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sabato 20 maggio 2017

Arimane: A Glass of Spirits

Il Diavolo veste in alto, ma regna sempre in basso,
suo è il compito, suo l'universo.
È questo il fondamento.

Ciò che è in alto è in alto, ciò che è in basso è in basso.
Seppur di regola di questo doppio si discernono i propri sensi,
essi si intrecciano indenni verso un po' di gratitudine;
di ciò che il vento non posa provocazione,
spira esso ligio di un'eterna corrosione.

D'essa, il disciogliersi dei liquami più insidiosi,
un calice di torbida fatalità.
Tanto a lungo traggono inganno dal loro stesso inganno, tanto a morte sono traditi dalla loro stessa morte:
essi cedono alla vita non manifesta.
Spenta è la luce per poter scrutare ancor più in basso;
è bene separare lo spesso dal sottile, così da non perdersi tra le ombre tacite dell'inferire.

Così si apprende dall'Ode Regia, che purché le Rose abbiano un senso,
debbano esser fatte di puro incenso: certo, vero e verissimo.

Non v'è certezza che metter pace tra le rose,
scorgervi le punte, svelandole sulla croce;
che l'aculeo si inabissi, non è fatto di ritegno,
che l'acume si cicatrizzi, non è di vitale fioritura.

Egli si dice perso quando si è fatto scuro il tempo,
sì che l'accendersi indiviso fa ritorno al proprio viso;
così si rivede nell'eco di un bambino:
è una vendemmia ormai matura,
fatta delle brume
di una più fragile fioritura.

"il diavolo sconfitto"

sabato 13 febbraio 2016

Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 3: Perchè la Scienza non Serve

Giunti dunque al tracollo inevitabile del tempo e dello spazio, si deduce che tregua non è concessa da ciò che immune si svolge nel suo sentiero immutabile ed inoltre congiunto a se stesso quando s'inoltra nell'unico atto del concedersi uno scambio.
Si è intenti a parlare di un qualcosa che non vede riscontro alcuno in ciò che egli, il mesto Uomo di Scienza, s'addice a predicare, uno svolgersi costante di pulsioni e fluttuazioni vibranti che non concedono onore, tanto meno onere, neanche al più avverso incanto proteso ad incantare coloro che s'atteggino a mirarne, od oltremodo carpirne, il segreto più celeste.
L'ossequio, la riverenza, lo scambio perpetuo fra i contendenti si scorge inteso in un'ipotesi insondabile, altresì ben solida per coloro che, eroici, ed un po inconsistenti, s'apprestano a scorgervi segni, od ineffabili apparenze, impiastrati di vedute che giusto un po' consentono quel buffo tono d'ebbrezza che poi s'addice alla loro vista.
Che eppure tale ebbrezza sia d'indubbio pregio nella contesa con tale pedanteria è dato dalla sconcezza e dalla cialtroneria, di ciò che l'indomito Uomo, che giochi a crear l'iddio, s'appresta a proferire ed invero profetizzare, stando tutto impettito nel proprio vestitino quale esile burattino che sempre posto a legame vive sotto le redini di una regola più asfissiante.
Seppur tal ebbrezza s'accenna appena ai fuochi, il gesto dell'immane ominide si spegne sotto più ardenti roghi, confesso, reo, lui, del proprio appello alla povertà d'intenti ed alle più riduttive congetture su di un peso che non s'attiene mai a farsi carico, di cui egli non è di sicuro il messere proteso verso l'atto eroico del render conto a tale fame, pesantezza, incombenza, così risoluta da perdersi nel suo vile atto gelido del classificarne gli attrezzi in base al peso e non più al puro e sincero utilizzo ch'essi s'offrano d'improntare.
Inizia dunque la vicissitudine dell'angheria delle vie della logica, si protrae dunque la vigliaccheria, fino alla piena oppressione di ciò che ne detiene il giogo: sopruso e la più scevra sopraffazione delle vie di un cogito che del più intriso ne detiene il mezzo, e metà soltanto dunque, e che si appella con ognuna delle proprie forze poiché si oppone alla stregua dell'Immondo, nei mezzi che gli siano pur concessi.
La burla, il vezzeggio, l'ironia, son tutti modi con cui questa si presenti a turno, nel concedersi al gioco, ogni qualvolta il senso lo abbisogni.
Così perde la bussola lo scevro Uomo d'oltremondo, che si appresta all'atto dello sconvolgersi a danzare in una strada che ha compiuto un cerchio, di cui il perfetto s'avvista solo nel girare lungo e in tondo ad uno stesso luogo, senza mai chiedersi chi è che s'appresti realmente a muoversi, se il mondo, o se son me, l'immondo stesso.
Il calcolo, la misura, la distanza, s'affretta con estrema precisione: attendibilità, validità, "ossequità", "reverenzialità", "untuosità"; ecco che l'Uomo Immondo s'attiene a misurare, misurandone le misure, concedendosi misure d'urgenza per tali misurazioni, che di concreto, di valido, di attinente, si riducono a misurare solo la scelleratezza di un matto che provi a cogliere l'acqua di un oceano in una tazza per poterne conteggiare tutte le onde.
Il grande affollamento, su di cui questa "centellinazione" si scatena, produce, invero, sacrosante verità, parziali, marziane, intese solo per colui che d'illusione si racconta e che s'avvede nell'infausto gesto del poter sentirsi vero, dello sporgersi a sorte nel potersi riflettere ora equiparato a dio, quest'oggi, non di meno, così da risvegliarsi all'indomani di nuovo stanco, rappreso, disilluso, scosceso nell'animo, che protratto verso la giusta mole di verità si spande, colei che chiara, fulgida, splendente, s'incede sospesa dal ventre alla più plumbea estremità: la mente oggidì si sente come un peso imponente sul corpo celeste, che forte, fiero e pio della sbornia precedente, tutt'oggi s'avvede che qualcosa che non quadra.
E' la verità diffusa nelle verità che mistifica il sollazzo oltremodo incestuoso del volgersi a vanità, orchestrato dai propri piaceri più intimi (tra i più latenti), dagli immorali vizi solitari:
la grande somma non fa il totale; il grande caso, pur sistemato, non crea verità: la divide; il grande avvenimento è uno e uno soltanto, quando egli diviene molti, perde la causa prima per cui è stato operato, egli si riconosce in tanti, ma mai più si rivede in se stesso, perde il seme della consapevolezza, l'unico davvero di grande importanza per noi uomini di scienza.
Tutte le cose sono tante, ma in fondo sono solo una.
E' vero senza menzogna, è certo e verissimo tutto ciò che si sente in vetro con se stesso.
Se il vetro è offuscato bensì, ecco che la scienza si deprime, che il vero si disperde, ecco che l'ingegno si inceppa in una sorta di visione mistica, maturata dall'impeto lisergico da cui la pasta di cui s'è detto codesto Uomo impareggiabile, si sfalda in poche lusingherie.
L'Uomo d'oltremondo stia attento, si affondi in qualcosa di più duraturo, di più maturo, di più stabile e meno impeccabile, ché la propria visiera su cui s'è messo un figurino, ella lo inganna raccontandogli storie fiabesche di cui si possano accontentare solo le sue più recondite avvisaglie.
Le paure infondono cattive amicizie, spengono il fiato, concedono pochi lumi alla vista. La paura di quest'Abbietto è di perdersi e di mai ricomporsi, di non esser più burattinaio innamorato della propria immagine favolistica, di cederla e di scinderla in più parti che, nel marasma da lui creato dalla sua stessa vista monoculare, sarebbero impossibili da ritrovare e pertanto, in seguito, da ricomporre.
E' un'immagine di vanitas fissata nel tempo, nel modo e nel linguaggio, e che come epidemia s'è diffusa e di cui non si riesce più a trovare risoluzione tale che possa un poco lucidarne la lente.
In verità, di ciò che il ventre materno si circonda, non si discerne neanche una piccola parte; è come un fiume, che di invisibile ha solo il corpo, ma di cui è più che mai facile per l'uomo che si erige a piena conoscenza, riconoscerne in ogni istante il rapido rintocco; divenire è facile per questo sciogliersi ineffabile, proferire è sadico per Colui il quale s'inchioda al terreno stabile.
Le acque non sono mai realmente dome, riflesse in loro stesse. E se queste si fanno avanti, è bene che chi le venga a cercare lungo il loro percorso s'accerti di non esser da meno ogni qualvolta.
Chi rimane immobile a penzolare nei dogmi della propria pigrizia, scevri oltretutto qualunque onesta "moralità" intellettuale, ecco che non diviene, per lo più sviene in un torpore dal tepore grigiastro, stagna, come immerso nella bruma d'inverno quando questa si appiccica agli occhi ed affioca la vista.
Così, di fatto, l'immagine è semplice da ricalcare, soltanto che essa è già svanita, così come fanno le stelle quando, vanitose e dissolute, spariscono se ci si attarda a guardarle; esse sono già filate via, mentre noi ci affanniamo severi nel domandarci come si fa a starsene lassù e non fornirne mai riscontro.
Ci insegna, dunque, l'esperienza, che di lei, e di lei soltanto, è verità suprema, di cui tutte le altre fittizie regine del regno passato, s'inchinano ogni qualvolta questa faccia presa nel mostrarsi in piena luce.
Di lei c'è scienza e vera cura nel conservarsi d'ogni evento nostrano, così come del ricordo lontano allo stesso tempo, di cui questi Uomini Scienziati siffatti mai si vedono, ma che anzi, nella beffa, si spendono nel tempo per ricucirla di una qualità un po' più sbiadita.
Così si credono di esser dotti, quando invece si ricoprono solo di vezzi, nauseanti ed in sé corrotti.




venerdì 11 settembre 2015

In Principio era l'Indeterminabile

Dio è dove non si può vedere.
È così soltanto che lo si può trovare.
Con ciò si determina la sua esistenza.
Con ciò si indetermina la sua esistenza.

Credere in Dio è un gioco.
È un gioco che non permette di non esser più bambini.
Chiedere cura, protezione, amore,
chiudersi in fasce, chiudere le fenditure ad un mondo così intenso.
Credere in Dio è un gioco.
Poiché l'unica cosa che dà senno a questo luogo
non è nient'altro che la morte.

Credere nella morte non è un gioco.
La morte allaga ogni cosa e comanda incertezza,
e poiché da essa non vi è clemenza.
credere in Dio è il modo.

Credere in Dio è il modo.
È il modo per alludere alla salvezza, per poter credere con fermezza.
Chiedere moto, scopo, posizione,
è il modo per perdersi in mete ed orizzonti tutt'altro che inscindibili.
Credere in Dio è il modo.
Poiché l'unica cosa che da senno a questo luogo
non è nient'altro che il senso.

Il senso è il moto. Il senso è la posizione.
Dio abbraccia ogni moto.
Dio abbraccia ogni posizione.
Abbraccia idoli che non siano noi stessi,
dona sfarzo alla pretesa di rimanere disconnessi.
Dio si nasconde, Dio si annoda
Dio si estende lungo lo scorrere invisibile che determina ogni immagine di sè.

Ringrazio Carlo, Federico e Guglielmo per avermi portato qui.

giovedì 19 marzo 2015

Il Nodo Gordiano

Chi dunque ha compreso
il peso,
dal Golgota non s'è ripreso
l'appeso,
di tutto il tempo speso
preteso,
tra il nodo forte e teso
proteso,
al mondo tanto atteso
inteso,
di un gioco ormai sotteso
riacceso,
che al giogo fu sospeso
rappreso,
s'accorge d'esser leso
arreso,
d'uno scorgersi indifeso
sorpreso,
uno sciogliersi incompreso
disceso,
su un sentiero un po' scosceso
intrapreso,
porge il passo vilipeso
offeso,
verso un muoversi più acceso
inceso,
cui ogni gesto sovrainteso
asceso,
giunge senza malinteso
appreso,
scaglia dunque il braccio steso
esteso,
scioglie il groppo già iperteso
feso,
scisso in due dal Sé coeso
trasceso,
come un Dio s'è presto reso
creso.




lunedì 4 agosto 2014

Obiezione di un Décadent

E' la disarmonia che crea la vita.
Ciò è indubbio.

Il mondo tende più al disequilibrio che al riequilibrio.
Così sono anche le forze, le parti, l'antimateria e la materia.
Se queste due collimassero e si disponessero in parti uguali, giungerebbero ad annichilimento.
Armonia vi è dunque, ma possibile soltanto dal disequilibrio.

E' ciò dunque altresì definibile come armonia?
A me pare sia più una sorta di stonatura che ha trovato in una nuova forma una propria armonia ed il proprio equilibrio.
Disequilibriamo forze, pur di poter provare di esistere.
L'universo stesso stravolge il giusto corso armonico dei versi, pur di poter provare che qualcosa sia tangibile.

Così come queste, anche l'esistenza umana è concepita secondo questo schema ben definito.
Ognuno è vittima ,ed allo stesso tempo causa, delle proprie sventure.
Tutti nasciamo vittime di ciò che è stato imposto noi, genitorialmente, culturalmente, socialmente.
E la stragran maggioranza degli individui è così adattata ad una tendenza generalmente discordante dal concetto d'equilibrio od armonia che si voglia.
I due non sono propriamente sinonimi,
eppur spesso si avvicinano nell'intento, a discapito del contesto, chiaramente.
Vi può essere armonia senza alcun equilibrio o vi può essere equilibrio senza alcuna armonia?

La risposta è soggettiva forse, in entrambi i casi.

Gli individui ordunque tendono in gran maggioranza al disequilibrio, alla disarmonia.
Né è testimonianza inoppugnabile la posizione orrifica in cui è giunta l'esistenza umana fino a questo punto.
Lo stato in cui la terra è lasciata poltrire è tutt'altro che armonico, questo è chiaro.
Lo stato in cui la società civile umana è lasciata poltrire, è tutt'altro che armonico, anche questo è chiaro.
Lo stato in cui l'essere umano stesso, l'individuo nella sua totalità, è lasciato poltrire, beh,
anche questo è chiaro, ed è anche una delle possibili cause che determinano tutte le altre.

Scegliamo tutti indubbiamente di perderci nell'oblio dove le parti non combaciano.
Attraverso un microscopio, quello dell'intelletto sia chiaro, è possibile poi concepire come questa scelta apparente sia in realtà dettata da altro.
Di come gli elementi sopraelencati, siano causa e concausa di questa ed altre scelte di cui non si è coscienti.
E di chi è allora la colpa?
Chi tende la freccia verso questo stabile stato in cui l'instabilità di un equilibrio precario, e talvolta mai raggiunto, fa da padrone indisturbato nel corso di tutta una vita intera?

Si tratta forse di una trappola ricorsiva in cui tutti siamo cascati senza che mai ci si rendesse conto.
Di un eterno ritorno in cui tutte le cose si presentano uguali come fonte e conseguenza.
Di una coazione a ripetere all'infinito della storia dell'umana amara sorte, volta verso la negazione di una libertà di una natura, che più volte ha chiesto appello per poter svolgere il proprio corso.
E chi scorge l'armonia e chi si fionda sull'equilibrio non è mai scorto abbastanza.
Viene messo al margine, al più etichettato come folle o non appropriato.
E' questa la storia della strana amara sorte, della vita umana e dell'attesa per la morte.

E' forse la morte la degna causa di tutto questo inumano addensarsi?
Sarebbe una soluzione troppo banale di per certo.
Eppure è la fiaccola che alimenta questa spirale della vergogna.

E' forse questo un modo per concedersi maggior spazio al suo posto?
Forse è l'ipotesi più plausibile.
Come se la morte fosse un equilibrio, e come se le parti la raggiungessero una volta combaciate.
Ecco fondersi la materia e l'antimateria calzante, e dal passo sempre fiero, verso il velo della morte.
E' un po' il simbolo dell'umana sorte.

Ecco dunque che il disequilibrio è la chiave per concedersi un lusso.
Nella disarmonia, nel perdersi, nel non ricordarsi del triste fato che vorrebbe non farci esistere.
in ciò vi è il lusso più grande che sia permesso.

E' quasi un errore si dice, se la materia si è formata.
Di certo in natura, gli errori non esistono,
ma forse dunque tutta la vita è un errore.

Ecco allora la chiave del mio disequilibrio,
c'è più verità in disarmonia che in armonia.
Secondo la più bieca vista, l'occhio vede più decadenza che sostanza.
E' la legge della maggioranza, della selezione.
Ed è assolutamente più che umana la cecità mentale.

Ecco allora tutta l'onestà della mia dissonanza,
se tocco il centro per dissolvermi
cerco la direzione opposta per sottrarmene beatamente,
e per concedermi il più estremo lusso che mi sia ancor più concesso:
perdersi nella decadenza,
giusto appena per poter "sentir" qualcosa.

a proposito di armonia..

domenica 22 giugno 2014

Viaggio a Narkè

Fino a che non esista
si assiste al trionfo.
Tristi sorrisi consumati,
mai nulla a coinvolgersi nel tempo.
E tu mi togli il respiro
dalla tua immagine riflessa;
la veglia è un lungo viaggio,
bramosia di memorie
e disegni più intensi.
Mi fermo qui allora
dove non vi è spazio alcuno;
solo immagini di me.




                                      

venerdì 18 aprile 2014

Direct To Your Soul

Sai,
io amo le cose che resistono nel tempo.
E penso che debbano farlo,
perché così facendo
diventano la dimostrazione vivente della negazione della vita.

domenica 19 gennaio 2014

Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 2: La Scienza come Morale

Così si riduce lesto lo scempio ad un insensato e dozzinale professo di Morale Scientifica, latente, uniforme e potente, così da poter giungere all'onnipotente, ed onnipresente, protezione da ogni errore fatto, commesso, concesso, e d'ogni qualsivoglia scelta sbagliata, errata od addirittura non prevista!
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.

Adel Abdessemed - Décor


sabato 9 novembre 2013

Cose dell'Altro Mondo

Cerchiamo in Te ciò che non possiamo essere.
Diveniamo in Te ciò che non potremo mai divenire.
E quando raggiungiamo, ancora increduli,
l'essere, il divenire,
è con ciò che il sogno svanisce.
L'idillio va in frantumi
e ci trascina ancora a chiederci chi siamo,
proprio quando la vita ci dimostra di aver ben compreso.
Eppure noi, ciechi, biechi e ottusi, ci rifugiamo in domande
che annichiliscono la comprensione, ostentando,
perdendoci,
e cullandoci in faziose sinecure punitive che in tondo sfociano invano.
E mentre lo scenario scorre in silenzio attendendoci pronti alla scena successiva,
poniamo il punto su futili questioni, che di reale consumano ben poco,
che fagocitano, sciupando, preziose apparizioni e irripetibili momenti
e che ci ammaliano spingendoci a desiderare di vivere di bramosie irrealizzabili.
Finché ecco che di nuovo crediamo in Te, che per l'occasione ti vesti del nuovo Te,
rinnovato e più impettito adesso, conscio degli errori passati e delle occasioni perdute,
di ciò che poteva esser fatto e di ciò che non si sarebbe dovuto mai fare.
Sfoggi in bella vista un puro e candido vestitino, più accorto, gentile, sfizioso,
un po' elegante, un po' più dedito a mettere in mostra la fermezza più sferzante.
Il nuovo mondo è fatto, ecco adesso tutto è pronto per fare un salto
nelle acque della disperazione, ritrovandoci ancora famelici e romanzanti,
nel bramare un sorso, un piccolo sorso, che possa permetterci
di perderci in un chimerico mondo sognante.
Ecco chi sei Tu, ecco cosa sei. Ora ti vedo bene!
Ecco tutto ciò che cerchiamo in fondo, in Te.
Cerchiamo noi stessi, cerchiamo i nostri fantasmi.
Cerchiamo ciò che non saremo mai.
Cerchiamo ciò che, in realtà, non vorremmo mai essere.
Ma essere noi stessi? Mai!
Perchè?
Perchè la paura di perderci è il male, poichè la paura di muoverci è il male,
poichè la paura di muoversi e perdere parti che andranno a male...
equivale a morire.
Lasciarsi andare alla morte, non è peccato mortale.
Lasciarsi andare alla vita, non è peccato mortale.
Affannarsi per non morire, si, è peccato mortale.
Affannarsi per non vivere, si, è peccato mortale.

Soltanto vivere la vita nella morte rende vita alla pretesa impudente di esser vivi.

L'Ideal

mercoledì 11 settembre 2013

Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 1: La Scienza come Certezza

La mia intelligenza non mi permette di dar credito a tale teologia denominata Scienza.
Ella giudica come insulto a sé medesima ciò che questa sottospecie di dottrina dogmatica conduce, con totalitaria freddezza, nel suo ossessivo, quanto irrisorio, bisogno incessante di possedere il mondo, di giudicarne le leggi, di ridefinirne, pezzo per pezzo, la storia di ogni fenomeno che per pura fatalità sussegue l'altro, come a voler asserire che ciò che governa lo sciogliersi delle cose possa esser messo a soggetto di tali smancerie, tra le più miserevoli che siano state mai proferite.
Così svolgendosi non giunge ad altro che al concepimento di un nuovo mondo sopra il mondo, che immondo è esso stesso per definizione, costituito da un velo di maya, invisibile quanto irrivelabile, e di questo muoverne le ossa ed estorcerne le leggi, per poi scioglierne i nodi assai intricati, ma che con lo stesso artefizio vengono già dunque costituiti.
Meschina e alquanto altezzosa, allora si estende la superbia assai vanitosa di prevederne eventi e situazioni altresì favorevoli, di aggrapparsi a mere superstizioni probabilistiche, battezzate "attendibili", con l'intento, così come il sussiego, di controllare ogni cosa del mondo stesso, di rinchiudersi in vani stolidi processi che circoscrivano un sapere fatto d'ignoranza e negligenza d'ascolto, ed arroganza conseguente, per ciò che realmente il cosmo muove, e per ciò che esso intinge nel suo crudele e cinico copione, fatto di atti non curanti né suscettibili a qualsivoglia domanda, ma consapevoli del loro intercorrere per esser nient'altro che sé stessi ed esistenti in quanto tali.
Come se l'utilizzo di simile appellativo bastasse a render grazia e giustizia alle più impensabili crociate, utilizzato a garanzia e giustificazione delle stesse, rendendo vane, cieche, infami, tutte le possibili vie che negano dal loro percorso un nome, un termine di così grande imponenza, approvazione, accondiscendenza, od addirittura fede!
Ciò che si evince è in realtà questione di scene, fraseggi, momenti d'azione, che si susseguono l'un l'altro, per permetter al loro io più profondo di non perdersi in labirintiche chimere colme dei sensi più insensati.
L'Uomo di Scienza bensì si copre di velli e pellicce fatte in verità di cataratta generata da chi osa volgersi con gusto alla cecità, e guardare, con occhi di chi non vuol guardare, l'universo e il suo scorrere nei dipinti dai più disparati risvolti.
Egli agisce a caso, e col caos s'accompagna in bisboccia, ed eppure si crede di dipingere col sennò di ciò che or ora avviene, con ciò che è avvenuto e con ciò che s'ha ancora d'avvenire.
Il sennò, se tale si può definire il dolore d'un pazzo che si crede un sano di mente, è poi soltanto quello di "poi", ma che permette al mesto uomo d'incensarsi di credo e credibilità, di cui si ciba la fama e il necessario erigersi a paladino del denaro breve e del potere tale di un popolo che si nomina da sé l'appellativo di solennemente eletto più d'ogni altro.
Non vi è nulla che sia più falso e più meschino di colui che si definisce tale e che tale non è affatto.
Ed è proprio di ciò che il vile Uomo di Scienza si nutre e con ciò innalza i propri castelli, retti da carte camuffate da salde cinte di mura, incapaci di distinguere, ahimè, la più tenue brezza del mattino dal più nero tormento di una bufera in pieno inverno.
Egli si definisce e con ciò difatti erra nella più bieca delle forme possibili, e non contento s'ostina nel definire tutto ciò che, come un avido Re Mida, pone in pasto al proprio tocco.
Egli presto s'accorge che, come l'oro, dell'affrancare non ci si ciba né si nutrono i bollenti spiriti, così come pare a chi di stupefacenti si nutre l'animo o s'affanna, delle più stucchevoli ricchezze, a far provviste.
Ogni essere è per definizione il solo e semplice artefice del proprio destino.
Ma così come egli è, è egli anche altri che di certo lo compongono e che si apprestano, fieri, a compiere già, anch'essi, il proprio stesso destino, di cui, a loro volta, non decidono per certo le loro sorti.
Non vi è nulla di più reale di ciò che si pone dinnanzi allo sguardo e che allo stesso tempo, dopo l'unico istante, svanisce in evanescenti fumi che altro non provocano che annebbiamento alla vista.
Ed egli, il nostro sagace(!) Uomo di Scienza, è di questi, codesti, fumi che nutre il proprio spirito, li inspira nel proprio corpo e da questi, codesti, indi da vita alla più sublime tra le sue creazioni:
la Merda, prodotta dall'enunciazione delle proprie leggi e da cui tutte le creature necessitano assoluta dipendenza.
Ordunque, "padre nostro che sei nei cieli", castiga tutti coloro che si attengono a cotanta sciagura!
Mostra loro il retto canto della tua voce, affinché si illumini in loro la consapevolezza di una tossicodipendenza dall'arroganza che non lascia alcun posto ai più semplici ed essenziali dettami esistenziali.

Dedico questo manifesto a ciò che vi è di più antiscientifico al mondo: il mondo stesso nella propria naturale essenza.
Poiché tutto ciò che è costituito contro la scienza stessa è proprio lo stesso universo che costoro cercano di indagare tramite il metodo sperimentale, o tramite l'occhio scientifico, o tramite le leggi ferree che danno credito ad un esistenza già colma di debiti inoppugnabili.
Poiché se domando loro di raccontarmi, tramite il loro occhio divino e infallibile, come sia possibile concedermi tutte le volte il tanto agognato risultato certo e garantito, o magari la stessa identica previsione, e in tutti i casi possibili (di quella eventuale categoria di eventi di intende), ottengo come risposta il concetto probabilistico di "più o meno attendibile", che affatto rispecchia quella portentosa definizione di esattezza, che poco spinge a favore del infallibile risultato certo, che poco conta per la mente scaltra, priva di affanno e priva di quel debole bisogno fanciullesco di protezione dalla natura essenziale di tutte le cose, consapevole ella (la mente..) della burlesca e triste sorte, riguardante l'inattendibilità di una probabilità che in fin dei conti si riduce al solo, puro, semplice, scevro, risvolto de: o accade, o non accade; ogni qualvolta vi sia un qualsiasi evento a venire.
Ed ogni qualvolta che vi sia un qualsiasi evento a venire, ed in questo si nasconde l'immane stregoneria(!), esso si introduce al nostro umile occhio pigro in forma sempre differente e priva di qualsiasi legame o legittimità d'appartenenza con l'affare che lo precede, o meglio, priva di qualsiasi possibilità di definirvi leggi che esulino il compimento dell'atto puro e solo ch'esso stesso (l'evento..) s'appresti a compiere indisturbatamente.
Evento unico, puro e raro, in tutta la propria bellezza! Quasi fosse un diamante dei più preziosi e ricercati..
Unico e raro in tutta la propria appariscenza, unico e raro per composizione, di eventi e prove sottostanti e che lo compongono, unico e raro poiché l'unico senso che sussegue è il senso che vogliamo noi arbitrariamente attribuirvi e nient'altro, senza alcun bisogno di innalzarlo a verità imprescindibile e divinatoria,
di cui sfarzosa è verosimilmente l'ignoranza che in fin dei conti lo compone, che ne mira le gesta e che ne annunzia il lieto fine.
Il mondo è siffatto di opere che si muovono e che scorrono in un lento e assai veloce fluire di eventi opposti e discordanti, ma che giungono al giusto compimento fintanto che si incontrino in matrimonio, da cui si evolvono risvolti dalle apparenze sinusoidali, ridondanti e costanti nel non essere giammai identiche a sé stesse.
Ecco, diceva egli, il saggio: "Questo è un pugno. Ma che cosa succede quando dischiudiamo la mano? Il pugno scompare."
E dov'è finito? Come fa ad esser scomparso?
Ecco che qui si ammira il prode miraggio scientifico.
Il caro pugno è sempre li, lesto ad essere richiamato al nostro servizio e al suo compito più essenziale:
esser posato in volto a chi si attiene a simili leggende, tali da volgersi ancor meno legittime delle più forzate citazioni favolistiche che la terra possa ancora rimembrare.



"Il vero senza menzogna, è certo e verissimo."



domenica 24 marzo 2013

La Sagrada Família

Penso che esser Madri di se stessi
significhi accettarsi in tutta la propria totalità,
per quello che si è in quel momento.

Penso che esser Padri di se stessi
significhi agire e seguire la via
per cambiare tutto quello che si è in quel momento.

13/07/11   PA   3 PM.

SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS

martedì 1 gennaio 2013

Lapis Philosophorum - L'Elisir di Lunga Vita

Sogna. Sogna davvero tanto.
E poi immagina.
Ma nelle tue immagini davvero credici.
Seguile. Guarda dove ti portano.
Ma oltre che guardarle, sentile.
Sentile scorrere dentro..
Forti, intense, tanto intense da consumarti.
Come se sentissi della forte corrente scorrere in te.
Il cuore vive con la corrente.
Esso consuma la passione elettrica
che il ballar delle foglie al vento alimenta in noi.
L'ossigeno ascolta la sua fame
inondando di sangue le sue stanze
come fosse un fiume in piena in quegli istanti.
E sono gli istanti che irradiano e riempiono l'anima tua,
che la fanno sentire così chiara ed estesa al povero corpo,
da costringerlo a farla uscire
e lasciar che essa si congiunga con tutto ciò che lo circonda.
E' questo ciò che tu cerchi.
E' questo ciò per cui ogni giorno spendi le tue giornate.
La speranza che una passione forte e pregnante per le cose ti travolga senza scampo.
E' il sogno che da il senso a ciò che viviamo.
Ed è da questo che tutti i giorni ci proteggiamo.
Perciò sogna. Muoviti, prova e vivi ciò che senti senza timore o riserva alcuna.
E' questa la Rossa Tintura che da ardore ai nostri sensi.



venerdì 23 novembre 2012

The Ouroboros Is Broken

La mente umana è perversa. Per propria natura.

Forse è dovuto allo sviluppo della coscienza, del fatto d'esser consapevoli di vivere..
Ma sta di fatto che l'essere umano è per definizione perverso.
O che comunque la perversione fa parte della sua mente, con un buon livello di propulsione e forza libidica.

La dimostrazione più facile è riscontrabile nella vita di tutti i giorni.
Spesso e volentieri questa perversione sfocia nelle più svariate maniere e versioni, tra l'altro ben camuffate se necessario.
E' riscontrabile ad esempio nelle relazioni, o nel semplice "legarsi" alle cose che ci circondano.
E' un po' il famoso effetto droga che si ha sulle cose, o beh, ovviamente sulle droghe.
Ma in un certo qual modo tutte le cose, chi più, chi meno, fanno sfociare questa perversione, che, in sostanza, per la gran parte delle volte, è l'incarnazione di un puro atto di sano autolesionismo.
Ebbene si, questa perversione è del tutto e spensieratamente masochistica.
Se no, del resto, trattandosi in genere di cose positive a cui si cerca di tendere, non sarebbe tale attività definibile come perversa.

Di "Perverso" il mio fido dizionario etimologico online (*http://www.etimo.it/?term=perverso&find=Cerca") mi da "..lat. Pervèrsus che propr. è part. pass. di Pervèrtere: rovesciare, travolgere e fig. corrompere..".
E in fondo questa definizione quadra con la figura sopra indicata, di qualcosa che, ogni volta che si provi a tendere verso ciò che può creare beneficio, devia immediatamente la curva del "bene" in maniera opposta e parallela verso ciò che può indurre del "male".
Ciò avviene in ogni circostanza, in ogni tentativo di legame, o semplicemente approccio alle cose che si desiderano, alle cose che ci circondano. Avviene sempre in sostanza.
Basti pensare a tutte le illusioni che nascono ogni qualvolta si provi a stare con qualcuno e che ogni volta si palesano quando quel "stare con qualcuno" volge al termine.
Tutte le volte che ci si aprono gli occhi da quella patina meravigliosa che ci propone solo sogni e versioni dorate di ciò che è l'altro, di ciò che ci circonda in quei momenti con l'altro, e di ciò che è la nostra vita attualmente con l'altro, nonostante magari tante volte si è giunti al punto che ci si sente solamente prigionieri altrui e nient'altro che schiavi dei propri sentimenti.
Mi riferisco proprio a quegli attimi, quei microsecondi, che ogni volta prendono il sopravvento su tutto, nel momento topico in cui si è finalmente pronti con i bei discorsi e le frasi preparate a puntino per affrontare il nostro destino, attimi e microsecondi in cui tutto ciò che si è preparato, pensato e sofferto nei (magari) mesi precedenti, scompare... e lascia spazio solo a immagini di cose o persone a cui non è possibile assolutamente rinunciare.
Quell'esplodere di dopamina che praticamente divora il cervello, e ci spinge a volerne ancora di più e sognare che tutto ciò di cui si è "goduto" fino ad allora possa non smettere mai.

Sognare, non curanti, ovviamente, del fatto che, tutto ciò di cui s'è "goduto" fino ad allora, è da altrettanti mesi che non viene più alla luce.. ma lascia spazio, nei fatti, quelli reali, solo a tanta merda.

E allora perchè? Perchè se ogni qualvolta si impara la lezione, ogni qualvolta si riconosce che ci si sta solo pigliando per il culo, ogni qualvolta si riesce addirittura ad illuminarcisi sul fatto che tutto ciò a cui teniamo e che amiamo in quei momenti, non sono altro che proiezioni inconsce e totalmente endogene di ciò che noi vogliamo vedere di quella determinata cosa/rapporto/relazione, non si riesce mai a resistere a quegli attimi, quei "microsecondi" così densi?

Penso che la risposta sia proprio questa perversione autolesionistica.
Questa perversione e amore perverso della distruzione.
Amore per le cose che si degradano, si afflosciano, si decompongono.
C'è in ognuno di noi una (probabile) innata perversione per la morte e il decadere delle cose.
I media questo l'hanno capito bene, dato che ci propinano ogni giorno spettacoli sempre nuovi da adulare dalla perfetta comodità delle nostre poltrone.
Spettacoli che parlano di morti, massacri, suicidi, crisi, decadenze, paure, terrori, problemi, e, insomma, chi più ne ha più ne metta.
Però hanno ben centrato il punto. Ci nutrono in maniera piena e soddisfacente. Non c'è che dire.
Ma al di là dell'effetto globale e mediatico, c'è proprio una passione interiore per ciò che muore e che fa star male, ma ancor di più c'è una passione e un amore interiore per ciò che fa star male in particolare noi. Noi stessi.
Siamo così affezionati ed amanti di questa sensazione, di questo concetto anche, che non possiamo farne a meno.
E siamo così furbi, ingenui ed imbarazzati da questo concetto che siamo altrettanto abili a nasconderlo e a farlo passare sottopelle, in modo che risulti totalmente invisibile all'occhio intellettivo che determina alla luce il concetto che abbiamo di noi stessi.

E' una mistura perfetta. Pensandoci.
E' una mistura geniale, degna del più elevato demonio, devo dire.
Un fiume di perversione bollente, mascherato da una castità appannante che ci rende totalmente ignari di tutto ciò che avviene realmente dentro di noi e a nostro discapito ogni volta.

Eppure, il simpatico demonio, ha saputo pensare pure oltre!
S'è reso conto che comunque qualcuno avrebbe potuto sentire il puzzo che questa perversione, alla lunga, col suo scorrere, possa lasciare in giro, avrebbe potuto seguire la scia bavosa e sanguinante che si porta con sé, s'è ben accorto di rendere insospettabile e camuffare alla perfezione questo scorrere perverso e autolesionista a tal punto da nasconderlo al nostro occhio interiore, anche quando l'altrui persona riesca con gran audacia a farcelo notare!
Incredibile! Portentoso! Geniale!

Mi rendo conto allora, alla luce di tutto ciò, che deve trattarsi proprio di una caratteristica innata così ben radicata, che il bel demonio in questione solo in questa maniera abbia potuto incastrarla alla perfezione.
Dev'essere in sostanza qualcosa che, molto semplicemente, permea l'essere umano da dentro.
Un qualcosa che lo forma all'interno.
Un qualcosa di così portante e fondamentale d'essere paragonata a tutti i restanti lati caratteriali e fisici che vengono normalmente alla luce di cui tutti noi siamo al corrente.
Un qualcosa che, in sostanza, fa parte dell'uomo, della sua vita e che prende il ruolo di quella cosa della vita atta (e quindi UTILE) a farsi semplicemente del male. E' così, in sostanza, non c'è scampo.
Amiamo ucciderci lentamente. Amiamo soffrire e star male.

Ci si potrebbe soffermare e dibattere su questioni di educazione esclusiva riguardante la società occidentale o meno.. ma non ritengo sia questa la sede adatta.

Preferisco concentrare le forze sul tentare di concepire allora, vista la portante utilità di una tale funzione vitale, la funzione in cui si dirama e da cui deriva questo principio.

In sostanza penso che si tratti di un'intensa voglia di essere accuditi.
Di star male, soffrire, sentire le pene dell'inferno ed attendere realmente, con ardore, il momento in cui verremo ripescati e ricondotti con sane e calde cure sulla retta via dal nostro Salvatore di turno.
Ovviamente la parte del Salvatore non è mai endogena. In teoria lo sarebbe, ma forse qui entrano in gioco quei meccanismi educativi occidentali sopraccennati che, fanno di tutto per esternarla dal proprio contesto.
Dunque allora per la maggior parte dei casi, ci rimane soltanto una speranza di salvezza esterna.
Si tratta ovviamente, per la precisione, di una speranza, anche questa, totalmente inconscia.
Noi, consciamente, si è troppo concentrati sul lamentarsi e cercare soluzioni illusorie piuttosto.
Il resto del lavoro lo fanno i "sensi" e le pulsioni interne inconsce.
Sono loro che spesso ci guidano, come esemplificato più in alto in quei "microattimi".

E allora cos'è questo Salvatore?
Perché è così tanto necessario?

Il Salvatore può essere in realtà qualsiasi cosa.
Un Dio acquisito, un Dio rivelato, un Dio indotto per educazione, o semplicemente una cosa, una passione, un animale, o ancora ancora più semplicemente una persona.
Una persona che amiamo, una persona che ci è vicina.
Scavando a fondo nello scorrere personale degli eventi, in realtà, ci si rende conto che,  fondamentalmente, il salvatore, in genere, corrisponde con due figure ben delineate, ognuna con il suo ruolo per altro:
i propri genitori.
La verità più profonda è questa.
E' come se fossimo dei perenni bambini che hanno ancora il terrore intriso nelle cellule del corpo di muovere "da soli" i primi passi verso la vita.
E' come se sto continuo lamentarsi, o prima ancora, soprattutto, generare autolesionismo, sia sintomo di cure e accudimenti mancati (probabilmente negli anni più sensibili dell'infanzia) da parte dei nostri genitori.
Sono mancanze (o eccessi in alcuni casi) che ci portiamo poi per sempre, per tutta la vita.
Ce li portiamo dietro, per lo meno, finché non decidiamo con gran coraggio di liberarcene.
Finché non decidiamo con gran forza di volontà di rompere il cerchio che si viene ogni qualvolta a creare, in tutte le circostanze sopracitate.. cioè praticamente sempre.
Sono mancanze, quindi tendenze autolesionistiche, quindi lamentele (in cerca di accudimento genitoriale) che riempiono le nostre vite (talvolta l'accudimento ricercato viene impersonato dai sogni e le illusioni inscenate nei rapporti), ma che in realtà le svuotano.. le svuotano di cose, di tante cose, che potrebbero avere un impatto molto più realistico sulla nostra personalità.

Mi rendo conto che la perversione autolesionistica sia dunque potenzialmente inutile.
La sua funzione sarà innata, sarà endogena, ma qualcosa mi fa sospettare che forse forse, sotto sotto, sia semplicemente "indotta".
A questo, a dir la verità, non riesco, né posso, ancora rispondere.
Ma allo stesso tempo mi rendo semplicemente conto che i dati a mia disposizione indicano il fatto che viviamo in una società piena di stimoli del genere.
Ogni cosa che ci circonda è così ed ognuna delle nostre vite, nel suo evolversi, è così.
Ad ognuno di noi si palesano mancanze o lamentele. Ognuno di noi tende a farsi del male prendendosi semplicemente in giro, o addirittura rendendo concreti gli effetti negativi talvolta.

La verità, io penso, è che il cerchio si possa rompere. Ma che in fondo, per ciò che c'è dato vivere oggi, non sia un lavoro così immediato e semplice.



venerdì 22 giugno 2012

Un omaggio al verdognolo Lavoisier

In natura nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma.
C'è chi potrebbe giurarci in effetti. Ci giurerei io stesso pensandoci bene.
Solo che si tratta di un processo un po' strano da concepire a volte.
Alcune volte si viene infatti ingannati dalla natura più effimera delle cose, che al contrario però diviene proprio quella che più ci resta impressa. E allora sto via vai di creazioni, distruzioni, o meglio.. trasformazioni, passa del tutto in secondo piano.
Eppure, nonostante questo uroboro venga dunque tolto dalla lente illuminata della visione cosciente, questi continua a fare il suo lavoro indisturbato, di continuo. Sempre.
Ci si chiede dunque perchè questa natura più formosa ci attiri in continuazione, molte volte cristallizzandoci al suo interno.
Cos'avrà mai di così speciale o superiore da sovrastare tutte le altre opzioni, tutte le scelte.. tutte le varie possibilità di compiere 1000 trasformazioni e ogni qualvolta risultarne qualcosa di diverso.
Di speciale o superiore non si sa, c'è forse quella strana sensazione di intenso appagamento talvolta, tale da riempirci praticamente in eterno. Un eterno che alla percezione appare davvero tale, ma che talvolta si può compiere semplicemente nel giro di svariati minuti. Il problema è che l'idea eterna percettiva non svanisce solo in quei minuti, ma si trascina poi per ore, giorni, settimane, forse mesi.. magari anni.
E alla lunga diventa un po' una lunga catena che decide delle nostre ore presenti e future, ma appellandosi al passato, senza lasciarci mai guardare al concreto e giusto presente.
Di speciale e superiore c'è che queste perdizioni eterne, fatte di gesti, momenti, luoghi, persone, cose, che appaiono uniche e infinite, tali da potercisi perdere totalmente, sono un po' il pane quotidiano di cui si cibano tutte le nostre menti.
Lo si evince facilmente constatando nella vita di tutti i giorni che ogni individuo ne ha bisogno, ogni individuo se le crea, e ogni individuo vi si perde costantemente. E lo fa in continuazione senza che neanche si renda conto molto spesso.
E' proprio come l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, il cibo che mangiamo.
Dopo un po' non ci si rende neanche conto del fatto che lo si fa, succede e basta.
E allora penso che sia giusto così in fondo.
Lottiamo tutti per raggiungere qualcosa che si possa poi toccare, e allo stesso tempo quando stiamo per giungervi di volta in volta ci rendiamo conto che non è mai possibile farlo. Ma a quanto pare non impariamo mai la lezione, ci scottiamo e la prossima volta non si esita a rifarlo nuovamente.
Proprio come la falena che gira intorno alla luce, che prima si acceca e dopo addirittura muore. Eppure lei non può farne a meno. La sua vita non avrebbe alcun senso senza.
E allora si, siamo tutti piccole falene che cercano la propria luce.
Il problema è che a volte la cerchiamo solo negli altri.
Il problema è che a volte la cerchiamo solo in noi stessi.
Il problema è che basterebbe solo far circolare entrambe le parti, e compiere questa ricerca un po' dicotomicamente, come un flusso di energia, cose, concetti, idee.. che continuamente entrano ed escono. Si incontrano e si scontrano. E sostanzialmente si ricambiano, generando sempre nuova linfa vitale e tanta freschezza. Anziché ammuffirci.
In fondo tutto ciò ricorda un processo biologico a noi tanto caro e assai famoso.
Anzi è il principale processo biologico della nostra esistenza, pensandoci bene.
E' un po quello che fa quel macchinario che è il cuore, che pompa sangue fresco e ossigenato dall'esterno per rispedirlo al cervello e nutrirlo.. ricevendo in cambio solo merda.
Merda che viene poi puntualmente espulsa fuori.
E il ciclo si ricompie e si ripete, finché morte non ci separi. Che poi in realtà, della "separazione" della morte... se ne potrebbe anche parlare..
Ma non ritengo sia questa la sede adatta.
Il punto è che ciò che a noi appare appuntito, estremo, monodirezionale.. si rivela un qualcosa di ciclico e totalmente lontano da concepire per ciò che è impostato nella nostra mente, e quindi nella nostra cultura, educazione e forse anche qualche parte della nostra genetica.
E' una sorta di meccanismo dinamico in sostanza. Non c'è mai una sola scelta. Non c'è mai un solo ed unico processo. E' sempre un insieme di processi, che si alternano. O magari che si fondono.

Resta allora da capire in che modo queste due dinamiche descritte un po' più su si possano fondere tra loro. In modo da generare una sorta di armonia, un equilibrio.
Questa è forse, per lo meno inizialmente, la parte più complessa del discorso, a dire il vero.
C'è che ognuno di noi ha degli interessi, delle voglie, dei desideri, dei sogni.
Ha, in sostanza, delle cose che attirano, generano molta attenzione.. per lo meno molta più di altre, generano spesso uno scopo, un obiettivo, quindi una dipendenza.
Ciò è facile da concepire. Basta riguardarsi e scorgere facilmente i propri interessi, o i propri idoli. O magari i propri obiettivi, sogni o ambizioni di vita. Ognuno di noi ne ha uno. Ognuno di noi ne ha 100000 minimo.
Sono tutte cose che pregiudicano e allo stesso tempo danno uno scopo alle nostre vite.
Sono cose che a tutti gli effetti danno un senso alle nostre vite.
Se ci si pensa bene, sono cose che spesso ci appaiono essenziali, anche se non lo sono.
Eppure lo sono. Sono così. Lo sono sempre state. E basta.
Lo sono sempre state e lo saranno, molto probabilmente, sempre.
E se allora, visto che non sono così essenziali, si prova a distruggerle queste cose, vien fuori che a quel punto la vita si svuota di ogni senso. E con questo vuoto, se ne va pure il senso principale, cioè quello che ci permette di viverla la vita.
E' come se togli la benzina ad una macchina. Non cammina più.
E, per tornare all'esempio di prima, è come se togli il sangue ad un uomo. Il risultato è ben noto.
E allora queste cose forse non sono così effimere. E allora queste cose sono forse realmente essenziali.
Nonostante poi alla famosa sopracitata analisi approfondita, risultano irraggiungibili o totalmente inutili talvolta. O magari più semplicemente inesistenti, se non nel mondo delle nostre fantasie.

Io penso che in realtà queste cose sono sia le une che le altre.
Sono utili e inutili allo stesso tempo. Dipende solo da cosa si vuole fare nella vita.
E la cosa comica e divertente è che.. ciò che "si vuole fare" dipende da queste cose, nella vita.
Ed ecco che anche qui, nel "macrocosmo", come lo chiamavano delle genti un po' più antiche di me, si ricrea questa sorta di ciclicità. Anche qui nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma. E diciamo che ogni cosa dipende praticamente dall'altra, e così facendo, appunto, si trasforma nell'altra.
E' un continuo scambio.
Quindi si creano obiettivi, si creano scopi, il così tanto ambito senso.. e si distruggono tutti puntualmente ogni giorno.
La differenza è volte si è consapevoli di tutto ciò. A volte, cioè molto spesso, no.
E da qui si generano migliaia di problemi facilmente immaginabili, che stanno poi nella vita di tutti i giorni.
E allora il succo è che molto semplicemente ognuno si crea il senso e lo scopo delle proprie scelte nella vita. Ci sarebbe da puntualizzare, a dire il vero, che molto spesso questo senso e questo scopo non sono creati direttamente dall'individuo, ma.. come dire.. inculcati da una serie di manovre educative, quindi culturali, quindi un po dogmatiche se vogliamo. Ma ciò non toglie che anche queste possano essere estirpate, o meglio modificate secondo i proprio reali canoni. Come a dire di accontentare un po tutti dentro di noi, sia le parti un po' più influenzate della morale (quindi un po più dogmatiche per l'appunto) sia quelle un po più individuali che necessitano semplicemente dei propri spazi.
Come un po' far contenti SuperIo ed Es nello stesso istante, come li definirebbe Freud.
Forse, sempre per prenderla come il vecchio Sigmund, il ruolo dell'Io non è altro che questo.
Mettere pace fra le due parti ogni qualvolta. E devo dire che è una bella responsabilità, ed anche una bella rogna a dire il vero.

La cosa risulta quindi sintetizzabile in questo modo:
vi sono probabilmente molti comportamenti a cui tendiamo, che ci attraggono o che molto più semplicemente ci appagano maggiormente rispetto ad altri, che dipendono in larga misura dal nostro codice genetico. Vi sono alcune parti di questo (i così detti Memi), infatti, che contengono al loro interno vere e proprie strutture di idee comportamentali, concetti, tendenze linguistiche ed anche culturali in poche parole. Queste vengono trasmesse di generazione in generazione, con tutto il pacchetto genetico completo e con tutto ciò che a livello comportamentale ne consegue.
Il ruolo genetico è in poche parole, molto probabilmente, quello che dunque ci fa "tendere" verso quella direzione.
Di conseguenza vien facile concepire come dopo 12 anni (forse anche qualche mese in più se si considera il periodo di formazione nell'utero) di spiegazioni, ordini, regole, concezioni di bene/male, giusto/sbagliato, bello/brutto, e così via.. in cui praticamente noi non esistiamo (quantomeno a livello di coscienza critica, come a dire.. distaccati mentalmente dal contesto che ci circonda) e veniamo in qualche modo plasmati dall'educazione dei nostri genitori, queste credenze, leggi, e di conseguenza poi obiettivi, scopi, sensi di vita, enfatizzino quelle tendenze genetiche innate (che corrisponderanno inevitabilmente a quelle di coloro che ci inculcano i suddetti insegnamenti, visto che anch'esse derivano dai nostri genitori..) e ci portino dunque a scegliere, involontariamente però, le cose da cui dipendere ogni qualvolta. Cose che spesso ci appaiono differenti, ma che in realtà si differiscono solo per forma e non per sostanza dopo attente analisi.
A tutto ciò si aggiunge certamente però la bella e cara coscienza critica, quella che ci distacca, che praticamente ci forma autonomamente. Quella che in sostanza confronta questi bei vecchi e saldi principi e insegnamenti, con quegli altri che si apprendono dai 13, 14 anni in su. Quando si entra a far parte del nuovo mondo, cioè quello reale.
Da qui scoppia il nostro piccolo Big Bang, e si vengono a formare tra miliardi di esplosioni e un immenso caos, lentamente, tutti i piccoli pianeti interiori, con tanto di stelle che ci attirano nel loro campo gravitazionale.
E' una metafora divertente, proprio perchè rispecchia molto fedelmente il tema.

C'è allora che in sostanza ognuno di noi ha un essenziale compito su questa terra.
Io lo definisco il compito artistico che caratterizza ognuno di noi. Ma è solo una mia convenzione, e anche vecchia abitudine (appunto) di mettere l'Arte sopra ogni cosa.
Il punto è che l'Arte, quella con la A maiuscola, non è forse quella dei semplici quadri, disegni o fotografie magari.
Ma è quella che quei signori più "antichi" di me, citati sopra, osavano appunto definire tale.
E' quell'Arte, in sostanza, che sta dentro ognuno di noi. Ma che, per l'appunto, come detto prima, si ciba e si forma da ciò che che circonda ognuno di noi.
E' come se ogni persona fosse nata per uno scopo, leggendola anche secondo tutto quel discorso genetico/culturale/ideologico.
E questo scopo spesso non è chiaro, perchè confuso da tanti conflitti mai risolti e sempre più accavallati tra loro.
Ma in realtà è che certe volte bisogna solo guardare un po' più a fondo e soprattutto in maniera più onesta e comunicativa dentro di noi.
Bisogna un po' più sentire, che pensare; bisogna un po' più pensare, che sentire, talvolta.
Penso che ogni persona abbia uno scopo dentro. Abbia qualcosa che sappia fare bene. Qualsiasi cosa.
Che sia dipingere, lavorare il legno, usare un pc, curare gli altri, conteggiare soldi, pulire i cessi!
Qualsiasi cosa. Ma c'è sempre, in ognuno di noi.
Solo che talvolta è occultata dai discorsi culturali sopracitati. Diciamo anzi che lo è proprio troppo spesso.
Eppure dentro di noi vive sempre questa cosa, a volte la si sente persino quando la si nega nella maniera più assoluta. Solo che in quei casi, subito dopo, vien facile ignorarla.
Penso poi inoltre che ogni persona abbia, come detto, un'obiettivo, uno scopo, un qualcosa che voglia fare.
Un qualcosa che amerebbe o che ami fare da sempre.
Che genera immediato appagamento. Soprattutto a livello intellettivo, e talvolta, appunto, solo ed esclusivamente al pensiero. Figuriamoci all'atto pratico.
Ecco io penso che ognuno di noi abbia quindi una sorta di "talento" innato per qualcosa. E dall'altra parte abbia una voglia matta ed incontenibile di fare qualcos'altro.
A volte il primo è totalmente nascosto, dai 1000 insegnamenti.
A volte il secondo è totalmente deviato dagli stessi, snaturato, cambiato, soppresso.
E allora il trucco è semplice, ma nella sua semplicità assai complesso.
Si tratta solo di combinare entrambe le cose. Di nuovo farle scontrare, poi appacificare, poi agire in maniera dinamica.
Combinarle quindi in maniera armonica, ed infine giungerle in maniera equilibrata.
Così da portarle al punto che qualsiasi cosa si faccia nella vita sia l'insieme di entrambe le parti. Entrambe queste parti che ci guidano, che decidono ogni giorno dei nostri comportamenti.
Svolto questo arduo compito, beh.. non ci resta che rilassarci e perderci nello scorrere inarrestabile delle trasformazioni della vita.

"Fare o non Fare. Non c'è provare."

martedì 24 gennaio 2012

Delirio Mistico

La verità. Nient'altro che la verità.
Non oso chieder di più dalla vita.

Il problema è che a volte la verità è.. più verità.
Il problema è che a volte la verità è falsa, irreale.
Il problema è che a volte la verità cambia, come diceva Nietzsche.
Il problema è anche che a volte la verità si fissa. La verità si fissa e si impone e genera, prima o poi, disastri.
E allora cos'è la verità?
E' chiaramente una domanda che porta ad una grossa complessità di argomentazioni.
Tutt'al più al massimo la risposta classica è che ognuno ha la sua verità, o che questa è relativa.
Ma relativa a cosa?
Qualcuno direbbe ad ognuno di noi, qualcuno direbbe ai fatti, qualcuno direbbe addirittura al volere di Dio.
Bisognerebbe in effetti dare una definizione più precisa ad un termine che, forse, di definito non ha proprio nulla.
Ma andando per ordine..
Ognuno, dentro di se, possiede la propria verità, è vero. Ognuno, dentro di se, possiede una propria verità, è anche vero.
Ma è anche vero che questa vera verità anche per ognuno di noi è relativa. E' relativa al tempo. E' relativa allo spazio. E' relativa all'esperienza in una sola parola.
Probabilmente per ognuno di noi esistono più verità ogni volta, in ogni gesto, in ogni cosa che facciamo o viviamo.
Esistono più verità e sono tutte verissime, non ne esiste una meno veritiera dell'altra.
Il problema si pone allora nel fatto che ogni volta, in ogni gesto, in ogni cosa fatta, bisogna scegliere.
Bisogna scegliere qual è che vogliamo sia la nostra verità, in quel determinato attimo.
Talvolta questa scelta ci porta all'illusoria conclusione di aver trovato la verità "giusta", quella perfetta, immutabile.
Talvolta oppure la nostra scelta si tramuta in una verità falsa, che smaschera immediatamente i nostri giochi e ci riporta al punto precedente, ci fa regredire ad uno stato di incertezza.
In ogni caso, qualsiasi verità scegliamo, tra tutto il ventaglio di verità che abbiamo a disposizione, è in fin dei conti sempre quella esatta. Esatta, quantomeno, relativamente al nostro modo di essere in quel momento.
E' evidente sin da subito del resto, siamo noi a scegliere.. nessun altro al posto nostro, di conseguenza ciò che scegliamo, qualunque cosa sia, per noi, in quel momento, è "vero". E tale sarà finché la vita, le esperienze, i nostri istinti, le nostre maturazioni, ci porteranno a trovare una nuova verità. Cioè appena un attimo dopo, tecnicamente...
E così sia fino alla fine dei tempi, ogni giorno.

E allora cos'è questa famosa verità?
In fin dei conti tutto questo trambusto non ci rende ancora le idee tanto chiare.
Questa verità è assoluta o relativa quantomeno?
Io penso che l'unica verità che ci è concesso vivere durante i nostri giorni di vita sia data sia da una scelta assoluta che da una relativa, inevitabilmente.
Come detto sopra, avremo sempre tante verità da scegliere. Queste rappresentano la scelta assoluta. Sono tutte vere, hanno tutte lo stesso valore, potenziale, la stessa validità. Sono assolute appunto. L'una vale l'altra, non vi è disparità. Ognuna di queste ha la sua buona, giusta, concreta, valida, validissima opinione d'essere vera.
Eppure di queste scelte, come detto, ne prendiamo solo una. Quindi tutto il gioco si rifà ad una scelta relativa posta da noi, dall'insieme delle nostre sensazioni, miscelato a quello degli stimoli esterni.
E allora in fondo la riflessione più ovvia porta alla concezione che in fondo siano entrambe a stabilire il "vero".
Come a dire, l'importante è essere il più consapevoli delle scelte possibili da fare... per poi sceglierne una sola, quella "giusta". Quella giusta per noi ovviamente. Per quello che siamo in quel momento appunto.

Quindi in fondo lo stesso concetto si può spostare all'esterno e ad una porzione di individui maggiori di uno.
Anche qui esistono scelte e verità eterne o assolute. Come detto sopra, ognuno le chiama in modi diversi, ma del resto anche qui queste si pongono semplicemente come un tappeto di scelte differenti, generate da differenti origini, culture, educazioni, esperienze e così via. Tutte queste scelte, persino quella del volere divino delle cose, hanno il loro senso, la loro logica, la loro totale validità.
Ma allo stesso tempo ognuna di queste scelte comporta il conseguirne di un unica effettiva. Talvolta quest'unica è un mix di queste, ma è sempre una.. non riesce e non riuscirà mai ad inglobarle tutte, proprio perchè spesso l'una esclude l'altra.
E allora questa verità diventa un concetto molto complesso.
Un concetto molto lontano da ciò che la società occidentale concepisce come verità.
Un concetto dualistico, di duplice natura appunto, di due nature apparentemente contrapposte, ma in fin dei conti complementari, dinamiche, fuse in un'unica verità, per l'appunto.
Spesso questa concezione viene però difficile da mantenere durante la vita.
Premesso anche che spesso venga già difficile da apprendere e concepire come concetto, capita anche che quando si presentano certe esperienze durante la vita, talora viverle secondo questa duale concezione di verità, per chi è fuori allenamento, diviene più un desiderio utopico che altro. Anzi spesso e volentieri questo concetto scompare del tutto, viene buttato nel dimenticatoio, ci si lascia prendere dai sensi, dai propri principi, ci si inorgoglisce e si basano tante scelte sulle buone, care, sicure, eterne e immutabili stampelle che l'educazione (familiare, religiosa, societaria) ci pone. Tutto bene e nulla da obiettare se non fosse che queste stampelle spesso prevedono un approccio monodirezionale, che tende inevitabilmente a sfociare in quella verità fissata, superiore e immutabile che, come detto sopra, si impone inesorabilmente sulle altre.. riferendomi con questo termine sia alle altr-ui opinioni, sia alle altre nostre possibili (e magari anche più plausibili) scelte.
Talvolta la verità diventa fissazione, diventa un'ossessione, uno scudo crociato da esibire e portare in guerra.
Una guerra che, come tutte, porta solo decine di migliaia di morti. Sono delle morti di idee, di concetti, di libertà individuali o collettive. Sono comunque delle morti.
Ma in fondo anche in questo c'è del bene.
Qualsiasi dottrina (cioè insegnamento) che si rispetti è pronto a testimoniare l'importanza dell'atto della morte, cioè del cambiamento, durante la vita di tutti giorni e in ognuno di noi.
Da ogni morte c'è (quasi) sempre una rinascita. E di conseguenza una nuova consapevolezza.
E allora forse ogni tanto costruire dei totem a cui appellarci e appoggiarci, dei totem veri, forti e portanti, è in fondo necessario. E' necessario per distruggerli e convincerci che forse non erano così forti come pensavamo.
A volte questi totem prendono però possesso di noi, un possesso che può divenire anche totale per alcune fasi della nostra vita. Ci fa perdere in questa continua lotta e la nostra totalità psichica viene completamente dominata da un proposito che si trasforma in una condanna, ossessione ed una croce da portare talvolta tutta la vita.

In ogni caso ogni uomo non può fare altro che continuare la ricerca. In fondo è tutto questo che siamo noi.
Entità in continua ricerca. Una continua ricerca di un qualcosa che nessuno di noi in fondo sa cos è.
Qualcuno lo chiama Dio, qualcuno soddisfazione, qualcuno ideale, qualcuno verità appunto.
Ed è importante, ma anche fondamentale, che ognuno di noi possa esprimersi in questa ricerca in qualsiasi modo possibile, per giungere poi alla più probabile e incomprensibile conclusione che tutto quello che conta non sia il risultato vano delle nostre lotte, ma il godersi la ricerca in se.