Visualizzazione post con etichetta relazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta relazioni. Mostra tutti i post

venerdì 29 maggio 2015

Il Dono

Perdersi tra queste mura
che mi trascinano nel tempo.
Perdersi tra queste strade
che disperdono la mia unicità.
È un sogno,
è un sogno dal cuore vivo,
che pulsa nel corpo di una realtà fatta di parole.
È un sogno in cui scorrono proiezioni lampanti
dei racconti del tempo che fu,
di storie in cui vi sono luoghi da sempre narrati,
luoghi che per giorni furono immaginati,
luoghi in cui vi era da narrare poi
sempre di qualche cosa,
o di qualche perduto ricordo.
Qui dove l'angolo fa la corte alla chiesa,
qui dove si odono gli echi dei medici
che si presero cura del tempo ammaliato,
risali le scale
e guarda,
adesso puoi apprendere come le emozioni
scorrano via attraverso i tuoi occhi.
L'acqua scorre in giù, segna il tempo che passa,
sulle rive lascia il tempo che resta
per concedersi ancora una volta
qualche ripiego al passato.
Vai ad immergerti in un idillio
la cui debolezza
è simbolo e specchio della più indescrivibile delicatezza.
Non c'è spazio per la notte,
si può al massimo tendere ad allargare il buio finché si può,
fin tanto che non si riesca più a vedere,
o a vedersi
neppure impigliati in una realtà tangibile al tocco.
Questa è la poesia,
questo è il dono di cui ti parlo
ogni qualvolta ti penso intensamente.
È il dono del giglio,
è il dono del cipresso,
è il dono di tutti i fiori, le rose azzurre,
e dei più nobili misteri che si aggirano lungo i sentieri più intricati,
che vagano lì da soli a raccontarsi, magnificati,
tra le strade di questa città.
Qui dove fu l'isola dei morti,
è il luogo per le campane che suonano al giusto rintocco,
è il luogo in cui il glicine troppo in fretta si mostra sospeso in fiore,
è il luogo in cui sempre aperte sono le finestre
nell'attesa che tornino gli avventurieri dei racconti trapassati.
È il luogo in cui si conoscono i cinghiali,
e le fortune che incedono dai loro proventi,
è il luogo in cui ti vedi nel rincorrerti in uno stesso posto,
senza mai vederti, allo stesso modo, in un gioco predisposto.
È il luogo in cui mi fu permesso di aprire gli occhi
e guardare al di là delle cose,
di immergermi con tutto me stesso, una volta,
e di concedermi un bagno in queste acque consumate,
in cui in vite precedenti ho già imbastito legami così intensi
da non poterne mai dimenticare il sentore invisibile, seppur lontano dagli occhi.
Questo è il più grande dono che mi hai concesso Fiorente Viola,
è questo che ho colto, nelle mie notti, dal Santo al Pellegrino:
tu sei l'idea,
tu sei l'ideale, a cui appendo le mie malinconie,
il tuo dono è nello spirito,
in esso, la via che ci abbraccia in tutte le cose
e che mai ci disperde,
neppure quando ne vengono arginati i più arditi risvolti.
E quando il sogno svanisce,
ecco che l'occhio si apre su una dea senza coscienza,
ecco che il tempo si delinea quale sublime occasione
in cui concedersi non è che un'empia decisione;
qui dove il sogno s'infrange
il cuore si frantuma nel dirsi impotente.
Dal ponte si entra,
dal ponte, poi, si esce.
Seppur tutt'oggi te lo chiedessi,
è di un dono povero al tatto
quello di cui si parla,
ma è un dono così intenso e concreto nella realtà che ivi si narra,
che colui della quale vi s'intinge ciò nonostante
nella stessa porta il nome,
l'effige impalpabile di sognante.


Hic lapis exilis extat, pretio quoque vilis, spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis.

giovedì 19 marzo 2015

Il Nodo Gordiano

Chi dunque ha compreso
il peso,
dal Golgota non s'è ripreso
l'appeso,
di tutto il tempo speso
preteso,
tra il nodo forte e teso
proteso,
al mondo tanto atteso
inteso,
di un gioco ormai sotteso
riacceso,
che al giogo fu sospeso
rappreso,
s'accorge d'esser leso
arreso,
d'uno scorgersi indifeso
sorpreso,
uno sciogliersi incompreso
disceso,
su un sentiero un po' scosceso
intrapreso,
porge il passo vilipeso
offeso,
verso un muoversi più acceso
inceso,
cui ogni gesto sovrainteso
asceso,
giunge senza malinteso
appreso,
scaglia dunque il braccio steso
esteso,
scioglie il groppo già iperteso
feso,
scisso in due dal Sé coeso
trasceso,
come un Dio s'è presto reso
creso.




venerdì 18 aprile 2014

Direct To Your Soul

Sai,
io amo le cose che resistono nel tempo.
E penso che debbano farlo,
perché così facendo
diventano la dimostrazione vivente della negazione della vita.

domenica 24 marzo 2013

I Colori della Passione

Il verde, non verde.
Si colora di blu.
Si spegne nel grigiore.
S'assottiglia nella tenue nebbiolina.
La luce fioca del mattino,
la luce fievole del tramonto.

E' il Mugnaio che con le sue pale
dà il via all'atto creatore.

E la stagione di mezzo,
nel suo fluire,
dona allo spettacolo quel rossore
quasi impercettibile,
ma così denso e vivo, dietro tutti gli altri colori.

Crea con ciò un misto di sfumature,
di connessure striate
dove un filo d'erba assume più colori
ed uno soltanto,
nel medesimo istante.

Tinge allora i suoi campi d'un immagine assai desolata,
pregna di solitudine e malinconia.
Li riempie di spazio.
Di senso del non essere,
che per propria definizione
è ben legato all'essere.

E' il senso del non esistere,
in un mondo in cui s'è condannati ad esistere.

Il Verde condanna i poveri campi
in questo limbo d'impercettibilità,
di disillusione,
di una continua, inesauribile tendenza
a prender atto dell'ingiusta sorte,
del loro essere incatenati.

E allora quel che resta ai lunghi prati,
ai paesaggi, agli alberi, alle boscose colline
è di estendersi oltre il sensibile,
oltre ciò che la percezione rende possibile,
alla ricerca continua ed estenuante
di ciò che, un giorno, possa finalmente
render loro il premio per cui anelano dall'alba dei tempi:
sentir scorrere i colori della passione tra le pieghe della loro vita.


sabato 19 gennaio 2013

Nero

Il colore delle tenebre.
Le tenebre affogano di colore.
Assorbono dentro ogni riflessione.
La proiettano dove la luce non ha mai preso posto.

Soffocano.
Occludono ogni via respiratoria.
Consumano.
Bruciano dentro ogni restante forma di vita.

L'acqua si muove, rinuncia al proprio corpo
straripa i propri argini.
Investe e annega sul proprio cammino.
Reprime la libertà del proprio respiro.

Claustrofobia.
Non c'è aria, non c'è respiro.
Solitudine.
C'è troppa aria, affanna il mio respiro.

Cosa resta dentro?
Impiastri, inchiostro, indigesti.
E la fanghiglia ti ha già preso l'anima
e non ha intenzione di restituirtela.

Dormi.
Non dormi.
Ti svegli.
Non ti svegli.

Sempre.
Mai.





venerdì 23 novembre 2012

The Ouroboros Is Broken

La mente umana è perversa. Per propria natura.

Forse è dovuto allo sviluppo della coscienza, del fatto d'esser consapevoli di vivere..
Ma sta di fatto che l'essere umano è per definizione perverso.
O che comunque la perversione fa parte della sua mente, con un buon livello di propulsione e forza libidica.

La dimostrazione più facile è riscontrabile nella vita di tutti i giorni.
Spesso e volentieri questa perversione sfocia nelle più svariate maniere e versioni, tra l'altro ben camuffate se necessario.
E' riscontrabile ad esempio nelle relazioni, o nel semplice "legarsi" alle cose che ci circondano.
E' un po' il famoso effetto droga che si ha sulle cose, o beh, ovviamente sulle droghe.
Ma in un certo qual modo tutte le cose, chi più, chi meno, fanno sfociare questa perversione, che, in sostanza, per la gran parte delle volte, è l'incarnazione di un puro atto di sano autolesionismo.
Ebbene si, questa perversione è del tutto e spensieratamente masochistica.
Se no, del resto, trattandosi in genere di cose positive a cui si cerca di tendere, non sarebbe tale attività definibile come perversa.

Di "Perverso" il mio fido dizionario etimologico online (*http://www.etimo.it/?term=perverso&find=Cerca") mi da "..lat. Pervèrsus che propr. è part. pass. di Pervèrtere: rovesciare, travolgere e fig. corrompere..".
E in fondo questa definizione quadra con la figura sopra indicata, di qualcosa che, ogni volta che si provi a tendere verso ciò che può creare beneficio, devia immediatamente la curva del "bene" in maniera opposta e parallela verso ciò che può indurre del "male".
Ciò avviene in ogni circostanza, in ogni tentativo di legame, o semplicemente approccio alle cose che si desiderano, alle cose che ci circondano. Avviene sempre in sostanza.
Basti pensare a tutte le illusioni che nascono ogni qualvolta si provi a stare con qualcuno e che ogni volta si palesano quando quel "stare con qualcuno" volge al termine.
Tutte le volte che ci si aprono gli occhi da quella patina meravigliosa che ci propone solo sogni e versioni dorate di ciò che è l'altro, di ciò che ci circonda in quei momenti con l'altro, e di ciò che è la nostra vita attualmente con l'altro, nonostante magari tante volte si è giunti al punto che ci si sente solamente prigionieri altrui e nient'altro che schiavi dei propri sentimenti.
Mi riferisco proprio a quegli attimi, quei microsecondi, che ogni volta prendono il sopravvento su tutto, nel momento topico in cui si è finalmente pronti con i bei discorsi e le frasi preparate a puntino per affrontare il nostro destino, attimi e microsecondi in cui tutto ciò che si è preparato, pensato e sofferto nei (magari) mesi precedenti, scompare... e lascia spazio solo a immagini di cose o persone a cui non è possibile assolutamente rinunciare.
Quell'esplodere di dopamina che praticamente divora il cervello, e ci spinge a volerne ancora di più e sognare che tutto ciò di cui si è "goduto" fino ad allora possa non smettere mai.

Sognare, non curanti, ovviamente, del fatto che, tutto ciò di cui s'è "goduto" fino ad allora, è da altrettanti mesi che non viene più alla luce.. ma lascia spazio, nei fatti, quelli reali, solo a tanta merda.

E allora perchè? Perchè se ogni qualvolta si impara la lezione, ogni qualvolta si riconosce che ci si sta solo pigliando per il culo, ogni qualvolta si riesce addirittura ad illuminarcisi sul fatto che tutto ciò a cui teniamo e che amiamo in quei momenti, non sono altro che proiezioni inconsce e totalmente endogene di ciò che noi vogliamo vedere di quella determinata cosa/rapporto/relazione, non si riesce mai a resistere a quegli attimi, quei "microsecondi" così densi?

Penso che la risposta sia proprio questa perversione autolesionistica.
Questa perversione e amore perverso della distruzione.
Amore per le cose che si degradano, si afflosciano, si decompongono.
C'è in ognuno di noi una (probabile) innata perversione per la morte e il decadere delle cose.
I media questo l'hanno capito bene, dato che ci propinano ogni giorno spettacoli sempre nuovi da adulare dalla perfetta comodità delle nostre poltrone.
Spettacoli che parlano di morti, massacri, suicidi, crisi, decadenze, paure, terrori, problemi, e, insomma, chi più ne ha più ne metta.
Però hanno ben centrato il punto. Ci nutrono in maniera piena e soddisfacente. Non c'è che dire.
Ma al di là dell'effetto globale e mediatico, c'è proprio una passione interiore per ciò che muore e che fa star male, ma ancor di più c'è una passione e un amore interiore per ciò che fa star male in particolare noi. Noi stessi.
Siamo così affezionati ed amanti di questa sensazione, di questo concetto anche, che non possiamo farne a meno.
E siamo così furbi, ingenui ed imbarazzati da questo concetto che siamo altrettanto abili a nasconderlo e a farlo passare sottopelle, in modo che risulti totalmente invisibile all'occhio intellettivo che determina alla luce il concetto che abbiamo di noi stessi.

E' una mistura perfetta. Pensandoci.
E' una mistura geniale, degna del più elevato demonio, devo dire.
Un fiume di perversione bollente, mascherato da una castità appannante che ci rende totalmente ignari di tutto ciò che avviene realmente dentro di noi e a nostro discapito ogni volta.

Eppure, il simpatico demonio, ha saputo pensare pure oltre!
S'è reso conto che comunque qualcuno avrebbe potuto sentire il puzzo che questa perversione, alla lunga, col suo scorrere, possa lasciare in giro, avrebbe potuto seguire la scia bavosa e sanguinante che si porta con sé, s'è ben accorto di rendere insospettabile e camuffare alla perfezione questo scorrere perverso e autolesionista a tal punto da nasconderlo al nostro occhio interiore, anche quando l'altrui persona riesca con gran audacia a farcelo notare!
Incredibile! Portentoso! Geniale!

Mi rendo conto allora, alla luce di tutto ciò, che deve trattarsi proprio di una caratteristica innata così ben radicata, che il bel demonio in questione solo in questa maniera abbia potuto incastrarla alla perfezione.
Dev'essere in sostanza qualcosa che, molto semplicemente, permea l'essere umano da dentro.
Un qualcosa che lo forma all'interno.
Un qualcosa di così portante e fondamentale d'essere paragonata a tutti i restanti lati caratteriali e fisici che vengono normalmente alla luce di cui tutti noi siamo al corrente.
Un qualcosa che, in sostanza, fa parte dell'uomo, della sua vita e che prende il ruolo di quella cosa della vita atta (e quindi UTILE) a farsi semplicemente del male. E' così, in sostanza, non c'è scampo.
Amiamo ucciderci lentamente. Amiamo soffrire e star male.

Ci si potrebbe soffermare e dibattere su questioni di educazione esclusiva riguardante la società occidentale o meno.. ma non ritengo sia questa la sede adatta.

Preferisco concentrare le forze sul tentare di concepire allora, vista la portante utilità di una tale funzione vitale, la funzione in cui si dirama e da cui deriva questo principio.

In sostanza penso che si tratti di un'intensa voglia di essere accuditi.
Di star male, soffrire, sentire le pene dell'inferno ed attendere realmente, con ardore, il momento in cui verremo ripescati e ricondotti con sane e calde cure sulla retta via dal nostro Salvatore di turno.
Ovviamente la parte del Salvatore non è mai endogena. In teoria lo sarebbe, ma forse qui entrano in gioco quei meccanismi educativi occidentali sopraccennati che, fanno di tutto per esternarla dal proprio contesto.
Dunque allora per la maggior parte dei casi, ci rimane soltanto una speranza di salvezza esterna.
Si tratta ovviamente, per la precisione, di una speranza, anche questa, totalmente inconscia.
Noi, consciamente, si è troppo concentrati sul lamentarsi e cercare soluzioni illusorie piuttosto.
Il resto del lavoro lo fanno i "sensi" e le pulsioni interne inconsce.
Sono loro che spesso ci guidano, come esemplificato più in alto in quei "microattimi".

E allora cos'è questo Salvatore?
Perché è così tanto necessario?

Il Salvatore può essere in realtà qualsiasi cosa.
Un Dio acquisito, un Dio rivelato, un Dio indotto per educazione, o semplicemente una cosa, una passione, un animale, o ancora ancora più semplicemente una persona.
Una persona che amiamo, una persona che ci è vicina.
Scavando a fondo nello scorrere personale degli eventi, in realtà, ci si rende conto che,  fondamentalmente, il salvatore, in genere, corrisponde con due figure ben delineate, ognuna con il suo ruolo per altro:
i propri genitori.
La verità più profonda è questa.
E' come se fossimo dei perenni bambini che hanno ancora il terrore intriso nelle cellule del corpo di muovere "da soli" i primi passi verso la vita.
E' come se sto continuo lamentarsi, o prima ancora, soprattutto, generare autolesionismo, sia sintomo di cure e accudimenti mancati (probabilmente negli anni più sensibili dell'infanzia) da parte dei nostri genitori.
Sono mancanze (o eccessi in alcuni casi) che ci portiamo poi per sempre, per tutta la vita.
Ce li portiamo dietro, per lo meno, finché non decidiamo con gran coraggio di liberarcene.
Finché non decidiamo con gran forza di volontà di rompere il cerchio che si viene ogni qualvolta a creare, in tutte le circostanze sopracitate.. cioè praticamente sempre.
Sono mancanze, quindi tendenze autolesionistiche, quindi lamentele (in cerca di accudimento genitoriale) che riempiono le nostre vite (talvolta l'accudimento ricercato viene impersonato dai sogni e le illusioni inscenate nei rapporti), ma che in realtà le svuotano.. le svuotano di cose, di tante cose, che potrebbero avere un impatto molto più realistico sulla nostra personalità.

Mi rendo conto che la perversione autolesionistica sia dunque potenzialmente inutile.
La sua funzione sarà innata, sarà endogena, ma qualcosa mi fa sospettare che forse forse, sotto sotto, sia semplicemente "indotta".
A questo, a dir la verità, non riesco, né posso, ancora rispondere.
Ma allo stesso tempo mi rendo semplicemente conto che i dati a mia disposizione indicano il fatto che viviamo in una società piena di stimoli del genere.
Ogni cosa che ci circonda è così ed ognuna delle nostre vite, nel suo evolversi, è così.
Ad ognuno di noi si palesano mancanze o lamentele. Ognuno di noi tende a farsi del male prendendosi semplicemente in giro, o addirittura rendendo concreti gli effetti negativi talvolta.

La verità, io penso, è che il cerchio si possa rompere. Ma che in fondo, per ciò che c'è dato vivere oggi, non sia un lavoro così immediato e semplice.



mercoledì 8 febbraio 2012

To Urizen

Si tratta quasi dello stesso tipo di schiavitù a cui Urizen costringeva Orc, quella che si propone ogni volta in cui si tende a divinizzare qualcuno, a divenirne devoti, a lodarlo come fosse il nostro Dio e nostro centro e a dedicarvi tutta la nostra vita, sino, talvolta, a rendersi schiavi totalmente.
Ogni gesto, ogni atto, ogni cosa, è fatta nel nome della persona amata o "adorata" sarebbe il caso di dire.
Simbolicamente il ragionamento è più o meno identico.
Le nostre pulsioni, i nostri sentimenti, le nostre più recondite sensazioni, vengono totalmente soppresse, spente e rilegate ad uno stato di totale prigionia. Mi riferisco chiaramente a tutte le sensazioni più personali, più intime, private. Queste o vengono rese note, pubbliche, oserei dire "Sacrificate" all'essere amato.. o vengono come detto sopra soppresse, annullate. Ciò che viene definito come propria indipendenza o proprio essere unitario scompare letteralmente, venendo totalmente fuso in completa armonia e al servizio dell'altrui essere.
Ciò, neanche a dirlo, comporta conseguenze disastrose, annichilenti e assai dannose per noi in primis, e per tutto ciò che in quel contesto si è scelto di edificare, sia esso un rapporto, una relazione, un semplice contatto umano. Queste conseguenze però hanno il difetto di non esser da subito note e lampanti, ma di venir fuori piano piano, lentamente, col tempo.
Si tratta di un qualcosa a cui si va incontro più spesso di quello che si pensi, nella vita di tutti i giorni.
Si tratta di un qualcosa, allo stesso tempo, di inevitabile talvolta, di piacevole e ammaliante. Si diventa infatti succubi, schiavi, ci si lascia trascinare, trasportare e guidare da sensazioni, attimi, gesti e poi comportamenti che all'apparenza risultano certamente piacevoli, amorevoli, appaganti e complementari alla nostra personalità in quel determinato momento. E il bello è che lo sono realmente, non si tratta di mere illusioni.
Si presenta tutta una serie di sensazioni, emozioni, percezioni, tutte fantastiche, splendide ed inimitabili. In una sola parola Uniche.
Tutti questi meccanismi, come detto, si sviluppano in totale devozione con l'oggetto "Santificato". Questo oggetto alcune volte viene rappresentato da una persona amata, un/a fidanzato/a, una madre o un padre magari, altre volte viene rappresentato da divinità astratte, come Dio, come un ideale, come un lavoro o come un Artista o un Musicista talvolta. Come una qualsiasi entità che, come detto nel post precedente, generi dipendenza, e di conseguenza condizioni un'intera vita.
Il problema è che talvolta in questo meccanismo di devozione, questa scia di sensazioni accattivanti prende la parte delle sensuali Ondine teorizzate da Paracelso. Per chi non fosse al corrente delle terminologie utilizzate dal mago/alchimista/medico svizzero, si tratta più o meno del ruolo che nella mitologia assumono le più famose Sirene o Ninfe.
In poche parole attirano gli uomini nella loro trappola, grazie alla loro bellezza, alle piacevoli sensazioni che sprigionano e in men che non si dica ne catturano l'anima o talvolta direttamente il corpo con tutto il suo contenuto, rendendolo schiavo.. nel loro caso, della morte.
Questa schiavitù ha inoltre il triste pregio di risultare all'individuo, oltre che degradante sotto certi aspetti, totalmente inconscia. Per questo gli effetti devastanti generati da questa, vengono fuori solo nel lungo periodo.. riflettendosi su tante altre conseguenze che inizialmente passano inosservate.
All'avvenire di questo meccanismo di deificazione, infatti, tutti gli allarmi che la nostra psiche è sempre pronta a segnalarci per evitare danni lesivi al nostro apparato emotivo, vengono immediatamente declassati, sconvolti e talvolta disattivati.
Del resto trattandosi di una centralizzazione totale della nostra vita nei confronti di quell'essere vivente, è normale che tutte le funzioni che non risultino ad esso inerenti passino inevitabilmente in secondo piano, o forse in terzo.. ammesso che esista. Ed è anche normale che di conseguenza tutto ciò che concerne la nostra esistenza dipenda in grossissima parte da ciò che venga messo in relazione con tale entità dominante.

E allora se tutto appare così accattivante, bello, dolce, sensuale, ammaliante, appagante, gratificante e completante, quali sono questi effetti disastrosi e degradanti susseguenti?
Beh qui le dinamiche sono complesse e molto diverse e variano da soggetto a soggetto, e soprattutto sono molto dipendenti da cosa viene messo in relazione col soggetto stesso; come detto sopra ci sono varie possibilità:
agenti divini, agenti artistici, ideali, persone, ecc.
In molti casi comunque ciò che viene meno e che crea di conseguenza profondi squilibri nelle dinamiche dei rapporti e di conseguenza nelle dinamiche interiori, è appunto un fattore che tiene banco e rappresenta le difese e le concezioni proprie e personali dell'individuo, fondamentali per la sua esistenza e decisamente funzionali nel momento in cui l'individuo debba distaccarsi e difendersi dal contesto che lo circonda.
Escludendo queste funzionalità si esclude la possibilità per l'individuo di separarsi dal contesto e da ciò che lo circonda, di distaccarsi di conseguenza da questa continua forza attraente e da cui letteralmente ogni proprio gesto dipende, come allo stesso modo può avvenire per un tossicodipendente.
Se l'oggetto di dipendenza è rappresentato da una persona ad esempio, questo annichilirsi da parte dei fattori individuali, del senso critico e del distacco critico dell'individuo dall'altro essere, porta ad una continua ed ossessiva identificazione dell'individuo con l'altra persona, che può generare comportamenti poco autosufficienti da parte del dipendente fino a veri e propri atti di stalking nei casi più estremi.
Nei casi più nella norma, quelli in cui dunque l'individuo dipendente è totalmente ossessionato dalla cura e da ogni gesto dipendente dall'altra persona, il rischio maggiore porta ad un forte disequilibrio innanzitutto delle dinamiche di coppia, secondo cui adesso un individuo trascinerà il rapporto e farà da creatore di dipendenza e l'altro ne verrà di conseguenza trascinato. Ciò comporterà dunque un forte peso di responsabilità trainanti da parte dell'individuo creatore e allo stesso tempo un forte peso di responsabilità curanti da parte del dipendente. Questa dinamica, prolungata nel tempo, porterà inevitabilmente ad un tracollo della relazione, determinato dall'esplosione di uno o dell'altro ruolo a causa del forte e squilibrato peso portato.
L'individuo creatore potrebbe, ad esempio, perdere interesse nell'altro proprio perchè sempre presente.. e soprattutto denunciare la carenza di un'altra sponda trainante dall'altra parte, utile nei momenti di smarrimento, magari, assai frequenti durante la vita di tutti i giorni.
L'individuo dipendente, a sua volta, potrebbe soccombere ad un eccessivo potere di un creatore dispotico e totalitario magari..
In ogni caso prima o poi, disequilibrando in tal maniera le dinamiche della relazione, con molta probabilità il tutto giungerà ad un tracollo.
E allora a tal punto, come tutti i tracolli relazionali che si rispettino, verranno a galla tutte le dinamiche intrapsichiche, che porteranno, nei casi più probabili ovviamente, a riconoscere tutti gli errori commessi e successivamente, magari, ad un alto livello di consapevolezza che giungerà alla conclusione che forse durante tutto quel rapporto, quella relazione, si è risultati eccessivamente dipendenti dall'altra persona.
Ad un approfondimento ancor più intenso, risulterebbero, infatti, soppressi molti dei contenuti sopraelencati, quelli necessari, per l'appunto, ad una normale ed equilibrata difesa dall'esterno, quelli coerenti e presenti in ognuno di noi, atti ad un continuo distacco critico da ciò che ci circonda. Quelli che ci fanno riconoscere insomma chi o cosa siamo noi e chi o cosa è l'altro.
 Il discorso sarebbe allo stesso modo complesso e ricco di dinamiche anche in casi in cui, ad esempio, l'oggetto creatore di dipendenza venisse rappresentato da una divinità o da un ideale ad esempio.
Qui più che una relazione al collasso (cosa che in un certo senso comunque avverrebbe), si potrebbe giungere a casi in cui l'individuo, sentendosi privato di molte libertà e pulsioni a lui fondamentali, presenti vari disturbi, anche somatici talvolta, che non gli permetterebbero, ovviamente, di svolgere le normali attività della propria vita in maniera regolare, o di scomparire qualora vi fosse la necessità di restare in primo piano in alcune situazioni, di esporre il proprio ego o di esser decisi e forti nel prendere una qualsiasi decisione ad esempio.
Oltre i disequilibri creati nelle dinamiche di coppia, non sarebbero assolutamente da sottovalutare tutte le privazioni intime e necessarie alla cura personale a cui l'individuo andrebbe inconsapevolmente incontro.
Non riuscendo più a distaccarsi dalla dipendenza altrui, non riuscendo più a concepire una qualsiasi situazione di vita, interesse, impegno, al di fuori di ciò che venga vissuto in comunione con quell'altro individuo, la via più ovvia porterebbe ad una totale esclusione di tutti quei campi prettamente personali della propria vita, in cui la partecipazione dell'altra persona non è assolutamente richiesta.
Questi campi sono spesso rappresentati da impegni talvolta altrettanto importanti, come lavoro, studio, una passione molto forte e fondamentale per l'individuo, un impegno fisso, ecc.
Ciò comporterebbe dunque la perdita di tanti valori, che verrebbero temporaneamente messi da parte, a discapito della formazione personale dell'individuo e del conseguente riconoscersi in quanto entità singola indipendente dall'oggetto amato, che andrebbero quindi alla lunga a formare grandi lacune nell'interesse e l'autostima dell'individuo stesso, soprattutto dal momento in cui, come in tutti i rapporti di coppia, questa magia illusoria di simbiosi, semmai riuscisse a perdurare a tale squilibrio, scomparirebbe nel nulla, riportando a galla la concezione di essere comunque un'individualità singola.

Se, dunque, una eccessiva divinizzazione (molto spesso genetica o derivante da educazione) potrebbe portare l'individuo a perdere letteralmente se stesso, allo stesso modo si dovrebbero ben osservare tutt'una serie di grossi "vantaggi", o meglio ancora di grosse necessità, che ogni individuo ogni giorno della propria vita possa recepire da un qualsiasi essere o ideale elevato a "divinità".
Approfondendo attentamente questo lato dell'analisi, in effetti, si andrebbe incontro ad una legge dicotomica secondo la quale se un eccessivo comportamento nei confronti di un oggetto esterno comporta degli svantaggi, eliminarlo totalmente ne annichilirebbe il senso e di conseguenza la persona ad essa dedita, come osservato nel post delle "verità".
Una divinità per cui sacrificare la propria vita, infatti, per alcuni risulta assai simile ad uno scopo per cui esistere, ad un'ambizione per cui andare avanti, ad un senso totale e appagante da dare alle nostre vite.
In questi casi, come detto sopra, questa ambizione, questo sacrificio, risulta particolarmente forte e centralizzato.
Ora, esistono casi in cui questo scopo viene talmente centralizzato su un singolo oggetto, da portare l'individuo, come detto, ad escludere tutto il resto.
Ma escludendo temporaneamente questi casi, si potrebbe ben osservare come in realtà ognuno di noi in ogni istante della nostra vita necessiti assolutamente di una sorta di piccolo "dio" concettuale da adorare, per compiere ogni singola azione della nostra vita.
Del resto a nessuno di noi piacerebbe compiere azioni senza alcuno "scopo".
Beh, lo scopo, che sempre ci prefiggiamo in ogni singola evenienza, prende il posto di questo simbolico "dio" creato per l'adorazione. Così come adoriamo dio e nel suo nome svolgiamo le nostre azioni quotidiane, allo stesso modo adoriamo uno scopo e lo perseguiamo fino a raggiungerlo, quando possibile.
La differenza consiste sostanzialmente nel solito valore di intensità con cui ci prefiggiamo questo scopo, cioè quanto questo scopo sia fondamentale e centralizzato per la nostra vita.
Se questi riesce a raggiungere un livello tale da escludere il resto, si potrebbe parlare di quella deificazione sopraesposta. Se questi funge da semplice stimolo ed obiettivo da raggiungere al pari di altri, ecco allora che lo scopo di ogni nostra azione prendere il sopravvento.
Dunque uno scopo o un dio sono per tutti noi necessari in fondo.
Bisogna allora concepire come fare ad evitare che uno scopo (o dio) ci risucchi a tal punto da renderci suoi schiavi devoti. Bisogna cioè, in parole povere, imparare a concepire quand'è che ad un qualcosa che ci trascina e ci condiziona la vita in maniera asfissiante si possa anche dire "Basta!".
Il concetto qui si complica ulteriormente.
Sarebbe certamente utile puntare ad educare la propria vita verso un dio che punti a se stesso.
Senza indugiare troppo su concetti zen, il punto d'incontro potrebbe essere riuscire a compiere ogni gesto della propria quotidianità solo per il piacere di farlo, per il piacere di vivere, perché questo gesto risulti bello, gratificante, appagante di per se. Perché comunque ogni gesto della nostra vita comprende in primis "noi che lo facciamo"; e di conseguenza, trovandone un giusto equilibrio e punto d'incontro col nostro ego, è già valido, utile e consacrabile a "verità sacra" (o dio se si vuole utilizzare questa nuova terminologia) per il solo fatto che siamo noi, in tutto ciò che siamo in quel determinato istante, a renderlo reale, a viverlo.
Mi rendo conto che talvolta in alcuni contesti, non essendo nessuno di noi maestro zen, ciò non risulti tanto possibile o semplice, anche se un buon allenamento ogni giorno può certamente risultare vincente.
In ogni caso riuscire ad impostare la propria vita in questa direzione sarebbe già un punto di inizio molto interessante.
Seguendo un approccio più semplicistico invece, bisognerebbe educare la propria persona a riconoscere i propri limiti e a piazzare qualche allarmino più forte e squillante, da far scattare quando la situazione inizi a sfuggirci di mano.
Trovare il punto d'incontro insomma tra quello che noi siamo e vogliamo per noi stesso in quel determinato istante, e quello che quel determinato dio o scopo può darci una volta perseguito.
Bisognerebbe essere bravi, insomma, ad altalenarsi continuamente tra ciò che noi siamo adesso e ciò che vogliamo diventare, tra ciò che forma la nostra personalità adesso e ciò che potrebbe ricavare la nostra personalità da quel successivo scopo.
E' tutto un gioco di equilibri insomma, non facile certamente, ma nemmeno tanto impossibile come si pensi.
Posta una base di partenza di questo tipo, di certo vivere tutte le attività, gli scopi e le deificazioni necessarie alla nostra vita per darci un senso alle cose, e dunque darci la gioia di viverle, allo stesso livello risulterebbe un'opzione molto più gratificante ed equilibrata, atta a nutrire il nostro ego sotto più punti di vista, senza pericolose centralizzazioni e senza disperderci in nichilismi egocentrici che escludano l'utilità a tutto il resto.