sabato 5 aprile 2014

Il Walzer della Notte

Cerchi concentrici.
Vuoti. Senza vita.
Mi giro e mi rigiro, in essi.
Muovo le dita.
Vacuità. Torpore.
L'annichilimento, non è dolore.
E' morte, è dissapore.
Spegnendosi si contano le ore.

Confusione.
Il cerchio a lungo gira.
Va via la testa, va via la vita.
Mi alzo, mi muovo.
Mi concentro nel rumore.
Silenzio.
Lo sguardo messo al fuoco.
Nel fuoco, non vi è calore.

Ogni anima è perduta.
L'occhio verso l'alto, e la luce vi è assopita.
Il petto mi si muove. Vive di sentimenti.
L'orchestra dirige il gioco.
I respiri sono indigesti.
Gli sguardi indifferenti.
M'attengo al mio copione.
Mi sveglio, per riaddormentarmi ancor più nel sopore.


domenica 30 marzo 2014

L'Ombra di Saturno

Ogni tanto penso che dovrei assecondarti, seguire il tuo pulpito, che così spesso con gran veemenza mi reciti come fosse quello più adatto alla mia morale.
Mi fermo e sento che sarebbe la cosa più giusta da fare riguardo tutto questo, dare spazio alla tua voce che troppo spesso ha dovuto esibirsi col lamento.
E più vado avanti, più riesci ad averne ragione, di me, di tutto ciò che mi corrisponde, riesci a convincermi da buon mercante, come si fa coi più sprovveduti passanti, a consumare la tua merce.
Forse un giorno la tua voce riempirà tutto questo.
Forse un giorno riuscirai a vendermi finalmente tutto ciò che vorrai, tutto ciò che possiedi.
E fino ad allora sarà un continuo battersi e ribattersi di questioni che parevano già risolte, ma che invece sempre più in fondo hanno posto le proprie radici.
E queste col tempo hanno già consumato gran parte dello spazio che riempiva l'intero sottosuolo, trovandosi così ad inerpicarsi, a contendersi e spingersi più in su, fino a ledermi e comprimere anche ciò che alla luce del sole aveva sempre giaciuto per suo insindacabile diritto.
Ecco allora che da buon mercante hai venduto a poco a poco il tuo prodotto, approfittando, affinché esso lasciasse germogliare in me le più cruente supposizioni, su ciò che fosse giusto e su ciò che fosse vero, su ciò che fin dal tempo era già stato scritto, su ciò che di così ancestrale, da allora, marcisse in me.
Ed eccomi qui dunque, adesso, alla stregua dei tuoi lamenti, contuso, e rivolto ai tuoi occhi, in balia della mercé dei tuoi giusti sentimenti, sempre pronti a concedersi parola quando il momento è più opportuno, o a lanciare il proprio fendente quando l'occasione si fa ghiotta.
E me li vendi cari questi tuoi lamenti.
Poiché col tempo mi rendo conto che essi acquistano sempre più valore, di come, con l'andare in alto e in basso delle stagioni, tu prenda possesso delle più squallide e luride speculazioni, per farne di esse un vanto, e per promuoverle, tra le più raggrumate delusioni, a concetti di valore e oggetti di un certo conto.
Il tempo mi da ragione di come nel breve lungo corso poi cambino le cose, come di tutta un'altra vita, si renda conto oggigiorno a dispetto del domani.
Eppure un tempo, di esso, si poneva un unico senso nei contorni lucenti del nostro passato, e tuttavia vi si cuoceva col giusto fuoco tutto il tepore del nostro concederci alla vita, quest'oggi.
Adesso mi fermo, qui, alla stregua delle nostre lunghe e interminabili conversazioni, a concedermi all'idea che forse quel gesto darebbe davvero conto del mio valore.
E' quel gesto di cui sempre tu mi parli, che ben dichiara qual è il senso ultimo della mia stessa vita, il quale, forse, ne è stato fino in fondo l'unico senso primario.
Tu mi parli, difatti, stregandomi di come un tempo si assaporasse lo stesso identico dolore celato sotto deplorevoli spoglie, di come muovendomi e sfuggendolo mi ritrovassi sempre ad annaspare in un mare consumato dallo stesso torpore che aveva già stroncato i miei stucchevoli sogni, quando mi muovevo ancora tra le fronde della più tenera età celeste.
Mi persuadi ancora, che il destino sarebbe stato già scritto, destino nel quale forse, avendo già perduto il più incantevole dei propositi, sarebbe andato perduto anche lo scorrere dei miei più antichi aurei risvolti.
Ecco dunque che, oltre il velo, infine, si scorge il sentiero a me riservato nel senso più atavico che sia mai stato imposto,
e questa notte mi trovi in ginocchio a dartene ogni ragione, e così come questa, d'altre notti m'hai venduto senza mai concedermi di assaporare un minimo raggio di quel sole che, com'era scritto, mi sarebbe stato dovuto fin dal principio.

1Ebbene,
2Forse un giorno ci prenderemo mio lieto mercante, e nel lungo abbraccio ci stringeremo, immergendoci di quel liquido nero, putrido e asfissiante.
3Forse quel giorno ci fonderemo nel più acceso amore così devastante, che in esso, nel nostro intenso abbraccio, affogheremo dolcemente con terrore ogni singolo istante.
4Forse soltanto del tuo sincero approdo avrai goduto, avido e ingordo, con l'occhio bramante, e con esso, grifagno predatore, la mia anima avrai preso, nel supplizio del suo ultimo respiro restante.

5Forse allora, quel mattino tornerai a rendere causa al mio vero fato, le cui trame in fondo, da lui sempre con cura m'hai decantato:
6"Sotto l'Ombra di Saturno tu sei nato e dal ventre, con spasimo, d'essa inerme sarai in eterno consumato".

                                        7
                                       



domenica 23 marzo 2014

L'Attimo Fuggente

Sarà passato tutto il tempo che vuoi, ma ogni volta che mi concedi quegli scontri fugaci, in questo incontro in cui c'è sempre da farsi male, il mio spirito è come se prendesse fiato da un soffocare che ha già ucciso l'anima.
E mi delizio e mi concedo il lusso di ricondurmi a sognare, a riconcedermi e ricongiungermi ad un qualcosa che già da molto tempo fu lasciato incolto.
I campi arati furono bruciati dalle folli gesta di un signore iracondo, in preda alla propria escandescenza e consumato dalle fiamme interiori dell'incandescenza, e da allora nulla vi fu più coltivato, e nulla dunque ne fu mai colto, lasciandoci tutti impietriti in preda ad una lunga e cruenta carestia, che nel tempo ha lacerato ogni singola parte del nostro intero corpo.
Così presto e di gran furia si spinsero le vecchie signore dei campi, a spazzar via i resti di tutte le loro malefatte, dove, tra uno sguardo indiscreto e l'altro, quando non v'era più nessuno a scrutare, la vigliaccheria prese posto, nascondendo ogni superstite filo dorato sotto copiosi cumuli di cenere e dei resti carbonizzati, ancora fumanti e abbrustoliti dalle intemperie accorpate nel tempo, anziché conservarne minuziosamente ogni singolo corpo, nell'attesa, speranzosa, di tempi più propizi.
La vendemmia prese dunque il loro posto per gran parte delle stagioni, di essa assai fiorenti furono i frutti, anche se, ben presto, anche le scorte di quel succo dai contorni violacei esaurirono il loro colpo, lasciandoci indigesti e ben presto disidratati, di quella carica e di quella vigoria che rendeva giovamento al più malizioso e modesto dei mondi.
Tu mi hai concesso le uniche eresie per una vita fatta di stenti, e di affamati bei propositi, ben presto sedati nel tempo dall'inadempienza alle proprie colpe, nonché ai propri doveri, di per certo.
Eppure ogni incontro è stato uno scontrarsi valido, sincero, onesto nei propri intenti.
Ma soprattutto intenso. Così intenso e forte come pochissime altre cose al mondo, tali che il mio sguardo così in sincerità e purezza, si sia mai concesso di gran gusto.
E nonostante le cose abbiano preso una piega in cui nessuno di noi sia mai uscito vincente, ecco che ogni volta che ci si incontrasse su questa via, da un momento fugace, ad una visione colta e rubata in controtempo, ho sempre potuto scorgere il tuo occhio vivo sulle mie gesta, ormai decadute e decadenti, come succede a tutti nella vecchiaia, sempre presente, e vigile, e controllore d'ogni movenza che potesse lederti o concerti un'inaspettata grazia, che forse, sempre, da dentro aneli.
Esse ti concedono da sempre gratitudine invece, che tu forse mai hai saputo cogliere, né certamente ricambiare, ma che hai sempre ambiguamente inteso come minaccia, o talvolta magari offesa, vigliaccheria, o più semplicemente come indegne della tua maestosa presenza e, ahimé, a tuo modo di intendere, spettanza.
Ecco allora che mi confesso nel dirti cosa il tuo piccolo dono comporti per me, e cosa e come andrebbe forse ricambiato, magari un giorno, in chissà quale distante futuro.
La mia vita mi concede già pochi pasti da ciò che sembra essermi degno di ristoro.
I campi, come detto, sono sterili di frutto, e così come questi, da essi si svuota ogni letto di fiume, che prima tinge di grigio la propria natura, la quale, non più cristallina, tramuta il proprio corso in un letto di veleni e morte, fino a consumarsi ad un filo tenue che può giungere a secca quando il sole d'estate si fa più mordente.
E' un ritratto di una natura morente quella che mi si prospetta.
E lo sguardo alle mie spalle mi conduce attraverso vie nebbiose, in cui il tempo si trasmuta di un risvolto temporalesco e cui le memorie delle rugiade e delle api in cerca di fiore, si tingono di un grigio in cui ogni cosa è inscindibile dall'altra.
Mi trovo dunque impantanato in un pantano da cui non vi è scampo, se non l'idea di mettersi le vanghe in spalla e cominciare a scavare giusto laddove s'era lasciato.
E in questo muovermi tra fangose poltiglie e percorsi franosi mi si concede un piccolo canto in cui sento di non aver del tutto perduto speranza, in cui poter seguire la via, in cui ritrovare i vecchi tesori perduti, e forse rubati, in un'esistenza in cui sognare non era delitto, ed addirittura realizzare era il più immediato diritto:
il canto di cui mi degni, nel silenzio delle nostre danze tra giardini delle più inconfessate virtù, è il canto della più sublime dichiarazione d'amore che un'esistenza intera possa esprimere nel tentativo di essere colto.



venerdì 21 febbraio 2014

Coro degli Angeli: Perdizione & Mercificazione

"E dunque dimmi mio esimio, perché t'impregni, selettivo, del soffermarti su anime già perdute e arduamente riconducibili alla retta via ogni qualvolta ti si presenti l'occasione di stringer patto col loro stesso diavolo?"

"Poiché i viandanti della via umida sono nient'altro che anime perdute in cerca di un cammino che dia un senso alle loro sorti."

"E del sentiero morale? Cosa dici di coloro che imboccano la via secca?"

"Le anime servili alla morale, esse non mi affascinano poiché scelgono sempre la strada che più di comodo sia esse propizia, di quanto si addica alle apparenze, sia chiaro, né si affannano di dare ad essa un senso proprio, un compenso, magari camuffato, magari derubato ad un qualsiasi mercificante che si sia posto a loro d'innanzi.
Gioisci ordunque per colui che si è perduto, perché anziché assopirsi in un ipnotico letto di fiume che fa di lui corrente, egli s'appresta ad incontrar se stesso, o per lo più a rifuggirlo talvolta, mettendosi sul conto che non é alla vista ch'egli debba scansarsi, ma al sentirne la voce vivace e ardente sbraitare dentro al cuore: se non é vita, se non é vivere la più totale interezza di una vita stessa questo, vorrei ben comprendere cosa quei biechi mercificatori spacciano per vita a tal posto."

"Io di questo non saprei. Non é mio affare e di ciò non mi attengo in verità.
Per me ogni anima é anima unica ed identica alla successiva in merito ad ebbrezza e perdizione nell'oceano celeste."

"Mi allieta l'idea che pure un famiglio del tuo rango possa partorire di tanto in tanto visioni che della più bieca natura fanno il loro manto, ma cui cristallina certezza e verità fanno di esse un vanto."

venerdì 14 febbraio 2014

Coro degli Angeli: Elegia

"e se il fiore appassice perchè ne conservi ancora le spoglie?
perchè riesumarne la carne al perpetuarsi errante delle stagioni?"

"perchè esso vive impresso in ognuno di noi,
e di tutta la gelida e putrida nefandezza, possa sempre coglierne i bei frutti."





venerdì 31 gennaio 2014

La Strategia del Ragno

Sai essere la più affascinante tra le creature.
Piccola, molle, esile,
dalla sagacità impressionante;
la tua andatura porta dentro
l'orgoglio di un re decadente,
accogli le tue prede
in una connessione concupiscente,
le avvolgi tra le tue tele
fatte di un'indole penetrante:
sei disarmante.
Di quel fascino
fai arma asfissiante,
che augura la pena più rodente
ad ogni sensibile creatura,
la quale, di malia e bramosia pura,
vi si tortura insistentemente.

Di quella grazia sei sferzante,
per chi dona l'occhio
alla tua sensibile natura,
quella grazia disorientante
per chi è accolto, dal destino, alla tua ineffabile altura.
Eppure appena un passo
e la tua rete collide su se stessa.
Un destino triste, infausto,
che lega al filo tenue
persino la tua testa.
Sottile l'ironia
sancita dalla vita:
la propria vigoria
in cambio delle tue preziose gesta.
Permane confusione,
d'un'intensa disillusione,
e le rovine
di quel regno di tessiture effervescenti,
ma dalle fenditure incredibilmente resistenti,
che d'ora in poi soltanto rammendano
i vecchi tempi.

E non v'è che leggerezza
nel perdersi tra le tue corde,
fatte di una bellezza
che rende l'animo concorde,
reso fluido dall'accortezza
di metter luce della propria sorte
e del concedersi l'efferatezza
d'abbandonarsi ad una dolce morte.
E il tuo abbraccio è una discesa agli inferi,
dove le spire si contorcono
tra i fuochi oscuri dei piaceri più infimi,
dove la fiamma bruna brucia un legno ardente
e dove l'anima candida di un forte desiderio s'accende.

Ma colui che è cieco alla vista non s'arrende,
non s'incanta alle tue omelie,
non s'avvede della tua dolcezza,
non si impegna nelle tue preziose vie,
né si cura della sua accortezza,
anzi la occlude nella sua interezza.
Egli si fa corazza,
talvolta vi si perde, talvolta poi vi si spiazza.
Talvolta egli la teme,
e rifugge ogni conquista,
che costi a lui l'incontro
con la sua stessa vista:
così dunque egli si crede
d'aver fatto gran provvista.
Così egli si avvince
d'aver compiuto le immani gesta.
Egli, ahimè stolto, ha perduto la più dolce squisitezza:
ha dato il triste annuncio
del mai concedersi alla propria testa.
Da sé s'è fatto cieco.
Ha occluso con le proprie mani
i pochi lumi che la vita gli ha concesso.
Egli non vede tal splendore
attorno al proprio capo circonflesso,
un erigersi a corona
di fasci e tessiture,
che riavvolgono le velature
di infinite coloriture
altrimenti disperse nei meandri
delle più labirintiche fioriture.
Una culla, in un fascio di filamenti e tessuti intensi,
fatta di un calore primordiale,
di una rete così tesa e resistente
da esser curva pure per cogliervi la mente.
Del cieco ti ravvedi, incantevole creatura,
per ciò che lascia il segno
della sua misera disinvoltura,
un povero gesto atavico,
d'una violenza ed una premura
del calore più barbarico,
della più breve caratura.
Le tue reti non hanno cure
per il cieco e le sue dittature.
Le tue reti bensì si annodano in intricate connessure
per chi si avvede,
per chi si attiene,
dell'accortezza delle tue fatture,
per chi si ferma,
per chi si intrattiene,
tra le tue tele in cerca d'avventure.

E chi dolce dunque resta
ad appigliarsi tra le trame della tua testa,
egli, si avvede presto in festa
d'aver giocato le proprie gesta
e d'essersi impigliato
in un'intricata cesta,
cui ogni filo che la rammenda minuziosamente attesta
i più sfarzosi intrecci
delle veritiere e folte scanalature,
dei lati più nascosti e delle più recondite paure,
dei più temuti incesti,
dell'invisibile e di tutti i suoi doveri più molesti.
L'immersione in un cumulo di paure
che non fosse per le tese e resistenti tele,
getterebbero l'animo solitario in un oblio di catene e incessabili torture.

Ecco dunque la bellezza
della verità cupa ed inconfessa,
dell'inconscio e della sua ombrosa natura,
e di un'anima rinvigorita
in una più lucente fioritura.
Ecco dunque la brillantezza
che porta in Sé tutta la consapevolezza
della minuziosa opera pura,
attuata a lungo e con gran cura
dall'abile stratega,
nella sua Arte Regia della più pregevole fattura,
vissuta sopra ogni passo,
nella gran tela dalla collettiva struttura
di un universo di cui ogni intarsio
è un tassello della più primitiva natura
dell'anima e della sua corrispettiva controfigura
e a spese di tutto il collasso
della propria interna architettura,
di cui lo spirito regge il passo nella più nobile disinvoltura.



domenica 19 gennaio 2014

Il Manifesto contro la Scienza - Cap. 2: La Scienza come Morale

Così si riduce lesto lo scempio ad un insensato e dozzinale professo di Morale Scientifica, latente, uniforme e potente, così da poter giungere all'onnipotente, ed onnipresente, protezione da ogni errore fatto, commesso, concesso, e d'ogni qualsivoglia scelta sbagliata, errata od addirittura non prevista!
Colui e colei non conformi a tal vezzo ed, ahimè, olezzo, non son degni di goder di siffatto privilegio di cultura, né di rifletter la propria luce in verità alcuna, poiché indegni, ed in ciò disonesti, di una coperta di così tanta premura e calura, che l'essersi fatta un po' corta a lasciar scoperti entrambi i piedi, diviene un bel mezzo di giustificazione ed impotenza umana, dalle più note e puerili forme, del lasciar, in fondo, del tutto al buon caso, e dunque al mistero, la vera incombenza di dar credito alla presunzione divina e divinatoria, d'un mezzo e d'uno spargimento di proposte veritiere, che di vera e sincera attribuzione non fan alcuna concreta pretesa.
Così l'incomodo vissuto, scosceso e sconnesso, di ogni esperienza individuale, trova forma, ed abbozzati contenuti, nel collettivo, laddove si riveste di un comodo e sordido appiglio, dove si ramificano i contenuti e dove si riversano formando una tela, che incrocia i quadranti e le tortuose connessure, da render chiara, calda e sicura, ogni isteria nascente, tanto da spegnerla sul nascere, anche quando codesta possa invece fluire dal proprio bozzo e prender luce e consapevolezza, tramutandosi in una morfologia splendente e delle proprie profondità più acute illuminante.
Il tutto si smuove nascosto alla diurna lucentezza, nell'oscurità e nell'estendersi dell'ombra di un mito e d'un idolo da crocifiggere quale esempio salvifico del sacrificio e dell'impegno del povero raziocinio, che tutto impettito s'affanna ogni dì alla ricerca delle sue cose, del metterle insieme e del tenere unita una carrozza i cui cavalli si muovono ognuno in differenti direzioni, che tirano e assottigliano le redini fino a ridurle a miseri filamenti così che neanche un ago riesca a vederne le punte al buon proposito di lasciarle entrare nella propria cruna. S'affanna dunque il raziocinante alla ricerca di mezzi, contese e pretese che gli consentano poi di erigersi e mostrarsi fiero e dominante della sua parabola di scoperta e di interezza, sì potente lui nel dettare le leggi più generiche e approssimate, che dietro il dogma della superba appariscenza si trasformano nelle più tenaci tavole che qualsiasi Mosè abbia mai veduto, e nei comandamenti più imposti e moralmente dovuti cui egli stesso abbia mai prestato lettura.
Il tutto rassomiglia, tinto della più subdola ricchezza, ad uno schema schematico e dogmatico già visto e già vissuto, già colto e già dovuto, e subito, da tutta un'intera generazione, o ancora, di una schiera di secoli di colonizzazioni e guerre profetiche, che di vero, serio e concreto, nulla han dato risvolto e soltanto di ignoranza e disperazione, nonché chiusura e disillusione, han condotto lo spirito delle migliaia di anime perdute, sia prima, che durante, che, ancor più tristemente, dopo, per tutte le generazioni a venire.
Ci si rinchiude allor dunque in meccanismi ancestrali che mutano la propria forma di volta in volta, ma che mai degenerano la propria sostanza, nello scorrere dei secoli, fino ai giorni più primi, in cui l'atavica consapevolezza di una cura, e sterminata protezione, portano giovamento al dolce e giovane uomo, colpevole di cullarsi troppo tempo in un susseguirsi di leggi che gli permettano mai di pensare troppo, in teoria, ma di pensare invece oltre ciò che gli sia dovuto in sostanza, e di perdersi ordunque nel mai vivere seriamente, ed ancor meno concretamente, ciò che la vita gli concede, ma anzi ancora più di nascondersi e perdersi in un nichilismo mascherato da comprensione e fruizione della vita stessa!
Tutto ha principio dovuto alle più infime premure ed alle più inconfessabili paure che l'uomo medio al di sotto del proprio naso ben nasconde, e ben si guarda dal voler affrontare, e che al di sotto del proprio petto spazza via, come si fa coi cumuli sotto al tappeto, così da perdersi in un mare di dimenticanze, in cui si perde l'atto per cui la Scienza stessa nasce, il motivo per cui essa di ontologia si tinge, ed il proposito per cui dell'amore per la vita essa si spinge, ritrovandosi poi un po' troppo in fondo, al punto in cui non ci sia più nulla da guardare, né tanto meno qualunque cosa da affermare, se non un vano accostamento di teorie ed evidenze così vaghe da disperdersi in un oceano di probabilità, che vengano elette a sicurezze, in un momento in cui esse restituiscano più nefandezze che inoppugnabili verità.
Giungi qui o' pretenziosa megera, come una legge, come una salvezza che di salvifico ha solo l'illusione, la concretezza, la protezione, che si può dare a qualsiasi legge, religione, dogma o qualsivoglia morale possa essa realmente portare. Così come la più infima morale sei il velo di maya, che ad ogni uomo è stato posto negli anni della più sensibile giovinezza, in quel tempo in cui d'ogni parola si costituisce l'essenza, di ciò che si è e di ciò che si diverrà, nel momento in cui ad un certo tempo in verità vi diremo che cosa vi è di giusto e cosa di non corretto nel nostro restare, e nel nostro credo, tale da spenderci in battaglie ed in insostenibili fatiche, costateci una vita di disillusioni perdute e sperdute, nella continua ricerca di una coda che, in fondo in fondo, siam consapevoli che non riusciremo mai a morderci.
Come una tra le più potenti droghe stupefacenti, alieni quindi il povero ingenuo in un incantevole tunnel fatto di sicurezze circoscritte e mai curanti di ciò che le circonda realmente, mai aperte nella loro membrana a lasciar giostrare la propria chimica, ma ancor più barricate da castelli, mura e colonne in avorio, pur di proteggere le proprie mancanze, all'interno di un mezzo, di un meccanismo, che è un teatrino dei più illusi, consumatosi adesso come verità inoppugnabile per tutte le povere anime che vi si concedano, ma ancor più vile (delitto ancor più grave!) per tutte coloro che vi si debbano concedere a forza, così che chi voglia eluderle è costretto alla fuga da un sistema ormai impregnato di tali congetture fino all'osso, fino a farne matrice primaria per tutte le più ingannevoli direzioni, ma anche per quelle credute sincere e preservanti, innovative e volte al benessere comune di tutti coloro che vogliano, e dunque debbano, usufruirne.
E' l'assassinio, ancor meglio, per tutti coloro che vi si schierano contro, che cerchino nelle proprie iniziative, o di più, nell'unione delle più meritevoli esperienze, informazioni, strategie, pianificazioni, e perché no, "sperimentazioni" delle leggi più avvedute, e nell'unione ancor dei pezzi combacianti, escludendone quelli non pertinenti, di trovare una più modesta ma sincera conclusione per ogni attimo e ogni briciolo d'esistenza che si possa porre loro d'innanzi, nel concedersi alla consapevolezza di un insieme di esperienze e di eventi, dettati da più vedute, soggettive, personali, altrui e quindi dunque anche d'oggettive fenditure e fatture, nonché cognizione, per riassumere la sapienza di talune delle parti di un intero puzzle che forse mai riuscirà a racchiudere i loro intenti, ma che per certo concederà loro la sapienza più sublime, se solo essi vorranno, del comprendervi di ciò che c'è da capire, quell'ineccepibile consapevolezza sfuggente del divenir uomo e dell'erigersi a superuomo in ultima sorte.

Adel Abdessemed - Décor