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venerdì 29 maggio 2015

Il Dono

Perdersi tra queste mura
che mi trascinano nel tempo.
Perdersi tra queste strade
che disperdono la mia unicità.
È un sogno,
è un sogno dal cuore vivo,
che pulsa nel corpo di una realtà fatta di parole.
È un sogno in cui scorrono proiezioni lampanti
dei racconti del tempo che fu,
di storie in cui vi sono luoghi da sempre narrati,
luoghi che per giorni furono immaginati,
luoghi in cui vi era da narrare poi
sempre di qualche cosa,
o di qualche perduto ricordo.
Qui dove l'angolo fa la corte alla chiesa,
qui dove si odono gli echi dei medici
che si presero cura del tempo ammaliato,
risali le scale
e guarda,
adesso puoi apprendere come le emozioni
scorrano via attraverso i tuoi occhi.
L'acqua scorre in giù, segna il tempo che passa,
sulle rive lascia il tempo che resta
per concedersi ancora una volta
qualche ripiego al passato.
Vai ad immergerti in un idillio
la cui debolezza
è simbolo e specchio della più indescrivibile delicatezza.
Non c'è spazio per la notte,
si può al massimo tendere ad allargare il buio finché si può,
fin tanto che non si riesca più a vedere,
o a vedersi
neppure impigliati in una realtà tangibile al tocco.
Questa è la poesia,
questo è il dono di cui ti parlo
ogni qualvolta ti penso intensamente.
È il dono del giglio,
è il dono del cipresso,
è il dono di tutti i fiori, le rose azzurre,
e dei più nobili misteri che si aggirano lungo i sentieri più intricati,
che vagano lì da soli a raccontarsi, magnificati,
tra le strade di questa città.
Qui dove fu l'isola dei morti,
è il luogo per le campane che suonano al giusto rintocco,
è il luogo in cui il glicine troppo in fretta si mostra sospeso in fiore,
è il luogo in cui sempre aperte sono le finestre
nell'attesa che tornino gli avventurieri dei racconti trapassati.
È il luogo in cui si conoscono i cinghiali,
e le fortune che incedono dai loro proventi,
è il luogo in cui ti vedi nel rincorrerti in uno stesso posto,
senza mai vederti, allo stesso modo, in un gioco predisposto.
È il luogo in cui mi fu permesso di aprire gli occhi
e guardare al di là delle cose,
di immergermi con tutto me stesso, una volta,
e di concedermi un bagno in queste acque consumate,
in cui in vite precedenti ho già imbastito legami così intensi
da non poterne mai dimenticare il sentore invisibile, seppur lontano dagli occhi.
Questo è il più grande dono che mi hai concesso Fiorente Viola,
è questo che ho colto, nelle mie notti, dal Santo al Pellegrino:
tu sei l'idea,
tu sei l'ideale, a cui appendo le mie malinconie,
il tuo dono è nello spirito,
in esso, la via che ci abbraccia in tutte le cose
e che mai ci disperde,
neppure quando ne vengono arginati i più arditi risvolti.
E quando il sogno svanisce,
ecco che l'occhio si apre su una dea senza coscienza,
ecco che il tempo si delinea quale sublime occasione
in cui concedersi non è che un'empia decisione;
qui dove il sogno s'infrange
il cuore si frantuma nel dirsi impotente.
Dal ponte si entra,
dal ponte, poi, si esce.
Seppur tutt'oggi te lo chiedessi,
è di un dono povero al tatto
quello di cui si parla,
ma è un dono così intenso e concreto nella realtà che ivi si narra,
che colui della quale vi s'intinge ciò nonostante
nella stessa porta il nome,
l'effige impalpabile di sognante.


Hic lapis exilis extat, pretio quoque vilis, spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis.

giovedì 19 marzo 2015

Il Nodo Gordiano

Chi dunque ha compreso
il peso,
dal Golgota non s'è ripreso
l'appeso,
di tutto il tempo speso
preteso,
tra il nodo forte e teso
proteso,
al mondo tanto atteso
inteso,
di un gioco ormai sotteso
riacceso,
che al giogo fu sospeso
rappreso,
s'accorge d'esser leso
arreso,
d'uno scorgersi indifeso
sorpreso,
uno sciogliersi incompreso
disceso,
su un sentiero un po' scosceso
intrapreso,
porge il passo vilipeso
offeso,
verso un muoversi più acceso
inceso,
cui ogni gesto sovrainteso
asceso,
giunge senza malinteso
appreso,
scaglia dunque il braccio steso
esteso,
scioglie il groppo già iperteso
feso,
scisso in due dal Sé coeso
trasceso,
come un Dio s'è presto reso
creso.




domenica 21 dicembre 2014

Coro degli Angeli: L'Accecante Vetrificazione

"Perchè cosi attratte dalla luce?
Pensate forse sia questa a concedervi la grazia?

No,
siete voi stesse,
siete voi che dovete salvarvi per miserabile costrizione.

Per cosa?
Per nulla,
nient'altro.



Così brucerete soltanto."

venerdì 2 maggio 2014

Il Cammino, Tutte le Volte

Oh, è questa la calda sensazione che mi piace provare,
all'imbrunire,
quando le nuvole s'addensano,
creando una morbida e soffice nebbiolina,
flebile e calda,
abbastanza da sentire le proprie membra accalorarsi,
come un abbraccio, rassicurante,
in memoria di un'atavica sensazione primordiale,
che rimarca la sicurezza intima dell'involucro materno.
E il sole le sovrasta,
e porta il lume laddove le remote e scure depressioni
affossano il terreno,
e lo rendono cupo, ricurvo
e preso dall'intento d'affogarsi tra le proprie colpe,
arrendevoli, invece, adesso che la luce le ha scovate nel profondo,
sorprese, oramai dunque,
ad ammettere la perversa ingordigia
rivenuta nel trastullarsi del proprio mondo.
L'aria si fa limpida,
inalo un respiro che ristora le anime danzanti sui cieli rasserenati
dall'intiepidirsi dei cocenti afflussi, portati dal sole,
di cui esse li sorvolano,
e si rincorrono in cerca delle primizie che le correnti di primavera
s'apprestano ad offrirgli in grembo.
E poi i canti.. Che da tutt'altri mondi inneggiano,
d'ogni luogo,
alla più serena convivenza,
tra le melodie dissonanti deturpate da quei mezzi
che impuri
corteggiano questo intenso paradiso terrestre,
in cui ogni festa,
sia essa pura o ricolma di peccato,
trova luogo in un'armoniosa sorte,
che coinvolge già tutti gli orchestranti,
intenti, ognun per proprio conto,
a raggiungere il luogo prestabilito,
consci di dover adempiere al proprio compito,
ognuno col proprio mestiere,
affinché ogni giorno possa sempre erigersi
come quello più dorato.
Io m'immergo in un tepore
che fa brezza dall'interno,
e che calma il corso delle acque delle sorgenti,
che fino ad allora, si spingevano con insolenza,
miscelando i proprio flussi ardenti, in una più profonda disillusione,
dipingendo l'intero corso
d'un nero rattrappito, coagulato,
rappreso in grumi di turpitudine decadente.
Il calore spegne il soffio dei venti
che da un capo all'altro
respingevano, come per gioco,
i miei brividi di lamento.
Giungo allora al centro del mio viaggio.
Poi mi siedo, sul punto esatto in cui ho sempre inclinato il corpo,
e mi perdo tra le danze ammaestrate per l'occasione
dai primissimi messaggeri alati delle correnti di primavera,
coloro che mai si poggiano per intero sulla propria terra
sfrecciano in apoteosi per la più importante celebrazione
che rasserena tutto il corpo,
e lo dirige verso un tempo che al qualsivoglia incontro aveva chiuso i propri battenti.
Le emozioni sono lì congelate, in un luogo fermato nel tempo ed occluso dal tempo.
E d'esso soltanto preferiscon proferir parola, sovente, quando il tempo si fa buono.
Da lì, incalzano discorsi
da cui perdersi per strade assai profonde
è cosa molto facile.
Ed io solitario parto
ed in armoniosa compagnia finisco poi per ritrovarmi,
in un cammino gioioso
di cui m'affretto tutte le volte a raccontarti,
quello di una più serena madre
pronta a render grazia ad ogni tua parola mai davvero portentosa.
È questo il fortunato destino
a cui lego con fervore ogni mia parte,
e dal quale, con equilibrio,
mi presto a conservarne ogni più piccola delicatezza,
pronto a concederne,
a chi con un gesto ritrovi il proprio posto,
col cuore, ogni singolo istante,
anche se di un posto lasciato in passato
è pur sempre quello di cui si parla,
in un luogo, che definir magia,
è pur soltanto fiato sprecato.



domenica 30 marzo 2014

L'Ombra di Saturno

Ogni tanto penso che dovrei assecondarti, seguire il tuo pulpito, che così spesso con gran veemenza mi reciti come fosse quello più adatto alla mia morale.
Mi fermo e sento che sarebbe la cosa più giusta da fare riguardo tutto questo, dare spazio alla tua voce che troppo spesso ha dovuto esibirsi col lamento.
E più vado avanti, più riesci ad averne ragione, di me, di tutto ciò che mi corrisponde, riesci a convincermi da buon mercante, come si fa coi più sprovveduti passanti, a consumare la tua merce.
Forse un giorno la tua voce riempirà tutto questo.
Forse un giorno riuscirai a vendermi finalmente tutto ciò che vorrai, tutto ciò che possiedi.
E fino ad allora sarà un continuo battersi e ribattersi di questioni che parevano già risolte, ma che invece sempre più in fondo hanno posto le proprie radici.
E queste col tempo hanno già consumato gran parte dello spazio che riempiva l'intero sottosuolo, trovandosi così ad inerpicarsi, a contendersi e spingersi più in su, fino a ledermi e comprimere anche ciò che alla luce del sole aveva sempre giaciuto per suo insindacabile diritto.
Ecco allora che da buon mercante hai venduto a poco a poco il tuo prodotto, approfittando, affinché esso lasciasse germogliare in me le più cruente supposizioni, su ciò che fosse giusto e su ciò che fosse vero, su ciò che fin dal tempo era già stato scritto, su ciò che di così ancestrale, da allora, marcisse in me.
Ed eccomi qui dunque, adesso, alla stregua dei tuoi lamenti, contuso, e rivolto ai tuoi occhi, in balia della mercé dei tuoi giusti sentimenti, sempre pronti a concedersi parola quando il momento è più opportuno, o a lanciare il proprio fendente quando l'occasione si fa ghiotta.
E me li vendi cari questi tuoi lamenti.
Poiché col tempo mi rendo conto che essi acquistano sempre più valore, di come, con l'andare in alto e in basso delle stagioni, tu prenda possesso delle più squallide e luride speculazioni, per farne di esse un vanto, e per promuoverle, tra le più raggrumate delusioni, a concetti di valore e oggetti di un certo conto.
Il tempo mi da ragione di come nel breve lungo corso poi cambino le cose, come di tutta un'altra vita, si renda conto oggigiorno a dispetto del domani.
Eppure un tempo, di esso, si poneva un unico senso nei contorni lucenti del nostro passato, e tuttavia vi si cuoceva col giusto fuoco tutto il tepore del nostro concederci alla vita, quest'oggi.
Adesso mi fermo, qui, alla stregua delle nostre lunghe e interminabili conversazioni, a concedermi all'idea che forse quel gesto darebbe davvero conto del mio valore.
E' quel gesto di cui sempre tu mi parli, che ben dichiara qual è il senso ultimo della mia stessa vita, il quale, forse, ne è stato fino in fondo l'unico senso primario.
Tu mi parli, difatti, stregandomi di come un tempo si assaporasse lo stesso identico dolore celato sotto deplorevoli spoglie, di come muovendomi e sfuggendolo mi ritrovassi sempre ad annaspare in un mare consumato dallo stesso torpore che aveva già stroncato i miei stucchevoli sogni, quando mi muovevo ancora tra le fronde della più tenera età celeste.
Mi persuadi ancora, che il destino sarebbe stato già scritto, destino nel quale forse, avendo già perduto il più incantevole dei propositi, sarebbe andato perduto anche lo scorrere dei miei più antichi aurei risvolti.
Ecco dunque che, oltre il velo, infine, si scorge il sentiero a me riservato nel senso più atavico che sia mai stato imposto,
e questa notte mi trovi in ginocchio a dartene ogni ragione, e così come questa, d'altre notti m'hai venduto senza mai concedermi di assaporare un minimo raggio di quel sole che, com'era scritto, mi sarebbe stato dovuto fin dal principio.

1Ebbene,
2Forse un giorno ci prenderemo mio lieto mercante, e nel lungo abbraccio ci stringeremo, immergendoci di quel liquido nero, putrido e asfissiante.
3Forse quel giorno ci fonderemo nel più acceso amore così devastante, che in esso, nel nostro intenso abbraccio, affogheremo dolcemente con terrore ogni singolo istante.
4Forse soltanto del tuo sincero approdo avrai goduto, avido e ingordo, con l'occhio bramante, e con esso, grifagno predatore, la mia anima avrai preso, nel supplizio del suo ultimo respiro restante.

5Forse allora, quel mattino tornerai a rendere causa al mio vero fato, le cui trame in fondo, da lui sempre con cura m'hai decantato:
6"Sotto l'Ombra di Saturno tu sei nato e dal ventre, con spasimo, d'essa inerme sarai in eterno consumato".

                                        7
                                       



sabato 4 gennaio 2014

Il Barone Decadente

L'insano amor proprio del non voler guardare al di sotto del proprio naso.
L'invisibile sfrontatezza del non reputar nulla all'altezza di me.
È così che si compone realmente la tua malattia.
Di ciò si nutrono le costernanti pastorizie della tua immobilità.
Come un barone sfuggente, per te, e te soltanto, provi amore e vanità,
null'altro ti schiara la mente, e di poco frutto ti si infervorano passivamente le membra.
E falci e falci ancora povere anime che nulla tengono e che ancora, innocenti,
si muovono alla ricerca di se stesse, un po' goffamente, un po' circumnavigando isolati
che col tempo allungano ancor più la loro sofferenza, anziché convergere alla ricerca di una sublime verità.
Dell'odio e dell'invidia ti fai ira e scudo, nelle più avverse condutture
che di tangibile e di sicuro ben nulla han da mostrare.
Ma di tal genocidio ed imbottita mietitura tu ti ferisci, o' mio giovane rampante,
poiché t'imbevi tutto d'un sorso che ottenebra le menti, che le rende ancor più acide
ed un po' troppo petulanti.
Da qui ha inizio la tua tortura, poiché dell'insistente domanda e della rigida richiesta
fai sia un mantra che rinuncia alla retta vista, per ciò che sei, e per ciò che con dote porti in grembo.
Da qui scatta la rinuncia, l'oppressione, la dispersione, di quel che rendi amato,
di quel che dovresti amare e di quel che sarebbe ancora da innamorare.

Un signore d'altro tempo, un signore di un tempo forse mai esistente.
Ecco cosa raccontano i tuoi passi, scorgendosi l'un l'altro in una sinfonia ammaestrata,
riconducibili ad innate sincronie, anacronistiche ed inconcludenti,
che d'indegno candore trasudano ad ogni mossa.
Così ti conducono i tuoi passi, laddove non v'è spazio per esistenza alcuna,
in un tempo assai tiranno, col suo fervore frenetico e irascibile,
e per chi lo elude assai iracondo;
funesto adesso, e infausto, col distinto passante e con la sua leziosa leggiadria
ed il suo tepore atavico nello scorgere di bellezze e di canti,
che dovunque ancora si rifugiano impauriti e un po' annebbiati
nell'oscurità d'un luogo in cui nemmeno la loro fine essenza giustifica il debito posto,
spogliata del proprio grido dall'immane scempio di arretratezze.
Qui signore, ti fai servo, povero della tua aristocrazia,
di cui sto mondo non sa più che farsene, poiché piena di fermezze
di cui i più sacri ardori qui si arrendono all'esser vezzi.
Ritorni dunque sconfitto suoi tuoi passi,
ancora fieri e degni del loro rango di maestri,
ancora emananti tutto lo splendore di ciò che palpita tra i tuoi denti,
proiettati tra i sogni e gli ideali, che ad una bieca luce portano adesso i tuoi portenti.

Torni, gentile signore, ad accenderti in un tempio, circoscritto e disilluso,
illuminandoti sul tempo, nel riconoscerti come un intruso.
Cerchi parte al tuo mestiere, spingi e muovi forze
lungo cunicoli offuscati,
scegli di batterti per gioco o per un debito d'orgoglio,
muovi con enfasi le tue membra per risvegliare il più intricato dei desideri;
ti risvegli,
segregato, sepolto, riposto, all'interno del tuo morboso scrigno.
Scorri,
tra inutili ere perdute senza alcun ritegno,
in visioni mai compiute, ma sempre più innalzate
a virtù inconfessate, contrastanti, e non viventi,
nel loro più profondo ribollire, nel sangue e nelle ossa,
di quella supremazia che si è arresa al suo unico vero colpo.
Non v'è tempo e non v'è spazio, adesso, per le tue doti sincere,
dove il tempo chiama l'attimo della rottura,
dell'innalzarsi fino a rompere l'uovo,
del patimento, da cui levi il calice colmo del tuo stesso sangue,
inacidito e ristagnante, dal poltrire delle membra,
colmato però adesso, delle più pregevoli fioriture
ricercate ansiosamente all'atto vivo del folle gesto del divenir mondo,
corrose dall'interno, per dissolverti nelle ceneri brune più sottili,
consapevoli del risveglio al balzo lucente dell'araba fenice.

Ti guardi o' fragile decadente,
ma della tua coppa rigetti indifferente.
Dormi o' debole pezzente,
e dei tuoi liquami ti assopisci dolcemente.

Ti ringrazio per tutti questi colloqui interessanti.


martedì 5 novembre 2013

V(u)oto di Devozione

È come un virus,
una morsa struggente,
sento il mio corpo decomporsi,
degradarsi, sbiadirsi, dilaniarsi,
in un insieme di frammenti dai legami infetti.
È il marcire della carne
e degli strati nervosi,
che pian piano si irrigidiscono
e si scompongono
lasciando spazio al caos più totale.
Una malattia,
ti divora l'anima,
divieni un condannato terminale.
Provi a ricomporti,
affannato nel ricucire i tessuti
adesso sconnessi,
affaticato nel seguire le mappe
delle vie nervose,
a ricongiungerne ogni pezzo che
lentamente sfugge via,
si distrugge,
e non rende neanche il tempo per rendersi conto.
Sei vuoto adesso?
Non ancora.
Sei nel pieno delle forze,
ma queste congiungono tutte, lentamente,
verso l'interno,
si concentrano per corrodere
là dove il corpo pullula di vasi sanguigni,
là dove è il centro di ogni pia decisione.
Si muore.
Si muore dall'interno,
di un implodere su ciò che più ti incanta.
Il desiderio di una vita intera
rende la vita stessa un calvario senza fine,
una tortura in cui si muore
una tortura in cui la morte non è altro che l'inizio di un intensa fine.
Guardi il tempo che passa,
conti i secondi che ti separano dall'infausto destino.
Cosa fare?
Muoversi adagio, sorprendersi a remare controcorrente.
E se ciò non accade?
Arrendersi e perdersi nei profumi della sfuggevole bellezza
d'un essenza mai destinata a durare troppo a lungo.
Perdersi in questo mare, che più ti muovi
più affiorano verità indissolubili;
inoppugnabili certezze,
si affinano stucchevoli lame,
pronte a concedersi
un fendente che lacera il costato.
Ti stendi in un mare pietoso
di decadenze mai misericordiose,
ti arrendi o' fiero cavaliere
all'unica verità certa
che fortifica la rocca e dona la forza all'intraprendenza:
vai avanti, sollevi la dama,
e del piombo più cupo
fai l'oro da sciogliere in bocca.




sabato 26 ottobre 2013

La Tirannica Circe dai Pericolosi Profumi

Navigano i fiori della mia impotenza.
Del sublime, una passione
che di più non si può estendere il fato.
Il fascino, l'illusione
e la sfuggevolezza di un fiore mai domato.
Del diletto, vi si nutre con leggerezza,
del diletto, fa propria tutta l'ebbrezza.
La sofferenza, il patire,
un dolore,
che d'antico è stato scritto.
La bellezza ancora
di un tempo che ha saputo mai essermi distinto.
Io mi muovo adesso
tra vaneggio e vanità,
io mi trovo adesso
d'inettitudine e carità.
L'ascesa, la sensazione
l'esser canto per virtù.
Ritrovarsi in ebbre fronde
là dove il gioco spinge in giù.
Soffrire il fascino del disilluso non è cosa da tutti.
Mi ritrovo, mi ripenso,
ammaliato da qualcosa d'altro tempo.
L'essenza è già vista
la forma mi è assai nuova,
io mi perdo
e di me stesso faccio ammenda.
L'offensiva è un rivolgersi verso i muri.
Ritrovarsi ammaestrati
più da un cervo, che di bellezza
e perdizione
ha visto il tramonto in un turbine senza tempo.
Resta dunque il giro del centro
di un etanolo fatto d'ardore e commozione,
in un fetido imputridire
in una vita di ricordi dal tendersi ad orrore.
Salgo il balzo dell'oltretomba,
e prendo il cervo con tutto il cuore.
L'amore, l'amicizia, l'ardore,
d'una regina del tempo;
mi dissolvo nel dolore.
La strage d'un intero popolo
è cosa da nulla
per colei che sfugge.
L'annichilimento di un intero uomo
è vera goduria per colei che giunge.


mercoledì 16 ottobre 2013

L'Anatema di chinarsi a Nettuno

Poi arriva (in)giusto quell'attimo
in cui d'ogni cosa detta, fatta, percepita,
si fa un cumulo di macerie.
Tutto decade,
10 secondi per rendersi conto,
2 minuti per appurarsi,
altri 10 in cerca di verità,
poi allora quei pochi secondi di conferma.
Dunque le prossime ore sono tra lo sconcerto
e l'apprensione
di qualcosa che, non è ben chiaro come possa essersi verificata.
Rivelarsi in tal maniera, è un più che certo segno di un destino
che si diletta a prendersi gioco di se stesso, di raggirarsi
ed inseguirsi in un succedersi di apparizioni, immagini,
scorci rapaci,
o di manifestazioni idilliache, quasi fiabesche,
per poi infine riconcretizzarsi nella rotonditudine giornaliera,
quasi a testimonianza che allora tale miracoloso diletto è possibile
ed ha faccia altresì dura e concreta.
In un attimo, un solo attimo
ogni fatica è perduta,
dismessa nell'oblio,
nell'oscura rimozione, che va facendosi, a dir poco forzata.
Vani pure i tentativi, in disperata agonia,
di un'audace ricerca
dei mezzi perduti e degli appoggi edificati,
per scovare la chiave, quell'appiglio,
che all'attempata memoria avrebbero consentito redenzione
per tali peccati.
Così si conclude e si sfalda un cerchio
volto a sfatare il mito, il tabù,
e il qualsivoglia insfatabile,
rompendosi ad un tratto
come un elastico che, in fin dei conti,
troppo ha esteso il proprio corpo
e che troppo oltre s'è spinto nel volersi muovere e colonizzare
nelle terre più aspre,
ed impervie,
che la vita avesse potuto concedergli.
Il punto morale,
la voragine, è sempre aperta,
e chiama a gran voce nel risucchio di qualsiasi anima eroica
assorta in campagna di guerra,
riduce tutto alla solita sevizia, fatta di ricordi ed olezzi
di una storia che non si degna a metter fine.
Basta un gesto e il cesto
si rompe.
Ecco che allora giunge in tono squillante
la cantilena che inneggia all'ignobile sconfitta
ed alla condizione di eterna dipendenza
e di spettanza
ad un ceppo solido di mancanze,
e sinecure
di cui l'esistenza ha sempre fatto a meno
ed enfatizzato a gran voce la pura ed assoluta inesistenza.
Non è il gesto, non è l'attimo,
ma la condizione di un'eterna ostinata resa
nei confronti di una chimera mai destinata a slegarsi:
la consapevolezza,
l'Anatema di chinarsi a Nettuno.


"It's cold I'm afraid
It's been like this for a day
The water is rising and slowly we're dying
We won't see light again
We won't see our wives again"

sabato 12 ottobre 2013

Ode all'Arte Regia

L'arte è l'unico mezzo che permetta all'uomo di trascendere a Dio.
Quando l'opera è completa, ecco allora che la comunione è lecita di entrambe le parti.
Si potrebbe far dunque della vita un'intera trascesa a Dio e, di conseguenza, d'essa, una grande opera d'arte.
E dato che l'Arte è, in fondo, tutto ciò che l'uomo rende più divino di dio stesso,
si potrebbe dire che l'opera compiuta rappresenti, in ultima analisi, una trascesa da ed all'uomo stesso.
Dove ella porti è difficile asserirlo con certezza, ma dove essa faccia ritorno è ancor più evidente dell'atto stesso al termine del proprio compimento:
il divenire umano è il più grande Artista che il creato abbia mai messo in scena.


giovedì 10 ottobre 2013

L'Avvento del Tepore Purpureo

Impersoni un Signore dall'alito focoso,
discolo, impervio, impavido.
Non sogna, non si agita,
non s'informa, né domanda.
Della realtà fa propaganda.
Egli sa e sa di sapere,
conosce bene ciò che da intendere
si pone al tavolo d'esecuzione.
Allora si spiega, si snoda, si contorce,
ma mai si distorce,
né si annega nel masochistico sopore,
il castigo del mai sentirsi vivo.
Si inserisce,
sceglie il tempo, coglie l'attimo,
mette il dito
e disegna con ardore,
là soltanto, dove s'intende di tracciare,
e con penna fatta di aculei ed auliche finiture;
sceglie il suo tratto:
è nobile e sincero,
certo,
d'esso mai si dubita, d'esso mai si va a sorte.
Dipinge l'effigie d'un avvertito gentiluomo
dalle eroiche fattezze,
avventuriere e già arricchite
d'esperienza incettata in una vita vissuta in guerra.
Egli mai si spegne, mai si arresta,
e dell'animo
e del dominio altrui,
con voluttà,
modella i propri pasti.
Cumula prede su prede,
e miete vittime indistinte né disposte,
lenisce il proprio cuore
soltanto della gioia della conquista.
Cammina, cavalca, calpesta.
Nell'avanzare
ora divora la terra che ha d'innanzi,
la deruba del suo tempo,
ne deturpa poi gli avanzi,
arricchisce ogni istante
di una fulgida zampata,
che al più fragile zaffiro
pone il centro assai rovente.
Si nutre dell'attimo e dell'anticipo,
del furore, della bramosia
d'un briciolo di vita sottratto all'essere,
o al gioco, al diletto,
ad un debito che per tutta una vita
ha dovuto sentir saldato,
e che mai ha riempito le bache casse
di un'esistenza che ha mietuto il proprio corso.
Ciò che rigoglisce,
è la naturale prodezza
in cui lo sciogliersi è mai banale,
e assai lontano dall'incerta e colpevole beatitudine
che il Verbo, tra le ere,
ha giudicato mai degna di morale.
Un'anima ed un corpo
in fluida comunione,
sincera e candida con la natura,
d'un esser nato per le più pregevoli conquiste,
d'un esser volto all'egemonia sul mondo,
fatto per esser esso stesso un mondo rubicondo,
teatro di una scena assai cangiante,
in cui si è sempre in cerca di un inedito costume
e sempre a caccia d'un bersaglio sapido e appagante.
Egli è vivo,
ed in vita rinasce,
come l'araba fenice
arde in furia il proprio corpo.
D'esso genera le forze
e la tempra d'esser sempre acuto ed accorto
nell'atto indomito di alimentare l'inedia pungente
col ferino verso di annullarsi nel niente,
in un omicidio abietto ed essenziale
dall'encomiabile portamento claustrale.
Quindi ad esso compie ritorno,
dopo che dell'idillio e dell'apollineo
ne sia sì fatto il sonno
e nell'attimo che mette in luce le nefandezze
stringe a corte le più scomode incertezze.
Alla morte appende il giogo
e di essa si fa dunque gioco,
ne chiama madre in sé quest'una
cui, la fine di tutte le cose,
riaccende il senso ultimo in nuova luce;
la rossa tintura dona allo spirito quel tepore purpureo
di un eroe,
colui che da tempo il popolo tutto agognava a gran voce.

Ardeva costantemente un fuoco che lo rendeva incandescente.



lunedì 26 agosto 2013

La Caduta

Camminare sotto la pioggia. Ecco che l'animo si schiude.
Passeggiare, lentamente,
muoversi,
assaporando ogni goccia,
lasciandola scorrere,
gustandone ogni sorso attraverso il proprio corpo.
Sentire
come l'acqua lo attraversi,
poggiandosi sui pori,
invadendoli, scivolandovi,
quietando la loro sete.
E poi chiudere gli occhi,
immolandosi,
distesi, nel camminare in un giardino dall'abito ducale;
assaporarne ivi il suono, e l'evolversi d'ogni passo,
favolistico,
meravigliato, da ogni centimetro che si tinge nel percorso.
E' il rumore della pioggia,
scrosciante, babelico,
non lascia spazio ad onda alcuna circostante.

Chiudo gli occhi adesso.
Le immagini scorrono, cambiano, si alternano,
non si arrestano.
Come tragiche diapositive si susseguono l'un l'altra,
in un automatismo unico e inesorabile
che non lascia la visione ad altra forma alcuna.
Qui si formano chine scoscese, percorsi impraticabili
per l'aspergersi dell'acqua dai bordi della strada.
Seguono, eleganti come cigni, gli aironi in discesa,
sulle acque candide ed evanescenti, in cerca di riparo.
Pallide, impassibili, apatiche, si snodano sui volti, le espressioni
di chi si annulla per diletto, di chi si cimenta per gioco,
donando a chi s'unisce al commediante, una ristrettezza d'animo assai marcata.
Coronati dalle bellezze, fatte dei corpi dei tempi andati,
i viali si dichiarano misteriosi ed impervi,
a chi giace in attesa, tra voluttuose effusioni,
d'immergersi ed in essi avventurarsi.
Retoriche sculture accompagnano la via
verso caverne ammaestrate,
il cui intimo è, di volti e posture, già abbondantemente appezzato.

Apro gli occhi adesso.
Il mio risveglio è un orrore
in cui calza un'oppressione assai spossante.
Guardare dentro
è cosa di immane coraggio,
l'anima è fusa dal tepore urticante
di questo gelido incanto.
Quasi fosse un sogno,
la veglia è carne cruda,
marcia e nauseabonda,
rimembra i dolori più prossimi
a colui che ora si desta.
Scrutando più a fondo,
la ricerca è di un barlume,
come in un pozzo,
dove del più nero si scorge il luccichio.
La brama lucente
dà la forza e l'ardore
di fiondare l'oscuro;
ma la ricerca poi s'arresta,
e lascia soltanto un senso di terrore;
è una carcerazione di cui l'animo
è fatalmente certo.

Lo sguardo investe l'inevitabile.
I suoi occhi non mentono,
d'atroce verità castigano.
Accecano la vista
e costringono le pupille dilatate
alla visione esasperante di quell'immagine
che darà cura all'erigersi della propria croce.
Nulla è più com'era dovuto.
Nulla tiene la sicurezza di un tempo.
La solitudine, d'un futuro disperso,
accompagna adesso l'orda di terrore
che sevizia il povero corpo.
La dipendenza, da un pubblico di burattini,
dona il fascino ed il dovuto lustro
all'opera mai compiuta.
La perdita, di quel calore,
di un regno che, oramai,
di liquami d'odio e disprezzo
accresce le proprie acque.
La verità ha cambiato volto,
e tra mille discerne le sue paure:
l'animo è il più grande prigioniero di se stesso.

                                                         
               

venerdì 28 giugno 2013

Le Tableau Parfait

Non vi è più triste sorte
di chi attende col cuore in mano.
Teso al filo dalla morte
innalza al tempo l'attributo di sovrano.
Scruta i fori della siepe
ogni dì, ricerca un segno invano.
Arranca i cumuli dalle crepe
e di sudicio riempie l'animo profano.

Pone dunque la domanda
di che il cuore duole e di che mal s'affanna,
Trova una risposta blanda
di un dolore che urge cura e che rimedio osanna.
Chiude gli occhi nel sopore
quasi a render giusto ciò che può definir condanna,
Prende atto dell'orrore
del voler gridare amore e del silenzio che l'animo si danna.

Guarda allora in fondo al cuore
sente il verbo ardere il rimpianto e dissolversi nel dolore.
Scorge in esso un puro amore
per colei che ha perduto in un tramonto assai incolore.
Chiede atto del valore
d'un sentire che supera il supplizio ad ogni malore.
Esige un gesto di grande onore
un richiamo importånte di una scelta e un desiderio di congiungere tanto fervore.


domenica 5 maggio 2013

Deus Sol Afflictus - Il Canto del Sopore

Continuavo a sognarla tutte le notti.
Dal sogno, il dipinto dagli aurei risvolti
dava risalto al disegno di un'ineccepibile natura
d'un sorriso d'ineffabile avvenenza,
nelle forme e nelle caldissime sensazioni
del sole a primavera svelata.
La casa si spandeva di quella luce raggiante
cui le ombre si prestavano a favore alla vista,
notando definizioni, curvature e forme sinuose,
a far da guide nei percorsi,
tra i lucenti nastri dorati.
Lì nel tramonto
di sguardi e di gesti d'un'euritmia ottocentesca,
volgeva a riguardo una mano,
d'una movenza regale,
dall'intento divino, nell'atto divinatorio
dell'attimo d'intesa, tra due anime congiunte.
Lì nel connubio
la sublimazione del capo dorato
l'abbandono ad una sorte
sicura, confortata,
ad un abbraccio
più edotto sul ponderånte tesoro custodito.

Dal riso non nasceva parola,
né proferiva verbo,
eppure d'un discorso iridescente
si avvaleva la schiera dei miei fuochi,
fatto di quel silenzio loquace più di mille parole,
del mutismo di quei 4'33" che rendono grazia
ad un capolavoro d'altri tempi.
E' un suono assai assordante ma che rende ardenti
tutti quanti i sensi,
e che li orchestra in un solo istante
ad una convergenza totalizzante,
che da la forma ad un'immagine
dalla naturalezza d'un pleroma percettivo,
e dal tepore paradisiaco.

L'immagine muta è il mio posto,
con lui c'è la mia casa,
e con lei ci sono io,
con tutto ciò che una vita intera
può spingermi a cercare.
Si tratta d'un solo istante,
che come acqua a goccia s'espande,
forma un corso che arpiona il tempo
in uno scorrere di sensazioni
che si spingono oltre le dimensioni.
Il tempo s'arresta.
L'infinito fa presidio d'ogni forma e sostanza,
scelgo allora di assecondare la corrente
delle grida che si propagano nell'etere siffatto
di connessioni, legami, comunioni
con la sua voglia d'esser mia parte indissolubile,
ma in stesso luogo scindibile
nel prender parte alla pura contemplazione
del nostro essere due eoni e cosa una soltanto.
Si levano gentili i due spiriti,
e ad ogni arco
bramano complemento e contatto,
e là dove forte è il sentore
dell'anima solitaria,
si abbandonano e si ritrovano nel perdersi l'un l'altro,
in un palcoscenico di giochi e di parti,
in cui si alternano negli atti.

Nasce solo una musica
eseguita senza toni,
che s'accompagna alle scene oniriche
di un matrimonio dal battito irreale.
Resta solo un rimpianto,
d'un silenzio vero e puro,
in cui manca la tua voce,
il tuo sorriso,
il rendermi tuo soltanto,
ed in cui prendo atto del tempo
dissipato nelle ombre
di vecchi spettri del passato,
nella cui attesa straziante
prendo spiro dal vento
simulato alla neve
disciolta ormai sui i tetti,
e le scale di luoghi
le cui storie verranno in eterno
narrate ai passanti.




mercoledì 21 novembre 2012

Epistolario Sacro: Nigredo

Ci sono parole che pesano come macigni.
Ci sono lame che tagliano come parole.


Tutto quanto è immobile, indissolubile e si fa sempre più soffocante.
Ma è un soffocare audace, totalmente invisibile, scorre lento e profuma di rosa.

Lo percepisci solo dall'alto, senti il suo alito, senti il suo carico, senti come la lama trafigge piano piano il tuo costato.

E non puoi fare altro che restare immobile. Consapevole che se ti sposti, tutto ciò che ti è dovuto reggere con tanta fatica, crolla in un batter d'occhio.. e non ti restano che briciole.

L'anima si ferma, di notte. L'anima, in quei momenti, fa in modo che pure il sole più splendente acquisti il fascino lunare, notturno, della quiete e del lento scorrere delle stelle lungo il cielo scuro.
L'anima riserva da sempre un gran debole per il fascino della notte. Si lascia ammaliare, si lascia conquistare, dalla bellezza di una dama così incantevole, fatta di luccichii e luci impercettibili che acquistano ancor più valore, in un contesto così oscuro.

Ma son luccichii che costano, son luci che pesano, son tesori che feriscono.

Eppure, quando trovi il coraggio e la forza di volgere l'occhio al sole, percepisci tutto il loro valore.
Capisci che tutto ciò che hai speso, tutto il sangue che hai perduto, durante la notte, è valso davvero il brutto prezzo che hai dovuto pagare.

La notte, coi suoi luccichii, rivela tutte le tue paure.
Queste vengono riflesse da ogni stella che abita nel cielo, ed è facile vederle proiettate li sulla luna. Si rispecchiano su di essa e ti si pongono davanti gli occhi, li dove non ti è possibile fuggire.

E la luna è li, che ti osserva e ti mostra ciò di cui hai tanto timore. E' impossibile sfuggirle.
Da qualunque parte osservi il cielo, riesci a scorgerla e con essa tutto ciò che ti porti dentro.


La luna è li. Ti guarda, ma non ti sfiora nemmeno.
E' conscia della propria bellezza e del proprio tesoro.
E non è mai disposta a cedere il passo.
Resta li, immobile, così che tu possa sempre osservarla, ma non cede mai a lusinga, non allunga mai carezza, non tende mai una mano.
Lei è li, per svolgere il suo ruolo, per assolvere il proprio compito.


E resti dunque disarmato. Resti solo, sconfitto e inginocchiato al suo cospetto.
Resti ammaliato dalla verità che si presenta con ardore e con gran zelo.
E non puoi far altro che seguire il tuo corso. A nulla vale ogni tua piccola reazione.

Devi scegliere e seguire il tuo sguardo. Non c'è altro.

La notte ruba il fiato, come un'ondina che pende all'amo e porta con se ogni tua certezza.
Ti lascia nel suo spargersi infinito, di un mondo fatto di tante bellezze inafferrabili.
Lei è la tua prigione, ma di una prigionia seducente.

La notte giunge avvolgente, e io non posso far altro che assolvere al mio dovere.

Muovo il passo e falcio ogni desiderio.

giovedì 15 novembre 2012

Coro degli Angeli: Dioniso

"In quei momenti, quando sei così, la differenza tra la vita e la morte non esiste.
 In quei momenti, quando sei così, hai capito."

"Perdi troppo tempo in chiacchiere. Fai. Corri. Muoviti.
 ..Muori."

domenica 4 novembre 2012

Coro degli Angeli: Il Vecchio

"Te ne stai tutto il tempo lì rantolante a fissare sempre lo stesso paesaggio da quella maledetta finestra!
Quand'è che ti deciderai ad uscire, a prendere una vera boccata d'aria, per una buona volta?"

"..Io?... Io.. non sono fatto per queste cose..."

"Vedi? Continui a prendere in giro te stesso. Dormi. Continui a dormire ad occhi aperti e neanche te ne accorgi!"

"Sono ormai vecchio. Forse è il giusto sonno che mi spetta. Forse è il giusto sonno che finalmente attendo."

"Vecchio? Ah ah! La tua vecchiaia è ingegnosa.. reduce di quanto esalino le tue paure!
Per te è tutto un gioco. Non fai altro che prendere in giro te stesso e ne trai puro godimento.
Nel lamentartene però. E' un gioco di parti. Non lo vedi?
Sei tu che ti tormenti!"

"Parti?... Quali?... Quali parti?
Io... Io sono.. No. Sono solo stanco. Devo sedermi."

"Beh dormi. Dormi vecchiaccio. Quasi mi vergogno di una cosi stretta parentela.
Sappi però, prima che ti si presenti il tuo sonnellino... te lo voglio rovinare:
sei un vecchio cialtrone! ..ecco cosa sei.
Non dovrei esser io a dirti questo. Lo sai. Potrei chiamarlo. Potrei chiamare lui. Il padrone."

"Padrone!??!... NO! Il padrone no. Sta buono giovine rampollo! Pensa alle tue fatiche. Pensa ai tuoi mestieri.
Non intaccare la mia vita già dolente di per sé! Non è tuo compito. Pensa alle tue faccende.. che a me.... a me.. a me ci bado io..."

"Tu? Badare a te stesso? Ah ah! Potrei ridere un giorno intero su quanto affermi.
E' proprio questo il tuo diletto. Il non voler mai badare a te stesso. Hai raggiunto una certa età, è innegabile. Ma hai trascorso una vita intera attendendo la vecchiaia come fosse il più grande dono della tua esistenza.. questo lo so. Mel ha detto mio padre.
E adesso? Adesso che ti vedo, adesso che il tuo grande momento è giunto.. cosa fai?
Piangi.
E se non riesci a sopportare le tue lacrime tutto il giorno, allora vai a dormire. E dormi, dormi sonni davvero profondi, ricchi di sogni e sfumature che quasi cancellano la tua realtà.
E' questo vivere?
Io non voglio più emetter giudizio. Credo sia stancante persino per una testa così attiva come la mia.
Penso che starò davvero attento ai MIEI di affari! Quelli si che sono davvero importanti. Quelli si, che sono reali.
Ti lascerò così. Nella tua pace, nella tua tanto amata e agognante quiete. Nel tuo sguazzare in questo profondo dolore..
Un dolore di un vecchio, un vecchio che di vecchiaia vuol perire.
Un vecchio che ha sempre voluto esser vecchio.. furbo! Convinto che questa scappatoia potesse alleviargli il fardello donato dal pensiero della morte.. ma stolto nel non rendersi conto che questa lunga esperienza onirica gli stesse privando ogni singolo istante fatto per vivere la realtà.
E' questo che tu vuoi?
Bene. Fa pure. Io corro a sentire l'odore dei campi e delle belle donne.
Notte vecchiaccio"

"Non riesci mai a capire, giovincello... il peso.. il peso dell'esistenza.. il peso.. quello m'appartiene.
Quello occupa le mie ore.. non riesci proprio a capire."

Epistolario Sacro: L'Eroe

Certe volte mi maschero dell'eroe che non sono. Non so perché faccio così..
Sento talvolta come se ci fosse un altro me a prender parte delle mie pulsioni.
Fosse per me, io, me ne starei qui buono e calmo. Cercherei di ammirare ogni secondo di ciò che mi scorre davanti...
E' bello. E' bello si. E' bello ammirare, è bello guardare, è bello godere di ogni frazione e microparte di ciò che mi passa davanti agli occhi.
E' bello, è bellissimo sentire poi ognuna di queste parti ribollire all'interno di ogni cellula del mio corpo.
Tutto ciò allunga gli istanti, è come se avessi d'un tratto inventato la ricetta per l'immortalità.
E' tutto così infinito. Interminabile.
Tempo e spazio poco importano. Io sono vivo. Mi sento vivo. Dentro.
Ammirare è bello.
Godere dell'ammirare è bello.

Il mondo non è fatto per ammirare. Ne per goderne.
A mio malgrado tento ogni giorno d'accettarlo. Ma non vi riesco.
Io sono un debole. Non ho la stoffa dell'eroe, di cui tanto mi si investe.
Io porto con me una croce. Porto con me una piaga.
E' come una ferita sempre aperta. Basta pressare e sento nuovamente pieno, pienissimo tutto il dolore e la sofferenza umana.. come se la ferita fosse stata appena squarciata.

Eppure ogni cosa è così bella. Figuriamoci quando accadono le cose belle.
Starei ore e ore ed ore a guardarle.. e a dir loro quanto siano belle.
E' una sensazione che mi appaga. Contemplarlo.
Contemplare le cose belle, me le fa apparire belle ogni volta che le guardo.
Basta che distolga lo sguardo un attimo, le riguardo.. ed ecco!.... che Meraviglia!

Il mondo però non vuole questo.
Il mondo vede tutto ciò come noia. Come un'ossessiva tendenza della vecchiaia..
Cosa ci posso fare io.. sono solo un vecchio. Un debole vecchio, stanco e senza forze.
Un debole vecchio che forze per vivere non ne ha mai avute a dir la verità.

Eppure s'è trascinato avanti tutta la vita il più grande dei tesori.
L'amore.
L'amore per la bellezza.
L'amore per la bellezza di tutte le cose.
Questo dono ha fatto di me la fonte più importante di tutte le cose. L'essenza stessa delle cose. Del motivo per cui valga la pena di viverle, le cose.
Eppure questo non basta loro.
Loro mi guardano. Loro mi offendono. Pensano che non abbia stoffa. Loro vogliono un'altra stoffa.
Quella che io posseggo, per quanto preziosissima, non basta.

Io vivo di questo. Possiedo poco. Molto poco. Ma è un poco che realmente mi arricchisce.
C'è chi ci vede miseria in tutto ciò.. io penso che la miseria sia il mio tesoro più nascosto.

Forse è l'unica cosa che mi distrae dal lento ed inesorabile scorrere del tempo sulla mia pelle.


                                                                                                                                                                     Caspar

domenica 14 ottobre 2012

Coro degli Angeli: L'Oscuro Signore

"..non la guarderò negli occhi quando sarà il momento di ucciderla.."

"Usi dei trucchi puerili e meschini per mistificare la tua realtà."

"A volte è necessario farsi gioco delle situazioni e valutare i giusti compromessi per compiere ciò che va fatto."

"E tu? Tu chi sei? Chi sarai mai?
La tua voce non mi è nuova. Il tuo volto non è presente."

"Sono la voce dello spirito che si aggira tra i labirinti di questa oscura dimora.
Sono la luce ed il faro di ciò che vecchi e striminziti viaggiatori anelano con tanta fame.
Non ho timore di mostrarmi, la mia luce è la più splendente!
E la tua fame mi è nota ed è forte, squillante!
..alle trombe delle mie orecchie.."

"La tua luce ti oscura la vista, mio vecchio compagno. La mia fame è ben sazia, la mia richiesta è assai legittima. Di fame vive l'uomo, ma questa saggezza non mi tocca.
Io So cosa è giusto. Cosa non si deve fare.
So che la tua voce è qui pedante e come tale ha da tacere."

"Ogni luogo è la mia casa qui dentro. Non vi è sorte di cui io non sia partecipe, sebbene ciò avvenga di rado."

"E’ qui che la tua potenza è fallace!
 Non sai di cosa parli, non senti! Non tocchi! Non ami!
Non puoi esser giudice! Né Padrone!"

"Taccio adesso. Poiché è mia riserva. Non è più il momento in cui dar forma alla mia pietra."

"Si beh, spegniti!"

"Riesco quasi a scorgere il tuo volto adesso...." (va via)

"Sporco sbruffone di uno spirito! E' ora che la tua presunzione sia punita dai tuoi stessi crimini!
Riguardo te, è bene che tu compia ciò che hai da fare. Hai visto di cosa sono capaci le mie catene.. non si degnano solo di imprigionare, possono anche essere scagliate, se il caso lo consente!"

"Non riesco mai a vederti! Non so di che colore splende la tua luce!
Penso addirittura che tu non abbia una luce! Forse sei il nero, sei il colore che li prende tutti! 
Mi perdo al solo pensiero.. eppure scorgerti mi affascina immensamente, mi rigenera, in un certo senso mi nutre..!
Come sei vorace, sei avaro.. sei un avaro mentecatto, ecco cosa sei!
Presentati, dimmi il tuo nome! Abbi coraggio di mostrarmi il tuo volto, oscuro signore.."

"Ammiro, apprezzo il tuo coraggio, dato che si tratta di una dote rara e ben nascosta.. in quelli come te..
Ma non sei fatto, né ancora pronto per il mio volto.
Il tuo spirito è nobile, lo accetto.
Ma il tuo animo è codardo e il mio marrone potrebbe accecarti per lungo tempo..!
Accetta di udire la mia voce, adesso.
Urian, questo è il mio nome. O questo è il nome con cui mi chiamano tra le terre del settentrione.
E ciò è il dono di cui ti devi far premio.
Quando il tuo spirito s'armerà di giustezza, allora riuscirai a scrutare persino i miei occhi!!"

"La mia vita è povera d'ingegni, ma intensa di piaceri. 
I miei piaceri sono macigni da sostenere e nessuno rende pace a questa povera anima vuota.. la sola in cerca di un piacevole riempimento.
So che questo è il mio destino; portare il peso dell'esistenza, del resto, non è una missione semplice.
Serve un forte eroe per questo compito e io, a mio malgrado, lo sono.. è questo che mi rende vivo.
Le risposte alle domande che cerco sono già scritte. Ma leggerle mi appesantisce il cuore.." 


sabato 6 ottobre 2012

Epistolario Sacro: Uroboro

C'è un qualcosa che mi tormenta l'anima.
Non so cos'è. Né riesco a vederlo.
Eppure mi strugge il cuore. Il petto. Il tronco.
E tutti gli arti annessi.
Prende possesso della vita mia e implode in me ogni speranza.
Ed ogni volontà.

Devo assecondarlo. Devo dargli ascolto. Devo udire la sua voce.
Devo udirne il lamento e il profondo strazio.
Così che Egli allenti lievemente le sue maestose catene..