi si creano obiettivi, si creano scopi, il così tanto ambito senso.. e si distruggono tutti puntualmente ogni giorno.
La differenza è volte si è consapevoli di tutto ciò. A volte, cioè molto spesso, no.
E da qui si generano migliaia di problemi facilmente immaginabili, che stanno poi nella vita di tutti i giorni.
E allora il succo è che molto semplicemente ognuno si crea il senso e lo scopo delle proprie scelte nella vita. Ci sarebbe da puntualizzare, a dire il vero, che molto spesso questo senso e questo scopo non sono creati direttamente dall'individuo, ma.. come dire.. inculcati da una serie di manovre educative, quindi culturali, quindi un po dogmatiche se vogliamo. Ma ciò non toglie che anche queste possano essere estirpate, o meglio modificate secondo i proprio reali canoni. Come a dire di accontentare un po tutti dentro di noi, sia le parti un po' più influenzate della morale (quindi un po più dogmatiche per l'appunto) sia quelle un po più individuali che necessitano semplicemente dei propri spazi.
Come un po' far contenti SuperIo ed Es nello stesso istante, come li definirebbe Freud.
Forse, sempre per prenderla come il vecchio Sigmund, il ruolo dell'Io non è altro che questo.
Mettere pace fra le due parti ogni qualvolta. E devo dire che è una bella responsabilità, ed anche una bella rogna a dire il vero.

La cosa risulta quindi sintetizzabile in questo modo:
vi sono probabilmente molti comportamenti a cui tendiamo, che ci attraggono o che molto più semplicemente ci appagano maggiormente rispetto ad altri, che dipendono in larga misura dal nostro codice genetico. Vi sono alcune parti di questo (i così detti Memi), infatti, che contengono al loro interno vere e proprie strutture di idee comportamentali, concetti, tendenze linguistiche ed anche culturali in poche parole. Queste vengono trasmesse di generazione in generazione, con tutto il pacchetto genetico completo e con tutto ciò che a livello comportamentale ne consegue.
Il ruolo genetico è in poche parole, molto probabilmente, quello che dunque ci fa "tendere" verso quella direzione.
Di conseguenza vien facile concepire come dopo 12 anni (forse anche qualche mese in più se si considera il periodo di formazione nell'utero) di spiegazioni, ordini, regole, concezioni di bene/male, giusto/sbagliato, bello/brutto, e così via.. in cui praticamente noi non esistiamo (quantomeno a livello di coscienza critica, come a dire.. distaccati mentalmente dal contesto che ci circonda) e veniamo in qualche modo plasmati dall'educazione dei nostri genitori, queste credenze, leggi, e di conseguenza poi obiettivi, scopi, sensi di vita, enfatizzino quelle tendenze genetiche innate (che corrisponderanno inevitabilmente a quelle di coloro che ci inculcano i suddetti insegnamenti, visto che anch'esse derivano dai nostri genitori..) e ci portino dunque a scegliere, involontariamente però, le cose da cui dipendere ogni qualvolta. Cose che spesso ci appaiono differenti, ma che in realtà si differiscono solo per forma e non per sostanza dopo attente analisi.
A tutto ciò si aggiunge certamente però la bella e cara coscienza critica, quella che ci distacca, che praticamente ci forma autonomamente. Quella che in sostanza confronta questi bei vecchi e saldi principi e insegnamenti, con quegli altri che si apprendono dai 13, 14 anni in su. Quando si entra a far parte del nuovo mondo, cioè quello reale.
Da qui scoppia il nostro piccolo Big Bang, e si vengono a formare tra miliardi di esplosioni e un immenso caos, lentamente, tutti i piccoli pianeti interiori, con tanto di stelle che ci attirano nel loro campo gravitazionale.
E' una metafora divertente, proprio perchè rispecchia molto fedelmente il tema.

C'è allora che in sostanza ognuno di noi ha un essenziale compito su questa terra.
Io lo definisco il compito artistico che caratterizza ognuno di noi. Ma è solo una mia convenzione, e anche vecchia abitudine (appunto) di mettere l'Arte sopra ogni cosa.
Il punto è che l'Arte, quella con la A maiuscola, non è forse quella dei semplici quadri, disegni o fotografie magari.
Ma è quella che quei signori più "antichi" di me, citati sopra, osavano appunto definire tale.
E' quell'Arte, in sostanza, che sta dentro ognuno di noi. Ma che, per l'appunto, come detto prima, si ciba e si forma da ciò che che circonda ognuno di noi.
E' come se ogni persona fosse nata per uno scopo, leggendola anche secondo tutto quel discorso genetico/culturale/ideologico.
E questo scopo spesso non è chiaro, perchè confuso da tanti conflitti mai risolti e sempre più accavallati tra loro.
Ma in realtà è che certe volte bisogna solo guardare un po' più a fondo e soprattutto in maniera più onesta e comunicativa dentro di noi.
Bisogna un po' più sentire, che pensare; bisogna un po' più pensare, che sentire, talvolta.
Penso che ogni persona abbia uno scopo dentro. Abbia qualcosa che sappia fare bene. Qualsiasi cosa.
Che sia dipingere, lavorare il legno, usare un pc, curare gli altri, conteggiare soldi, pulire i cessi!
Qualsiasi cosa. Ma c'è sempre, in ognuno di noi.
Solo che talvolta è occultata dai discorsi culturali sopracitati. Diciamo anzi che lo è proprio troppo spesso.
Eppure dentro di noi vive sempre questa cosa, a volte la si sente persino quando la si nega nella maniera più assoluta. Solo che in quei casi, subito dopo, vien facile ignorarla.
Penso poi inoltre che ogni persona abbia, come detto, un'obiettivo, uno scopo, un qualcosa che voglia fare.
Un qualcosa che amerebbe o che ami fare da sempre.
Che genera immediato appagamento. Soprattutto a livello intellettivo, e talvolta, appunto, solo ed esclusivamente al pensiero. Figuriamoci all'atto pratico.
Ecco io penso che ognuno di noi abbia quindi una sorta di "talento" innato per qualcosa. E dall'altra parte abbia una voglia matta ed incontenibile di fare qualcos'altro.
A volte il primo è totalmente nascosto, dai 1000 insegnamenti.
A volte il secondo è totalmente deviato dagli stessi, snaturato, cambiato, soppresso.
E allora il trucco è semplice, ma nella sua semplicità assai complesso.
Si tratta solo di combinare entrambe le cose. Di nuovo farle scontrare, poi appacificare, poi agire in maniera dinamica.
Combinarle quindi in maniera armonica, ed infine giungerle in maniera equilibrata.
Così da portarle al punto che qualsiasi cosa si faccia nella vita sia l'insieme di entrambe le parti. Entrambe queste parti che ci guidano, che decidono ogni giorno dei nostri comportamenti.
Svolto questo arduo compito, beh.. non ci resta che rilassarci e perderci nello scorrere inarrestabile delle trasformazioni della vita.

"Fare o non Fare. Non c'è provare."

mercoledì 8 febbraio 2012

To Urizen

Si tratta quasi dello stesso tipo di schiavitù a cui Urizen costringeva Orc, quella che si propone ogni volta in cui si tende a divinizzare qualcuno, a divenirne devoti, a lodarlo come fosse il nostro Dio e nostro centro e a dedicarvi tutta la nostra vita, sino, talvolta, a rendersi schiavi totalmente.
Ogni gesto, ogni atto, ogni cosa, è fatta nel nome della persona amata o "adorata" sarebbe il caso di dire.
Simbolicamente il ragionamento è più o meno identico.
Le nostre pulsioni, i nostri sentimenti, le nostre più recondite sensazioni, vengono totalmente soppresse, spente e rilegate ad uno stato di totale prigionia. Mi riferisco chiaramente a tutte le sensazioni più personali, più intime, private. Queste o vengono rese note, pubbliche, oserei dire "Sacrificate" all'essere amato.. o vengono come detto sopra soppresse, annullate. Ciò che viene definito come propria indipendenza o proprio essere unitario scompare letteralmente, venendo totalmente fuso in completa armonia e al servizio dell'altrui essere.
Ciò, neanche a dirlo, comporta conseguenze disastrose, annichilenti e assai dannose per noi in primis, e per tutto ciò che in quel contesto si è scelto di edificare, sia esso un rapporto, una relazione, un semplice contatto umano. Queste conseguenze però hanno il difetto di non esser da subito note e lampanti, ma di venir fuori piano piano, lentamente, col tempo.
Si tratta di un qualcosa a cui si va incontro più spesso di quello che si pensi, nella vita di tutti i giorni.
Si tratta di un qualcosa, allo stesso tempo, di inevitabile talvolta, di piacevole e ammaliante. Si diventa infatti succubi, schiavi, ci si lascia trascinare, trasportare e guidare da sensazioni, attimi, gesti e poi comportamenti che all'apparenza risultano certamente piacevoli, amorevoli, appaganti e complementari alla nostra personalità in quel determinato momento. E il bello è che lo sono realmente, non si tratta di mere illusioni.
Si presenta tutta una serie di sensazioni, emozioni, percezioni, tutte fantastiche, splendide ed inimitabili. In una sola parola Uniche.
Tutti questi meccanismi, come detto, si sviluppano in totale devozione con l'oggetto "Santificato". Questo oggetto alcune volte viene rappresentato da una persona amata, un/a fidanzato/a, una madre o un padre magari, altre volte viene rappresentato da divinità astratte, come Dio, come un ideale, come un lavoro o come un Artista o un Musicista talvolta. Come una qualsiasi entità che, come detto nel post precedente, generi dipendenza, e di conseguenza condizioni un'intera vita.
Il problema è che talvolta in questo meccanismo di devozione, questa scia di sensazioni accattivanti prende la parte delle sensuali Ondine teorizzate da Paracelso. Per chi non fosse al corrente delle terminologie utilizzate dal mago/alchimista/medico svizzero, si tratta più o meno del ruolo che nella mitologia assumono le più famose Sirene o Ninfe.
In poche parole attirano gli uomini nella loro trappola, grazie alla loro bellezza, alle piacevoli sensazioni che sprigionano e in men che non si dica ne catturano l'anima o talvolta direttamente il corpo con tutto il suo contenuto, rendendolo schiavo.. nel loro caso, della morte.
Questa schiavitù ha inoltre il triste pregio di risultare all'individuo, oltre che degradante sotto certi aspetti, totalmente inconscia. Per questo gli effetti devastanti generati da questa, vengono fuori solo nel lungo periodo.. riflettendosi su tante altre conseguenze che inizialmente passano inosservate.
All'avvenire di questo meccanismo di deificazione, infatti, tutti gli allarmi che la nostra psiche è sempre pronta a segnalarci per evitare danni lesivi al nostro apparato emotivo, vengono immediatamente declassati, sconvolti e talvolta disattivati.
Del resto trattandosi di una centralizzazione totale della nostra vita nei confronti di quell'essere vivente, è normale che tutte le funzioni che non risultino ad esso inerenti passino inevitabilmente in secondo piano, o forse in terzo.. ammesso che esista. Ed è anche normale che di conseguenza tutto ciò che concerne la nostra esistenza dipenda in grossissima parte da ciò che venga messo in relazione con tale entità dominante.

E allora se tutto appare così accattivante, bello, dolce, sensuale, ammaliante, appagante, gratificante e completante, quali sono questi effetti disastrosi e degradanti susseguenti?
Beh qui le dinamiche sono complesse e molto diverse e variano da soggetto a soggetto, e soprattutto sono molto dipendenti da cosa viene messo in relazione col soggetto stesso; come detto sopra ci sono varie possibilità:
agenti divini, agenti artistici, ideali, persone, ecc.
In molti casi comunque ciò che viene meno e che crea di conseguenza profondi squilibri nelle dinamiche dei rapporti e di conseguenza nelle dinamiche interiori, è appunto un fattore che tiene banco e rappresenta le difese e le concezioni proprie e personali dell'individuo, fondamentali per la sua esistenza e decisamente funzionali nel momento in cui l'individuo debba distaccarsi e difendersi dal contesto che lo circonda.
Escludendo queste funzionalità si esclude la possibilità per l'individuo di separarsi dal contesto e da ciò che lo circonda, di distaccarsi di conseguenza da questa continua forza attraente e da cui letteralmente ogni proprio gesto dipende, come allo stesso modo può avvenire per un tossicodipendente.
Se l'oggetto di dipendenza è rappresentato da una persona ad esempio, questo annichilirsi da parte dei fattori individuali, del senso critico e del distacco critico dell'individuo dall'altro essere, porta ad una continua ed ossessiva identificazione dell'individuo con l'altra persona, che può generare comportamenti poco autosufficienti da parte del dipendente fino a veri e propri atti di stalking nei casi più estremi.
Nei casi più nella norma, quelli in cui dunque l'individuo dipendente è totalmente ossessionato dalla cura e da ogni gesto dipendente dall'altra persona, il rischio maggiore porta ad un forte disequilibrio innanzitutto delle dinamiche di coppia, secondo cui adesso un individuo trascinerà il rapporto e farà da creatore di dipendenza e l'altro ne verrà di conseguenza trascinato. Ciò comporterà dunque un forte peso di responsabilità trainanti da parte dell'individuo creatore e allo stesso tempo un forte peso di responsabilità curanti da parte del dipendente. Questa dinamica, prolungata nel tempo, porterà inevitabilmente ad un tracollo della relazione, determinato dall'esplosione di uno o dell'altro ruolo a causa del forte e squilibrato peso portato.
L'individuo creatore potrebbe, ad esempio, perdere interesse nell'altro proprio perchè sempre presente.. e soprattutto denunciare la carenza di un'altra sponda trainante dall'altra parte, utile nei momenti di smarrimento, magari, assai frequenti durante la vita di tutti i giorni.
L'individuo dipendente, a sua volta, potrebbe soccombere ad un eccessivo potere di un creatore dispotico e totalitario magari..
In ogni caso prima o poi, disequilibrando in tal maniera le dinamiche della relazione, con molta probabilità il tutto giungerà ad un tracollo.
E allora a tal punto, come tutti i tracolli relazionali che si rispettino, verranno a galla tutte le dinamiche intrapsichiche, che porteranno, nei casi più probabili ovviamente, a riconoscere tutti gli errori commessi e successivamente, magari, ad un alto livello di consapevolezza che giungerà alla conclusione che forse durante tutto quel rapporto, quella relazione, si è risultati eccessivamente dipendenti dall'altra persona.
Ad un approfondimento ancor più intenso, risulterebbero, infatti, soppressi molti dei contenuti sopraelencati, quelli necessari, per l'appunto, ad una normale ed equilibrata difesa dall'esterno, quelli coerenti e presenti in ognuno di noi, atti ad un continuo distacco critico da ciò che ci circonda. Quelli che ci fanno riconoscere insomma chi o cosa siamo noi e chi o cosa è l'altro.
 Il discorso sarebbe allo stesso modo complesso e ricco di dinamiche anche in casi in cui, ad esempio, l'oggetto creatore di dipendenza venisse rappresentato da una divinità o da un ideale ad esempio.
Qui più che una relazione al collasso (cosa che in un certo senso comunque avverrebbe), si potrebbe giungere a casi in cui l'individuo, sentendosi privato di molte libertà e pulsioni a lui fondamentali, presenti vari disturbi, anche somatici talvolta, che non gli permetterebbero, ovviamente, di svolgere le normali attività della propria vita in maniera regolare, o di scomparire qualora vi fosse la necessità di restare in primo piano in alcune situazioni, di esporre il proprio ego o di esser decisi e forti nel prendere una qualsiasi decisione ad esempio.
Oltre i disequilibri creati nelle dinamiche di coppia, non sarebbero assolutamente da sottovalutare tutte le privazioni intime e necessarie alla cura personale a cui l'individuo andrebbe inconsapevolmente incontro.
Non riuscendo più a distaccarsi dalla dipendenza altrui, non riuscendo più a concepire una qualsiasi situazione di vita, interesse, impegno, al di fuori di ciò che venga vissuto in comunione con quell'altro individuo, la via più ovvia porterebbe ad una totale esclusione di tutti quei campi prettamente personali della propria vita, in cui la partecipazione dell'altra persona non è assolutamente richiesta.
Questi campi sono spesso rappresentati da impegni talvolta altrettanto importanti, come lavoro, studio, una passione molto forte e fondamentale per l'individuo, un impegno fisso, ecc.
Ciò comporterebbe dunque la perdita di tanti valori, che verrebbero temporaneamente messi da parte, a discapito della formazione personale dell'individuo e del conseguente riconoscersi in quanto entità singola indipendente dall'oggetto amato, che andrebbero quindi alla lunga a formare grandi lacune nell'interesse e l'autostima dell'individuo stesso, soprattutto dal momento in cui, come in tutti i rapporti di coppia, questa magia illusoria di simbiosi, semmai riuscisse a perdurare a tale squilibrio, scomparirebbe nel nulla, riportando a galla la concezione di essere comunque un'individualità singola.

Se, dunque, una eccessiva divinizzazione (molto spesso genetica o derivante da educazione) potrebbe portare l'individuo a perdere letteralmente se stesso, allo stesso modo si dovrebbero ben osservare tutt'una serie di grossi "vantaggi", o meglio ancora di grosse necessità, che ogni individuo ogni giorno della propria vita possa recepire da un qualsiasi essere o ideale elevato a "divinità".
Approfondendo attentamente questo lato dell'analisi, in effetti, si andrebbe incontro ad una legge dicotomica secondo la quale se un eccessivo comportamento nei confronti di un oggetto esterno comporta degli svantaggi, eliminarlo totalmente ne annichilirebbe il senso e di conseguenza la persona ad essa dedita, come osservato nel post delle "verità".
Una divinità per cui sacrificare la propria vita, infatti, per alcuni risulta assai simile ad uno scopo per cui esistere, ad un'ambizione per cui andare avanti, ad un senso totale e appagante da dare alle nostre vite.
In questi casi, come detto sopra, questa ambizione, questo sacrificio, risulta particolarmente forte e centralizzato.
Ora, esistono casi in cui questo scopo viene talmente centralizzato su un singolo oggetto, da portare l'individuo, come detto, ad escludere tutto il resto.
Ma escludendo temporaneamente questi casi, si potrebbe ben osservare come in realtà ognuno di noi in ogni istante della nostra vita necessiti assolutamente di una sorta di piccolo "dio" concettuale da adorare, per compiere ogni singola azione della nostra vita.
Del resto a nessuno di noi piacerebbe compiere azioni senza alcuno "scopo".
Beh, lo scopo, che sempre ci prefiggiamo in ogni singola evenienza, prende il posto di questo simbolico "dio" creato per l'adorazione. Così come adoriamo dio e nel suo nome svolgiamo le nostre azioni quotidiane, allo stesso modo adoriamo uno scopo e lo perseguiamo fino a raggiungerlo, quando possibile.
La differenza consiste sostanzialmente nel solito valore di intensità con cui ci prefiggiamo questo scopo, cioè quanto questo scopo sia fondamentale e centralizzato per la nostra vita.
Se questi riesce a raggiungere un livello tale da escludere il resto, si potrebbe parlare di quella deificazione sopraesposta. Se questi funge da semplice stimolo ed obiettivo da raggiungere al pari di altri, ecco allora che lo scopo di ogni nostra azione prendere il sopravvento.
Dunque uno scopo o un dio sono per tutti noi necessari in fondo.
Bisogna allora concepire come fare ad evitare che uno scopo (o dio) ci risucchi a tal punto da renderci suoi schiavi devoti. Bisogna cioè, in parole povere, imparare a concepire quand'è che ad un qualcosa che ci trascina e ci condiziona la vita in maniera asfissiante si possa anche dire "Basta!".
Il concetto qui si complica ulteriormente.
Sarebbe certamente utile puntare ad educare la propria vita verso un dio che punti a se stesso.
Senza indugiare troppo su concetti zen, il punto d'incontro potrebbe essere riuscire a compiere ogni gesto della propria quotidianità solo per il piacere di farlo, per il piacere di vivere, perché questo gesto risulti bello, gratificante, appagante di per se. Perché comunque ogni gesto della nostra vita comprende in primis "noi che lo facciamo"; e di conseguenza, trovandone un giusto equilibrio e punto d'incontro col nostro ego, è già valido, utile e consacrabile a "verità sacra" (o dio se si vuole utilizzare questa nuova terminologia) per il solo fatto che siamo noi, in tutto ciò che siamo in quel determinato istante, a renderlo reale, a viverlo.
Mi rendo conto che talvolta in alcuni contesti, non essendo nessuno di noi maestro zen, ciò non risulti tanto possibile o semplice, anche se un buon allenamento ogni giorno può certamente risultare vincente.
In ogni caso riuscire ad impostare la propria vita in questa direzione sarebbe già un punto di inizio molto interessante.
Seguendo un approccio più semplicistico invece, bisognerebbe educare la propria persona a riconoscere i propri limiti e a piazzare qualche allarmino più forte e squillante, da far scattare quando la situazione inizi a sfuggirci di mano.
Trovare il punto d'incontro insomma tra quello che noi siamo e vogliamo per noi stesso in quel determinato istante, e quello che quel determinato dio o scopo può darci una volta perseguito.
Bisognerebbe essere bravi, insomma, ad altalenarsi continuamente tra ciò che noi siamo adesso e ciò che vogliamo diventare, tra ciò che forma la nostra personalità adesso e ciò che potrebbe ricavare la nostra personalità da quel successivo scopo.
E' tutto un gioco di equilibri insomma, non facile certamente, ma nemmeno tanto impossibile come si pensi.
Posta una base di partenza di questo tipo, di certo vivere tutte le attività, gli scopi e le deificazioni necessarie alla nostra vita per darci un senso alle cose, e dunque darci la gioia di viverle, allo stesso livello risulterebbe un'opzione molto più gratificante ed equilibrata, atta a nutrire il nostro ego sotto più punti di vista, senza pericolose centralizzazioni e senza disperderci in nichilismi egocentrici che escludano l'utilità a tutto il resto.