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venerdì 29 maggio 2015

Il Dono

Perdersi tra queste mura
che mi trascinano nel tempo.
Perdersi tra queste strade
che disperdono la mia unicità.
È un sogno,
è un sogno dal cuore vivo,
che pulsa nel corpo di una realtà fatta di parole.
È un sogno in cui scorrono proiezioni lampanti
dei racconti del tempo che fu,
di storie in cui vi sono luoghi da sempre narrati,
luoghi che per giorni furono immaginati,
luoghi in cui vi era da narrare poi
sempre di qualche cosa,
o di qualche perduto ricordo.
Qui dove l'angolo fa la corte alla chiesa,
qui dove si odono gli echi dei medici
che si presero cura del tempo ammaliato,
risali le scale
e guarda,
adesso puoi apprendere come le emozioni
scorrano via attraverso i tuoi occhi.
L'acqua scorre in giù, segna il tempo che passa,
sulle rive lascia il tempo che resta
per concedersi ancora una volta
qualche ripiego al passato.
Vai ad immergerti in un idillio
la cui debolezza
è simbolo e specchio della più indescrivibile delicatezza.
Non c'è spazio per la notte,
si può al massimo tendere ad allargare il buio finché si può,
fin tanto che non si riesca più a vedere,
o a vedersi
neppure impigliati in una realtà tangibile al tocco.
Questa è la poesia,
questo è il dono di cui ti parlo
ogni qualvolta ti penso intensamente.
È il dono del giglio,
è il dono del cipresso,
è il dono di tutti i fiori, le rose azzurre,
e dei più nobili misteri che si aggirano lungo i sentieri più intricati,
che vagano lì da soli a raccontarsi, magnificati,
tra le strade di questa città.
Qui dove fu l'isola dei morti,
è il luogo per le campane che suonano al giusto rintocco,
è il luogo in cui il glicine troppo in fretta si mostra sospeso in fiore,
è il luogo in cui sempre aperte sono le finestre
nell'attesa che tornino gli avventurieri dei racconti trapassati.
È il luogo in cui si conoscono i cinghiali,
e le fortune che incedono dai loro proventi,
è il luogo in cui ti vedi nel rincorrerti in uno stesso posto,
senza mai vederti, allo stesso modo, in un gioco predisposto.
È il luogo in cui mi fu permesso di aprire gli occhi
e guardare al di là delle cose,
di immergermi con tutto me stesso, una volta,
e di concedermi un bagno in queste acque consumate,
in cui in vite precedenti ho già imbastito legami così intensi
da non poterne mai dimenticare il sentore invisibile, seppur lontano dagli occhi.
Questo è il più grande dono che mi hai concesso Fiorente Viola,
è questo che ho colto, nelle mie notti, dal Santo al Pellegrino:
tu sei l'idea,
tu sei l'ideale, a cui appendo le mie malinconie,
il tuo dono è nello spirito,
in esso, la via che ci abbraccia in tutte le cose
e che mai ci disperde,
neppure quando ne vengono arginati i più arditi risvolti.
E quando il sogno svanisce,
ecco che l'occhio si apre su una dea senza coscienza,
ecco che il tempo si delinea quale sublime occasione
in cui concedersi non è che un'empia decisione;
qui dove il sogno s'infrange
il cuore si frantuma nel dirsi impotente.
Dal ponte si entra,
dal ponte, poi, si esce.
Seppur tutt'oggi te lo chiedessi,
è di un dono povero al tatto
quello di cui si parla,
ma è un dono così intenso e concreto nella realtà che ivi si narra,
che colui della quale vi s'intinge ciò nonostante
nella stessa porta il nome,
l'effige impalpabile di sognante.


Hic lapis exilis extat, pretio quoque vilis, spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis.

mercoledì 16 ottobre 2013

L'Anatema di chinarsi a Nettuno

Poi arriva (in)giusto quell'attimo
in cui d'ogni cosa detta, fatta, percepita,
si fa un cumulo di macerie.
Tutto decade,
10 secondi per rendersi conto,
2 minuti per appurarsi,
altri 10 in cerca di verità,
poi allora quei pochi secondi di conferma.
Dunque le prossime ore sono tra lo sconcerto
e l'apprensione
di qualcosa che, non è ben chiaro come possa essersi verificata.
Rivelarsi in tal maniera, è un più che certo segno di un destino
che si diletta a prendersi gioco di se stesso, di raggirarsi
ed inseguirsi in un succedersi di apparizioni, immagini,
scorci rapaci,
o di manifestazioni idilliache, quasi fiabesche,
per poi infine riconcretizzarsi nella rotonditudine giornaliera,
quasi a testimonianza che allora tale miracoloso diletto è possibile
ed ha faccia altresì dura e concreta.
In un attimo, un solo attimo
ogni fatica è perduta,
dismessa nell'oblio,
nell'oscura rimozione, che va facendosi, a dir poco forzata.
Vani pure i tentativi, in disperata agonia,
di un'audace ricerca
dei mezzi perduti e degli appoggi edificati,
per scovare la chiave, quell'appiglio,
che all'attempata memoria avrebbero consentito redenzione
per tali peccati.
Così si conclude e si sfalda un cerchio
volto a sfatare il mito, il tabù,
e il qualsivoglia insfatabile,
rompendosi ad un tratto
come un elastico che, in fin dei conti,
troppo ha esteso il proprio corpo
e che troppo oltre s'è spinto nel volersi muovere e colonizzare
nelle terre più aspre,
ed impervie,
che la vita avesse potuto concedergli.
Il punto morale,
la voragine, è sempre aperta,
e chiama a gran voce nel risucchio di qualsiasi anima eroica
assorta in campagna di guerra,
riduce tutto alla solita sevizia, fatta di ricordi ed olezzi
di una storia che non si degna a metter fine.
Basta un gesto e il cesto
si rompe.
Ecco che allora giunge in tono squillante
la cantilena che inneggia all'ignobile sconfitta
ed alla condizione di eterna dipendenza
e di spettanza
ad un ceppo solido di mancanze,
e sinecure
di cui l'esistenza ha sempre fatto a meno
ed enfatizzato a gran voce la pura ed assoluta inesistenza.
Non è il gesto, non è l'attimo,
ma la condizione di un'eterna ostinata resa
nei confronti di una chimera mai destinata a slegarsi:
la consapevolezza,
l'Anatema di chinarsi a Nettuno.


"It's cold I'm afraid
It's been like this for a day
The water is rising and slowly we're dying
We won't see light again
We won't see our wives again"

lunedì 26 agosto 2013

La Caduta

Camminare sotto la pioggia. Ecco che l'animo si schiude.
Passeggiare, lentamente,
muoversi,
assaporando ogni goccia,
lasciandola scorrere,
gustandone ogni sorso attraverso il proprio corpo.
Sentire
come l'acqua lo attraversi,
poggiandosi sui pori,
invadendoli, scivolandovi,
quietando la loro sete.
E poi chiudere gli occhi,
immolandosi,
distesi, nel camminare in un giardino dall'abito ducale;
assaporarne ivi il suono, e l'evolversi d'ogni passo,
favolistico,
meravigliato, da ogni centimetro che si tinge nel percorso.
E' il rumore della pioggia,
scrosciante, babelico,
non lascia spazio ad onda alcuna circostante.

Chiudo gli occhi adesso.
Le immagini scorrono, cambiano, si alternano,
non si arrestano.
Come tragiche diapositive si susseguono l'un l'altra,
in un automatismo unico e inesorabile
che non lascia la visione ad altra forma alcuna.
Qui si formano chine scoscese, percorsi impraticabili
per l'aspergersi dell'acqua dai bordi della strada.
Seguono, eleganti come cigni, gli aironi in discesa,
sulle acque candide ed evanescenti, in cerca di riparo.
Pallide, impassibili, apatiche, si snodano sui volti, le espressioni
di chi si annulla per diletto, di chi si cimenta per gioco,
donando a chi s'unisce al commediante, una ristrettezza d'animo assai marcata.
Coronati dalle bellezze, fatte dei corpi dei tempi andati,
i viali si dichiarano misteriosi ed impervi,
a chi giace in attesa, tra voluttuose effusioni,
d'immergersi ed in essi avventurarsi.
Retoriche sculture accompagnano la via
verso caverne ammaestrate,
il cui intimo è, di volti e posture, già abbondantemente appezzato.

Apro gli occhi adesso.
Il mio risveglio è un orrore
in cui calza un'oppressione assai spossante.
Guardare dentro
è cosa di immane coraggio,
l'anima è fusa dal tepore urticante
di questo gelido incanto.
Quasi fosse un sogno,
la veglia è carne cruda,
marcia e nauseabonda,
rimembra i dolori più prossimi
a colui che ora si desta.
Scrutando più a fondo,
la ricerca è di un barlume,
come in un pozzo,
dove del più nero si scorge il luccichio.
La brama lucente
dà la forza e l'ardore
di fiondare l'oscuro;
ma la ricerca poi s'arresta,
e lascia soltanto un senso di terrore;
è una carcerazione di cui l'animo
è fatalmente certo.

Lo sguardo investe l'inevitabile.
I suoi occhi non mentono,
d'atroce verità castigano.
Accecano la vista
e costringono le pupille dilatate
alla visione esasperante di quell'immagine
che darà cura all'erigersi della propria croce.
Nulla è più com'era dovuto.
Nulla tiene la sicurezza di un tempo.
La solitudine, d'un futuro disperso,
accompagna adesso l'orda di terrore
che sevizia il povero corpo.
La dipendenza, da un pubblico di burattini,
dona il fascino ed il dovuto lustro
all'opera mai compiuta.
La perdita, di quel calore,
di un regno che, oramai,
di liquami d'odio e disprezzo
accresce le proprie acque.
La verità ha cambiato volto,
e tra mille discerne le sue paure:
l'animo è il più grande prigioniero di se stesso.

                                                         
               

martedì 9 luglio 2013

La Passione del Pellegrino (#9)

L'aria, pesante in quella stanza, si contorceva di una quiete maniacale,
in un abisso ad interporsi tra i due mondi, di pace e di resa inoppugnabile,
e di debiti su hitleriani imperativi, affannando la vista di quella luce fioca
che traspariva dalle imposte quand'è già mattina.
Spasmodici episodi, nella stanza là di sotto, si contemplavano,
d'un'esibizione mai sperimentata neanche dalle terre più remote,
né nei villaggi dei tempi lontani.
Il tumulto andava avanti da giorni, nella sua turbolenza iraconda
e dunque un po' corrosa all'interno delle proprie viscere
d'un peso che la coscienza non poteva più sopportare,
stanca, sporca, avvilita,
da un coltello che aveva ben affilato la propria lama, nel tempo in cui decise
di andare più a fondo nel seguire il proprio sentiero.
Dolce, come la lacrima di una luna di vivo argento, la lama d'acciaio,
cocente del bollore dei propri spiriti rinsaviti, muoveva la propria spinta in direzioni ardite,
anche per coloro che bravi del loro coraggio s'erano mostrati già in passato,
là dove mai alcuno avrebbe più cercato quel puro luccichio,
sporco, adesso, di un sangue ferito nell'orgoglio, d'una delusione, d'un pentimento,
che in quel luogo perdevano la vista.
Celata tra i rovi, folti e acerbi, che si accompagnano al passo vertiginoso,
la pena inflitta giaceva latente da giorni e giorni, in una stanza che s'era fatta foresta
per l'innesto dei rami e dei rampicanti, fermentati in tale abbandono
da un sentimento forte e impetuoso, volto, monolitico, verso il proprio bersaglio,
per compiere, stolido, quell'opera di conquista che si prefiggeva già da tempo.
L'opera esibiva dunque una sinfonia del tempo, in cui, ad ogni stacco ed ad ogni battuta,
si curava, con gran premura, di infiggere polvere in un vaso che più tenuta non recepiva
e che dava, allora, stremato, attacco ad un fuoco così depravato e assai dissoluto
nel presentarsi con tale forma convulsa, privando, senza indugio,
d'ogni ristoro il povero viandante, orbo di veduta.
La campagna poneva lo sguardo al conflitto ultimo, agognato,
in una spedizione giunta al termine,
con la coscienza d'esser posta al varco della cecità e della veggenza,
d'un esistere fatto di confini ben marcati, e lacerati, già oltre quel che vi si potesse conferire.
Restava quindi quel barlume, teso, pallido, scialbo e ricalcato, d'una penna assai ossessiva
nel ricreare i lineamenti di ciò che poteva esser donato e che mai fu ricevuto,
in uno stato d'illusione e cedimento al nubifragio, che la cute stessa si rendeva lesta a testimoniare
e che l'addome prendeva in seria investitura nel suo teatro d'oscenità sublime, da render gioia
ad un più diletto Divin marchese, ligio goditore della scena più angosciante.
La luce fioca del mattino prendeva, dunque, il verbo, di ciò che dipingeva la sofferenza d'un infelice
stretto alla veglia, nel far luce, delle possibilità e delle lacune conquistate, per sopravvivere,
coi propri mezzi, alla stretta annichilente del destino, ferreo nel rinfacciare acutamente
le omissioni e le ottemperanze inadempiute, coi più cruenti artifici; austero, non curante
del lamento indolente d'un servo, congiunto alla propria sorte e assai sincero
nel voler mettere a sacrificio la propria salma per un gesto assai dovuto.
             
  

domenica 24 marzo 2013

I Colori della Passione

Il verde, non verde.
Si colora di blu.
Si spegne nel grigiore.
S'assottiglia nella tenue nebbiolina.
La luce fioca del mattino,
la luce fievole del tramonto.

E' il Mugnaio che con le sue pale
dà il via all'atto creatore.

E la stagione di mezzo,
nel suo fluire,
dona allo spettacolo quel rossore
quasi impercettibile,
ma così denso e vivo, dietro tutti gli altri colori.

Crea con ciò un misto di sfumature,
di connessure striate
dove un filo d'erba assume più colori
ed uno soltanto,
nel medesimo istante.

Tinge allora i suoi campi d'un immagine assai desolata,
pregna di solitudine e malinconia.
Li riempie di spazio.
Di senso del non essere,
che per propria definizione
è ben legato all'essere.

E' il senso del non esistere,
in un mondo in cui s'è condannati ad esistere.

Il Verde condanna i poveri campi
in questo limbo d'impercettibilità,
di disillusione,
di una continua, inesauribile tendenza
a prender atto dell'ingiusta sorte,
del loro essere incatenati.

E allora quel che resta ai lunghi prati,
ai paesaggi, agli alberi, alle boscose colline
è di estendersi oltre il sensibile,
oltre ciò che la percezione rende possibile,
alla ricerca continua ed estenuante
di ciò che, un giorno, possa finalmente
render loro il premio per cui anelano dall'alba dei tempi:
sentir scorrere i colori della passione tra le pieghe della loro vita.


giovedì 21 marzo 2013

21 Marzo, Æquinoctium

E' quella scarica
folgorante
fulminea  
intensa
e mitigánte
che porta perfetto compimento all'estenuante ricerca
del lavoro di mille giornate.
Riempie ogni vuoto del giusto tassello,
di cui questa rappresenta l'ultimo
in ordine di grandezza ed importanza,
nonché successione,
di un assai intricato mosaico,
che talvolta la natura, l'animo, il mondo,
tesse servendosi di più elementi,
i quali, in maniera non del tutto casuale,
tendono a farsi riconoscere,
tra le spire che si intrecciano nell'opera aurea
della creazione.

In cerca di uno spazio.
Si schiodano percorsi,
di luoghi già conosciuti,
che una volta erano sacri.
Adesso il loro valore si riempie
di nuove verità, di essenze,
momenti unici,
ancor più veri di tanta crudeltà,
che l'etere a volte nasconde.

Nasce una casa.
Si edifica il tempio.
Si eleva lo spirito,
e si abbandona
alle danze delle driadi,
tra i canti delle silfidi,
in un luogo incantato in cui l'attimo si prolunga a tal punto
da volgere il suo percorso verso l'infinità dei monti,
là dove gli occhi bramano il poter assaporare
con fervore
ciò che la terra offre alla vista ed alla grazia dell'animo gentile,
in quei luoghi così sperduti.

Fatta la scena,
si smuove la tragedia,
va come i greci enunciavano da tempo
e chiude le tende sullo sciogliersi delle strade
che accompagnano la via al povero viandante senza dimora.
Ma prima che l'atto sia giunto al termine,
v'è spazio per l'ultimo fiato,
dell'invidia e dell'affannata ricerca,
cui la consapevolezza giunge a rimedio
spegnendo ogni sentenza,
ma la cui stessa nulla potendo su tale
Avvenenza
natura
trascorso
e verità dispiegata
di quell'attimo fugace e da me rapito,
si china il capo in segno di riverenza
per ciò che al tempo si poté definir amato.

"La Vostra Tomba è un'Ara"

venerdì 1 marzo 2013

Abraxas - Il Capo dei Cieli

E poi.. trovi Dio.
Così all'improvviso.
Quando tutte le cose decadono.
Quando ti senti solo, così solo che neanche l'illusione oramai basta a distrarti dalla più terribile delle sensazioni.
Ti sdrai in un letto. Ti contorci dal dolore. Stringi forte il petto.
E' lì che senti una morsa, una morsa intensa.
E' lì che la metafora s'è fatta realtà.
Senti stringersi la carne, senti esploderti il cuore, senti che qualcosa spinge dentro e toglie il respiro.

Panico | Silenzio.
Il tuo disegno ricorda adesso la posizione fetale.
E' quella a cui ricorri quando non hai più frecce al tuo arco.
E' la difesa tra le difese.. quando neanche l'intelletto sa più trovare soluzione.
Quando anche l'istinto percepisce che non c'è nulla da fare.
Non senti dolore. La tua mente è assorta, non sa cos'è il dolore.
Ti senti morire. Sul serio.
E anziché disperarti lo accetti. Ma all'improvviso ti rendi conto che non ci riesci.
Che stavolta è diverso. Che non è la solita commedia.
Il tuo istinto alla vita rema contro te stesso, ti spinge, ti sbotta, ti costringe.

Disperazione | Ascolto.
Non è la solita opera dalla melancolia. E' disperazione pura. E' dolore, solitudine, morte.
Va tutto oltre.
Oltre quello che vuoi fare. Oltre quello che puoi fare. Oltre ciò che riesci a fare.
E quando il destino ti spinge così tanto oltre.. è lì che scopri cos'è la vera paura.
E' li che scopri che tutte le tue pene non sono altro che espedienti per riempirti la giornata.
E' li che scopri che tutte le motivazioni, gli stimoli, gli scopi.. sono solo pretesti per non sentire la pura condizione umana confinata alla sadica solitudine.
Sadica perché conscia della propria appartenenza celestiale.
La solitudine accompagna la morte come una sorella. Non la lascia mai andare, neanche per un'istante.
Quando si muore si ha paura di morire e si ha paura di restare soli nel morire.
Devi spingerti oltre la solitudine, devi spingerti oltre la morte per capire.. per sentire! Che tutto ciò di cui eri convinto e che pensavi di essere non ti appartiene.

Morte | Fusione.
Pensi di aver sconfitto Dio, stavolta per sempre. Lo senti, sai che è così per te.
Pensi che sia affare che non t'appartenga, che sei tu solo il solo Dio qui presente, che conta tutto sulle proprie forze.
E capisci che mentre giochi come il bambino ad affrontare l'avventura, il vero grande genitore è sempre li che ti osserva e guida il mondo trascinando te.
E quando allora giunge il pericolo, quando il gioco si fa mortale, ecco che il genitore, la madre, il padre, crea la culla fra le sue braccia, pronto ad accogliere ogni tua paura, ogni tuo pianto, ogni tua lamentela.
Senti il legame col tutto.
Cogli ciò che ti permette di sentirti vivo.
Avverti ciò che ti permette di non sentirti mai solo, di amarti, di sentirti essere parte di un tutto.
Questo è Dio.
Dio è questo, Dio è congiunto col tuo Dio interiore.
E' il Pleroma Paradisiaco.
E' l'unione di Dio con Dio. In tutte le sue Emanazioni.

La paura, la morte, la disperazione.
Queste sono le porte.
Il silenzio, l'ascolto, il fondersi.
Queste sono le chiavi.

Terrorizzarsi e zittirsi.
Perdersi e ascoltare.
Morire e fondersi.

Basta stare fermi e sentire Abraxas che ci chiama.

the end of all things

martedì 22 gennaio 2013

La Scatola

Un altro pezzo di cuore andato perduto
lungo il mio Peregrinare.

Che c'è nella scatola?
..molto dolore.

Ciao bambina.

sabato 19 gennaio 2013

Nero

Il colore delle tenebre.
Le tenebre affogano di colore.
Assorbono dentro ogni riflessione.
La proiettano dove la luce non ha mai preso posto.

Soffocano.
Occludono ogni via respiratoria.
Consumano.
Bruciano dentro ogni restante forma di vita.

L'acqua si muove, rinuncia al proprio corpo
straripa i propri argini.
Investe e annega sul proprio cammino.
Reprime la libertà del proprio respiro.

Claustrofobia.
Non c'è aria, non c'è respiro.
Solitudine.
C'è troppa aria, affanna il mio respiro.

Cosa resta dentro?
Impiastri, inchiostro, indigesti.
E la fanghiglia ti ha già preso l'anima
e non ha intenzione di restituirtela.

Dormi.
Non dormi.
Ti svegli.
Non ti svegli.

Sempre.
Mai.





martedì 8 gennaio 2013

Come tutte le stelle cadenti...

Ci sono stelle del mattino che passata la loro ora spengono la loro brillantezza.
Scompaiono alla vista e si celano dietro l'invisibile.
Quando accade, lasciano la loro scia ancora accesa e tutto il calore da esse emanato continua a propagarsi nell'aria.
E' un calore che dapprima irradia, subito dopo riscalda e, quando l'ora è giunta, brucia, come le fiamme dell'inferno.

Diversa da tutte le altre, la stella del mattino invia i propri raggi per illuminare la notte.
Illumina la notte buia e cupa dell'animo dell'uomo. Dona ad essa la giovinezza, la luce ed il risveglio interiore.
Ma come ogni stella, anche la stella del mattino, ad un certo punto fa il suo corso, lascia spazio all'oscurità e al tempo in cui tutte le cose si catapultano e crollano giù.

Crollano le certezze, crollano i muri e senti le ossa che si frantumano.
Senti che tutto il lavoro fatto sui campi dai contadini va perso, perchè il sole non brilla più e non irradia le loro terre.
Il mondo si cela di un'oscurità, che lascia spazio solo a vecchi dogmi.
E di quei dogmi fai morale e vana speranza.

Quando si spegne la stella del mattino, tutte le verità per cui hai lottato si offuscano ed inceneriscono senza tregua.
Alcune scompaiono all'istante, come un teatrino che rimane solo, triste e vuoto dopo ogni spettacolo.
Altre proseguono nel tempo e dissacrano via via tutte le esperienze che con tanta fatica ci si è portati dietro.
Ed è la cenere che tieni in mano che più di tutte le altre cose, ti rinfaccia quel beffardo destino che insegue la tua vita e che, ogni qualvolta ti accendi come portatore di luce, ti ricorda di come in realtà tutte le cose siano più effimere di quanto sembrino.

Ci sono stelle de mattino che fanno il loro corso. E come tutte le stelle cadenti annunciano il momento in cui bisogna andare a dormire. Niente desideri.


"To love is to lose and to lose is to Die"

sabato 6 ottobre 2012

Epistolario Sacro: Uroboro

C'è un qualcosa che mi tormenta l'anima.
Non so cos'è. Né riesco a vederlo.
Eppure mi strugge il cuore. Il petto. Il tronco.
E tutti gli arti annessi.
Prende possesso della vita mia e implode in me ogni speranza.
Ed ogni volontà.

Devo assecondarlo. Devo dargli ascolto. Devo udire la sua voce.
Devo udirne il lamento e il profondo strazio.
Così che Egli allenti lievemente le sue maestose catene..


domenica 6 maggio 2012

Ego Es

Un alchimista che illumina uno sprovveduto.
Un vecchio saggio che getta l'ancora per un giovane marinaio innamorato.
Un sapiente che occulta il sentiero ad un'anima persa nella gentilezza dei sapori e delle belle sensazioni.

C'è tanto vetro nel mio essere.
L'oscillare, troppo m'affatica.
E in questa giungla ad ogni ramo cerco d'aggrapparmi, per vederlo poi seccare e decomporsi.

E se allora mi rassegno e mi lascio andare all'ebbrezza dei piaceri e dei sentimenti, mi abbandono e mi perdo in lande senza luce ne sentieri.
Divengo schiavo. Schiavo delle abitudini. O Schiavo dei pensieri.

Una vita senza schiavitù non è vita che si rispetti.
Una vita senza dipendenze non da credito alla tossicodipendenza dall'esistenza.
Una vita senza dio comporta l'esser divenuto tale.


"L'uomo erra finché aspira."


giovedì 15 marzo 2012

Atala - Il canto della Devozione

Nascere per essere devoti.
Non poter esistere senza immolarsi.
Questo è il nostro destino.
Senza questo Sacrificio la vita perde di ogni senso.
Dobbiamo vivere per l'altro.
Il perfetto controllo dei nostri mezzi e della nostra dedizione ci permette di vivere pienamente la realizzazione per l'altro.

Da devoti esistiamo.
Senza devozione non ci è dato, non ci è concesso.
La devozione dona noi il nostro unico Scopo.
Uno Scopo che venga riconosciuto per la sua sacralità.

Se centralizzato, ci permetterà di essere riconosciuti a pieno.
Se decentralizzato, richiederà molto di più.

Ma l'obiettivo resta comunque lo stesso: esistere.
Dimostrare che esistiamo e che ci è dato un senso per esistere.
Dobbiamo compiere ad ogni costo questo assoluto.

Solo così verremo liberati dal peso della nostra esistenza.


venerdì 20 gennaio 2012

In principio era il Verbo

Lubbert Das è una figura comica assai particolare della letteratura medievale olandese.
In tal contesto egli impersona il "folle" o colui che genera risa e situazioni imbarazzanti a causa della sua totale incapacità di intendere e di volere.
Lubbert Das è anche tradotto come "sempliciotto", stupido, credulone.
Lubbert Das è anche un riferimento molto importante ad un'opera capolavoro come "L'estrazione della pietra della follia" di Jeroen Anthoniszoon Van Aken, in arte Hieronymus Bosch.
Bosch è stato da sempre per me modello di vita e ispirazione.
Posai l'occhio sui suoi dipinti per la prima volta alla tenera età di 14 anni. Fu, a partire da quel momento, amore a prima vista.
Ciò che colpì le mie allora acerbe capacità di giudizio fu sicuramente la sua sublime visione critica, pungente e al tempo stesso onirica e depravante, di un universo infernale e paradisiaco atto a descrivere il mondo reale che egli sperimentava in quel tempo. Riuscivo a trovare incredibili similitudini tra le sue mostruose e surreali creature e ciò che allora mi provocava un gran disgusto e terrore come la realtà che ero costretto a vivere ogni giorno.
Nulla di così mostruoso in fin dei conti, soltanto la nuda e cruda realtà di situazioni spiacevoli e talvolta frustranti che siamo un po tutti costretti a vivere durante i nostri giorni.
Il punto è che ero giovane e molto inesperto, inasprito da una critica pungente e talvolta fuorviante, forgiata da un grande senso dell'onore (nel qual caso si possa definire tale) e del Sacro che in fin dei conti hanno sempre accompagnato la mia vita fino ai giorni attuali.
Bosch fu insomma una specie di luce in tanta oscurità, come un faro possa guidare una nave fino a riva in una zona di buio totale.
Lubbert Das è per me quindi un caro omaggio a colui che considero sostanzialmente uno dei pochi Padri che mi hanno sorretto durante l'adolescenza e la mia vita attuale. Il senso di Sacralità nei suoi confronti non si è spento fino ad oggi. Considero lui e la sua opera come un qualcosa di eccelso e immutabile, per l'ispirazione e l'illuminazione concessami durante tutti questi anni.
Lubbert Das rappresenta inoltre la figura del folle come già detto, e chi meglio può simboleggiare ciò che voglio improntare su questo blog, se non la figura di un pazzo buffone la cui unica peculiarità sia quella di saper ben naufragare tra le lande del proprio -disconnesso- pensiero??
..e crearne un mondo proprio perfettamente funzionante aggiungerei!

La finalità di questo blog, sempre se di finalità si può parlare, è proprio questa: flussi di coscienza; flussi sensati per mondi inconsistenti o totalmente fuorvianti, dettati da leggi proprie e ferree, talvolta in contrasto, talvolta in forte ricerca di correlazione con ciò che li circonda.
Trascriverò letture di psicologia, riflessioni spontanee, postulati filosofici, stronzate del momento, scritture apocrife o per riassumerla in una doppietta di termini esplicativi: "Seghe mentali".
Astenersi perditempo. Ma per la sola e comprensibile motivazione che si annoierebbero loro per primi nel perdersi tra i lunghi fiumi e sentieri di una mente in continua fermentazione, essendo lor signori privi di una ricerca ben mirata e gnoseologica riguardo i concetti sopracitati.
Per il resto, giusto per cominciare con ispirazione, "comu veni si cunta".