Giunti dunque al tracollo inevitabile del tempo e dello spazio, si deduce che tregua non è concessa da ciò che immune si svolge nel suo sentiero immutabile ed inoltre congiunto a se stesso quando s'inoltra nell'unico atto del concedersi uno scambio.
Si è intenti a parlare di un qualcosa che non vede riscontro alcuno in ciò che egli, il mesto Uomo di Scienza, s'addice a predicare, uno svolgersi costante di pulsioni e fluttuazioni vibranti che non concedono onore, tanto meno onere, neanche al più avverso incanto proteso ad incantare coloro che s'atteggino a mirarne, od oltremodo carpirne, il segreto più celeste.
L'ossequio, la riverenza, lo scambio perpetuo fra i contendenti si scorge inteso in un'ipotesi insondabile, altresì ben solida per coloro che, eroici, ed un po inconsistenti, s'apprestano a scorgervi segni, od ineffabili apparenze, impiastrati di vedute che giusto un po' consentono quel buffo tono d'ebbrezza che poi s'addice alla loro vista.
Che eppure tale ebbrezza sia d'indubbio pregio nella contesa con tale pedanteria è dato dalla sconcezza e dalla cialtroneria, di ciò che l'indomito Uomo, che giochi a crear l'iddio, s'appresta a proferire ed invero profetizzare, stando tutto impettito nel proprio vestitino quale esile burattino che sempre posto a legame vive sotto le redini di una regola più asfissiante.
Seppur tal ebbrezza s'accenna appena ai fuochi, il gesto dell'immane ominide si spegne sotto più ardenti roghi, confesso, reo, lui, del proprio appello alla povertà d'intenti ed alle più riduttive congetture su di un peso che non s'attiene mai a farsi carico, di cui egli non è di sicuro il messere proteso verso l'atto eroico del render conto a tale fame, pesantezza, incombenza, così risoluta da perdersi nel suo vile atto gelido del classificarne gli attrezzi in base al peso e non più al puro e sincero utilizzo ch'essi s'offrano d'improntare.
Inizia dunque la vicissitudine dell'angheria delle vie della logica, si protrae dunque la vigliaccheria, fino alla piena oppressione di ciò che ne detiene il giogo: sopruso e la più scevra sopraffazione delle vie di un cogito che del più intriso ne detiene il mezzo, e metà soltanto dunque, e che si appella con ognuna delle proprie forze poiché si oppone alla stregua dell'Immondo, nei mezzi che gli siano pur concessi.
La burla, il vezzeggio, l'ironia, son tutti modi con cui questa si presenti a turno, nel concedersi al gioco, ogni qualvolta il senso lo abbisogni.
Così perde la bussola lo scevro Uomo d'oltremondo, che si appresta all'atto dello sconvolgersi a danzare in una strada che ha compiuto un cerchio, di cui il perfetto s'avvista solo nel girare lungo e in tondo ad uno stesso luogo, senza mai chiedersi chi è che s'appresti realmente a muoversi, se il mondo, o se son me, l'immondo stesso.
Il calcolo, la misura, la distanza, s'affretta con estrema precisione: attendibilità, validità, "ossequità", "reverenzialità", "untuosità"; ecco che l'Uomo Immondo s'attiene a misurare, misurandone le misure, concedendosi misure d'urgenza per tali misurazioni, che di concreto, di valido, di attinente, si riducono a misurare solo la scelleratezza di un matto che provi a cogliere l'acqua di un oceano in una tazza per poterne conteggiare tutte le onde.
Il grande affollamento, su di cui questa "centellinazione" si scatena, produce, invero, sacrosante verità, parziali, marziane, intese solo per colui che d'illusione si racconta e che s'avvede nell'infausto gesto del poter sentirsi vero, dello sporgersi a sorte nel potersi riflettere ora equiparato a dio, quest'oggi, non di meno, così da risvegliarsi all'indomani di nuovo stanco, rappreso, disilluso, scosceso nell'animo, che protratto verso la giusta mole di verità si spande, colei che chiara, fulgida, splendente, s'incede sospesa dal ventre alla più plumbea estremità: la mente oggidì si sente come un peso imponente sul corpo celeste, che forte, fiero e pio della sbornia precedente, tutt'oggi s'avvede che qualcosa che non quadra.
E' la verità diffusa nelle verità che mistifica il sollazzo oltremodo incestuoso del volgersi a vanità, orchestrato dai propri piaceri più intimi (tra i più latenti), dagli immorali vizi solitari:
la grande somma non fa il totale; il grande caso, pur sistemato, non crea verità: la divide; il grande avvenimento è uno e uno soltanto, quando egli diviene molti, perde la causa prima per cui è stato operato, egli si riconosce in tanti, ma mai più si rivede in se stesso, perde il seme della consapevolezza, l'unico davvero di grande importanza per noi uomini di scienza.
Tutte le cose sono tante, ma in fondo sono solo una.
E' vero senza menzogna, è certo e verissimo tutto ciò che si sente in vetro con se stesso.
Se il vetro è offuscato bensì, ecco che la scienza si deprime, che il vero si disperde, ecco che l'ingegno si inceppa in una sorta di visione mistica, maturata dall'impeto lisergico da cui la pasta di cui s'è detto codesto Uomo impareggiabile, si sfalda in poche lusingherie.
L'Uomo d'oltremondo stia attento, si affondi in qualcosa di più duraturo, di più maturo, di più stabile e meno impeccabile, ché la propria visiera su cui s'è messo un figurino, ella lo inganna raccontandogli storie fiabesche di cui si possano accontentare solo le sue più recondite avvisaglie.
Le paure infondono cattive amicizie, spengono il fiato, concedono pochi lumi alla vista. La paura di quest'Abbietto è di perdersi e di mai ricomporsi, di non esser più burattinaio innamorato della propria immagine favolistica, di cederla e di scinderla in più parti che, nel marasma da lui creato dalla sua stessa vista monoculare, sarebbero impossibili da ritrovare e pertanto, in seguito, da ricomporre.
E' un'immagine di vanitas fissata nel tempo, nel modo e nel linguaggio, e che come epidemia s'è diffusa e di cui non si riesce più a trovare risoluzione tale che possa un poco lucidarne la lente.
In verità, di ciò che il ventre materno si circonda, non si discerne neanche una piccola parte; è come un fiume, che di invisibile ha solo il corpo, ma di cui è più che mai facile per l'uomo che si erige a piena conoscenza, riconoscerne in ogni istante il rapido rintocco; divenire è facile per questo sciogliersi ineffabile, proferire è sadico per Colui il quale s'inchioda al terreno stabile.
Le acque non sono mai realmente dome, riflesse in loro stesse. E se queste si fanno avanti, è bene che chi le venga a cercare lungo il loro percorso s'accerti di non esser da meno ogni qualvolta.
Chi rimane immobile a penzolare nei dogmi della propria pigrizia, scevri oltretutto qualunque onesta "moralità" intellettuale, ecco che non diviene, per lo più sviene in un torpore dal tepore grigiastro, stagna, come immerso nella bruma d'inverno quando questa si appiccica agli occhi ed affioca la vista.
Così, di fatto, l'immagine è semplice da ricalcare, soltanto che essa è già svanita, così come fanno le stelle quando, vanitose e dissolute, spariscono se ci si attarda a guardarle; esse sono già filate via, mentre noi ci affanniamo severi nel domandarci come si fa a starsene lassù e non fornirne mai riscontro.
Ci insegna, dunque, l'esperienza, che di lei, e di lei soltanto, è verità suprema, di cui tutte le altre fittizie regine del regno passato, s'inchinano ogni qualvolta questa faccia presa nel mostrarsi in piena luce.
Di lei c'è scienza e vera cura nel conservarsi d'ogni evento nostrano, così come del ricordo lontano allo stesso tempo, di cui questi Uomini Scienziati siffatti mai si vedono, ma che anzi, nella beffa, si spendono nel tempo per ricucirla di una qualità un po' più sbiadita.
Così si credono di esser dotti, quando invece si ricoprono solo di vezzi, nauseanti ed in sé corrotti.
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sabato 13 febbraio 2016
giovedì 19 marzo 2015
Il Nodo Gordiano
Chi dunque ha compreso
il peso,
dal Golgota non s'è ripreso
l'appeso,
di tutto il tempo speso
preteso,
tra il nodo forte e teso
proteso,
al mondo tanto atteso
inteso,
di un gioco ormai sotteso
riacceso,
che al giogo fu sospeso
rappreso,
s'accorge d'esser leso
arreso,
d'uno scorgersi indifeso
sorpreso,
uno sciogliersi incompreso
disceso,
su un sentiero un po' scosceso
intrapreso,
porge il passo vilipeso
offeso,
verso un muoversi più acceso
inceso,
cui ogni gesto sovrainteso
asceso,
giunge senza malinteso
appreso,
scaglia dunque il braccio steso
esteso,
scioglie il groppo già iperteso
feso,
scisso in due dal Sé coeso
trasceso,
come un Dio s'è presto reso
creso.
il peso,
dal Golgota non s'è ripreso
l'appeso,
di tutto il tempo speso
preteso,
tra il nodo forte e teso
proteso,
al mondo tanto atteso
inteso,
di un gioco ormai sotteso
riacceso,
che al giogo fu sospeso
rappreso,
s'accorge d'esser leso
arreso,
d'uno scorgersi indifeso
sorpreso,
uno sciogliersi incompreso
disceso,
su un sentiero un po' scosceso
intrapreso,
porge il passo vilipeso
offeso,
verso un muoversi più acceso
inceso,
cui ogni gesto sovrainteso
asceso,
giunge senza malinteso
appreso,
scaglia dunque il braccio steso
esteso,
scioglie il groppo già iperteso
feso,
scisso in due dal Sé coeso
trasceso,
come un Dio s'è presto reso
creso.
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giovedì 20 novembre 2014
A Torinó Kutya
Tenere i piedi saldi in alcun posto,
questo navigare
è il mio sadico racconto.
Sospeso in torrioni,
tra le funi,
questo navigare
è il mio sadico racconto.
Sospeso in torrioni,
tra le funi,
dalle stanze più buie s'offuscano i vetri;
non è più vero ciò che osservo.
L'infausta creazione di un mondo che non ha più confini,
non è più vero ciò che osservo.
L'infausta creazione di un mondo che non ha più confini,
né termini fragili,
in cui sia possibile affossare alcun appoggio.
Sì ch'ogni parte non m'appartenga,
che conceda alla vista
soltanto margini più stretti;
nulla è più ciò che mi circonda.
Muovendomi senza le redini
disperdo le parti,
in quanto vittima sacrificale,
mi offro alla stregua
di un più congegnato incrocio,
mi spengo,
mi lascio affondare tra i machiavellici risvolti di questo insano frutto.
Come in una zattera,
in un continuo spostarsi, sempre più in là...
Mi arrendo con malinconia
alla gioia più cupa,
in cui sia possibile affossare alcun appoggio.
Sì ch'ogni parte non m'appartenga,
che conceda alla vista
soltanto margini più stretti;
nulla è più ciò che mi circonda.
Muovendomi senza le redini
disperdo le parti,
in quanto vittima sacrificale,
mi offro alla stregua
di un più congegnato incrocio,
mi spengo,
mi lascio affondare tra i machiavellici risvolti di questo insano frutto.
Come in una zattera,
in un continuo spostarsi, sempre più in là...
Mi arrendo con malinconia
alla gioia più cupa,
conscio d'aver perso la geografia d'ogni posto;
è così che attendo solerte
l'arrivo d'ogni luogo in cui sia concesso respirare
per poi raccogliere il fiato.
È un tuffo nel vacuo,
intenso,
è così che attendo solerte
l'arrivo d'ogni luogo in cui sia concesso respirare
per poi raccogliere il fiato.
È un tuffo nel vacuo,
intenso,
intriso in un flusso che circonda ogni mio arto,
si beffa di me,
mi lascia vuoto e senza fluidi che possano scioglierne il pianto.
Un involucro vuoto
così che tutto lo attraversi.
Né difese, né comandi,
tutto scorre attraverso.
Si trascinano le parti
esterne, vuote, senza meta,
spogliate d'ogni patria d'appartenenza.
Riaffiorano visioni dove ogni soggetto è terzo,
è a parte, mai parte,
e non si placa l'oceano ora privo di consistenza.
L'una regola è tale
e di lei è untuoso ossequio e riverenza.
D'essa, gli arti si muovono ad arte,
là sotto, laddove sommersa è la vista,
un demiurgo stringe le sorti,
si muove in disparte,
le intinge della più florida indifferenza.
Di una platea vuota
non si nutrono le gesta del burattino,
il burattinaio,
egli osserva, sommesso e silente,
attende il via del commediante.
Come un tempio, lo spettacolo è in silenzio:
gli attori, il drammaturgo,
il commediante,
finanche colui che stende il velo,
attendono inermi che il tempo s'addormenti,
così che l'attimo s'addensi,
e che qualcuno, fiducioso, si affretti a passare;
e nello sporgersi per le strade,
tra i convenevoli appariscenti,
si chiudono in osservanza
dove i sensi rattrappiscono.
Colui che attratto s'avvede a scrutar dentro
si porta in cerca di un significato,
vi trova polvere e catrame,
in cerchio
avvolte da un violento respirare.
Nessuno è in casa adesso, nessuno è al proprio posto.
mi lascia vuoto e senza fluidi che possano scioglierne il pianto.
Un involucro vuoto
così che tutto lo attraversi.
Né difese, né comandi,
tutto scorre attraverso.
Si trascinano le parti
esterne, vuote, senza meta,
spogliate d'ogni patria d'appartenenza.
Riaffiorano visioni dove ogni soggetto è terzo,
è a parte, mai parte,
e non si placa l'oceano ora privo di consistenza.
L'una regola è tale
e di lei è untuoso ossequio e riverenza.
D'essa, gli arti si muovono ad arte,
là sotto, laddove sommersa è la vista,
un demiurgo stringe le sorti,
si muove in disparte,
le intinge della più florida indifferenza.
Di una platea vuota
non si nutrono le gesta del burattino,
il burattinaio,
egli osserva, sommesso e silente,
attende il via del commediante.
Come un tempio, lo spettacolo è in silenzio:
gli attori, il drammaturgo,
il commediante,
finanche colui che stende il velo,
attendono inermi che il tempo s'addormenti,
così che l'attimo s'addensi,
e che qualcuno, fiducioso, si affretti a passare;
e nello sporgersi per le strade,
tra i convenevoli appariscenti,
si chiudono in osservanza
dove i sensi rattrappiscono.
Colui che attratto s'avvede a scrutar dentro
si porta in cerca di un significato,
vi trova polvere e catrame,
in cerchio
avvolte da un violento respirare.
Nessuno è in casa adesso, nessuno è al proprio posto.
domenica 19 gennaio 2014
Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 2: La Scienza come Morale
Così si riduce lesto lo scempio ad un insensato e dozzinale professo di Morale Scientifica, latente, uniforme e potente, così da poter giungere all'onnipotente, ed onnipresente, protezione da ogni errore fatto, commesso, concesso, e d'ogni qualsivoglia scelta sbagliata, errata od addirittura non prevista!
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.
sabato 9 novembre 2013
Cose dell'Altro Mondo
Cerchiamo in Te ciò che non possiamo essere.
Diveniamo in Te ciò che non potremo mai divenire.
E quando raggiungiamo, ancora increduli,
l'essere, il divenire,
è con ciò che il sogno svanisce.
L'idillio va in frantumi
e ci trascina ancora a chiederci chi siamo,
proprio quando la vita ci dimostra di aver ben compreso.
Eppure noi, ciechi, biechi e ottusi, ci rifugiamo in domande
che annichiliscono la comprensione, ostentando,
perdendoci,
e cullandoci in faziose sinecure punitive che in tondo sfociano invano.
E mentre lo scenario scorre in silenzio attendendoci pronti alla scena successiva,
poniamo il punto su futili questioni, che di reale consumano ben poco,
che fagocitano, sciupando, preziose apparizioni e irripetibili momenti
e che ci ammaliano spingendoci a desiderare di vivere di bramosie irrealizzabili.
Finché ecco che di nuovo crediamo in Te, che per l'occasione ti vesti del nuovo Te,
rinnovato e più impettito adesso, conscio degli errori passati e delle occasioni perdute,
di ciò che poteva esser fatto e di ciò che non si sarebbe dovuto mai fare.
Sfoggi in bella vista un puro e candido vestitino, più accorto, gentile, sfizioso,
un po' elegante, un po' più dedito a mettere in mostra la fermezza più sferzante.
Il nuovo mondo è fatto, ecco adesso tutto è pronto per fare un salto
nelle acque della disperazione, ritrovandoci ancora famelici e romanzanti,
nel bramare un sorso, un piccolo sorso, che possa permetterci
di perderci in un chimerico mondo sognante.
Ecco chi sei Tu, ecco cosa sei. Ora ti vedo bene!
Ecco tutto ciò che cerchiamo in fondo, in Te.
Cerchiamo noi stessi, cerchiamo i nostri fantasmi.
Cerchiamo ciò che non saremo mai.
Cerchiamo ciò che, in realtà, non vorremmo mai essere.
Ma essere noi stessi? Mai!
Perchè?
Perchè la paura di perderci è il male, poichè la paura di muoverci è il male,
poichè la paura di muoversi e perdere parti che andranno a male...
equivale a morire.
Lasciarsi andare alla morte, non è peccato mortale.
Lasciarsi andare alla vita, non è peccato mortale.
Affannarsi per non morire, si, è peccato mortale.
Affannarsi per non vivere, si, è peccato mortale.
Soltanto vivere la vita nella morte rende vita alla pretesa impudente di esser vivi.
Diveniamo in Te ciò che non potremo mai divenire.
E quando raggiungiamo, ancora increduli,
l'essere, il divenire,
è con ciò che il sogno svanisce.
L'idillio va in frantumi
e ci trascina ancora a chiederci chi siamo,
proprio quando la vita ci dimostra di aver ben compreso.
Eppure noi, ciechi, biechi e ottusi, ci rifugiamo in domande
che annichiliscono la comprensione, ostentando,
perdendoci,
e cullandoci in faziose sinecure punitive che in tondo sfociano invano.
E mentre lo scenario scorre in silenzio attendendoci pronti alla scena successiva,
poniamo il punto su futili questioni, che di reale consumano ben poco,
che fagocitano, sciupando, preziose apparizioni e irripetibili momenti
e che ci ammaliano spingendoci a desiderare di vivere di bramosie irrealizzabili.
Finché ecco che di nuovo crediamo in Te, che per l'occasione ti vesti del nuovo Te,
rinnovato e più impettito adesso, conscio degli errori passati e delle occasioni perdute,
di ciò che poteva esser fatto e di ciò che non si sarebbe dovuto mai fare.
Sfoggi in bella vista un puro e candido vestitino, più accorto, gentile, sfizioso,
un po' elegante, un po' più dedito a mettere in mostra la fermezza più sferzante.
Il nuovo mondo è fatto, ecco adesso tutto è pronto per fare un salto
nelle acque della disperazione, ritrovandoci ancora famelici e romanzanti,
nel bramare un sorso, un piccolo sorso, che possa permetterci
di perderci in un chimerico mondo sognante.
Ecco chi sei Tu, ecco cosa sei. Ora ti vedo bene!
Ecco tutto ciò che cerchiamo in fondo, in Te.
Cerchiamo noi stessi, cerchiamo i nostri fantasmi.
Cerchiamo ciò che non saremo mai.
Cerchiamo ciò che, in realtà, non vorremmo mai essere.
Ma essere noi stessi? Mai!
Perchè?
Perchè la paura di perderci è il male, poichè la paura di muoverci è il male,
poichè la paura di muoversi e perdere parti che andranno a male...
equivale a morire.
Lasciarsi andare alla morte, non è peccato mortale.
Lasciarsi andare alla vita, non è peccato mortale.
Affannarsi per non morire, si, è peccato mortale.
Affannarsi per non vivere, si, è peccato mortale.
Soltanto vivere la vita nella morte rende vita alla pretesa impudente di esser vivi.
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