giovedì 8 marzo 2012

Χίμαιρα - Il canto del Nichilismo

Io non credo di aver un senso.
Nessuno di noi ha senso.
Nulla ne ha.

E' la conclusione più probabile a cui arrivi quando giri in lungo e in largo l'universo per trovar almeno un qualcosa che riesca a permearti e riempirti in maniera utile, ferma, decisa, definita.
Qualcosa che ti faccia dire: "Beh, questo è così."

Niente.
C'è poco da fare.

E allora spaesato continui a cercare, cerchi una luce, un faro, una guida, un qualcosa che ti tenga appeso al mondo delle cose, al mondo della realtà, al mondo dell'esistente, a ciò che credi vero.
Un qualcosa che ti dia quella dannata certezza che le cose esistono, che ci sia almeno UNA cosa che esista.
Che di conseguenza grazie ad essa tu, in primis, possa essere certo di esistere.

Ma anche qui, ancora una volta.. giri a vuoto.

Penso che ogni individuo presente su questa terra, ogni santo giorno, non faccia altro che fare tutto ciò.
Penso che ognuno di noi, chi esplicitamente, chi implicitamente, non faccia altro che lottare contro una chimera irrealizzabile, che si presenta, ogni giorno, sotto tutte le possibili forme e diciture che lo scibile umano possa concepire. Magari si articola la cosa in maniera più complessa, magari si crede di realizzarla tramite più cose messe insieme o magari si trova la più bella, comoda e facile delle soluzioni nei dogmi... che di certezze, finte, ne danno anche fin troppe...
..sta di fatto che comunque sia quella certezza, vivida, assoluta, non arriva mai.
Penso che in fondo la vita di ogni essere vivente cosciente sia legata indissolubilmente a questa perfida catena ammaliante.
Penso che la scienza, l'arte, la religione, la mitologia, la politica, l'economia, l'intelligenza, il linguaggio, il definire, il capire, il controllare, lo scoprire, l'inventare, il sorridere, lo sperare, il costruire, il sognare, non ultimo l'amare!... non siano altro che diverse facce della stessa chimera che porta l'uomo ogni santo giorno a creare dio e a 'crearsi' Dio.
Penso che l'uomo riesca così tanto bene ad impersonarsi in questo ruolo, a definirlo, a dargli realtà concreta e sincera, da perdersi nel suo stesso inganno, da non rendersi conto che tutto ciò che definisce, parla, recita e venera, non è altro che merce di poco valore spacciata per il più prezioso dei metalli.
E penso che, ancor più tristemente, in fondo, all'uomo non resti altro che tutto questo, ogni santo giorno, per sentirsi vivo, per sentirsi esistere. Un ebbro e stupido perseverare nel mordersi la coda, nel girare intorno per ritornare sempre nella stessa posizione.
Penso che viviamo di illusioni, di cose da noi definite, da noi create e dalla nostra percezione poi idolatrate.

In fondo, si potrebbe dire, che c'è di male? Anche queste possiedono il loro valore.
Certo, lo stesso valore che un bambino possa dare ad un giocattolo che gli venga appena donato. Un valore immenso, incommensurabile. E' il più bel giocattolo e la più grande soddisfazione che egli possa richiedere dalla vita, da qualsiasi cosa.. questo è Dio, questo è amore, questa è pienezza, totalità, assolutezza!
Peccato che col lungo andare il bambino cresca e il giocattolo rimanga sempre invariato, ma non per lui, non per la sua percezione idolatrice.
Il bambino cresce, abbandona il giocattolo, lo conserva, lo priva successivamente di valore, lo impolvera, lo getta via, lo distrugge.
E questo meccanismo avviene successivamente per tutti i restanti anni di questa tenera ed ingenua vita, con tutti gli altri giocattoli che si ripresentano puntualmente ogni volta come i definitivi, come quelli che risolveranno una volta per tutte la nostra vita, le nostre paure, le nostre mancanze.
Risolvere la vita... ma cos'avrà mai questa vita da risolvere? Quali saranno questi possenti e tormentanti quesiti a cui bisogna necessariamente porre rimedio e dare risposta?
Penso che la risposta stia proprio nella domanda. L'uomo non riesce mai a concepire definitivamente nemmeno quali siano questi quesiti. Ed anche qui scatta sempre lo stesso meccanismo di sempre, fino allo sfinimento.
Trovi un quesito, lo risolvi, ti sembra che sia fatta e invece eccola li.. la piccola e subdola chimera pronta come sempre ad avvolgerci e far buon pasto delle nostre fievoli speranze.
Penso che alla fine si arrivi semplicemente a concepire che il problema stia proprio all'origine:
questa cazzo di vita non ha un bel niente da risolvere. Ne da porre quesiti, di conseguenza.

Ed è qui che l'uomo saggio capisce.
Ed è qui che l'uomo stolto continua la sua ricerca.
Ed è qui che non c'è stolto, non c'è saggio.



mercoledì 8 febbraio 2012

To Urizen

Si tratta quasi dello stesso tipo di schiavitù a cui Urizen costringeva Orc, quella che si propone ogni volta in cui si tende a divinizzare qualcuno, a divenirne devoti, a lodarlo come fosse il nostro Dio e nostro centro e a dedicarvi tutta la nostra vita, sino, talvolta, a rendersi schiavi totalmente.
Ogni gesto, ogni atto, ogni cosa, è fatta nel nome della persona amata o "adorata" sarebbe il caso di dire.
Simbolicamente il ragionamento è più o meno identico.
Le nostre pulsioni, i nostri sentimenti, le nostre più recondite sensazioni, vengono totalmente soppresse, spente e rilegate ad uno stato di totale prigionia. Mi riferisco chiaramente a tutte le sensazioni più personali, più intime, private. Queste o vengono rese note, pubbliche, oserei dire "Sacrificate" all'essere amato.. o vengono come detto sopra soppresse, annullate. Ciò che viene definito come propria indipendenza o proprio essere unitario scompare letteralmente, venendo totalmente fuso in completa armonia e al servizio dell'altrui essere.
Ciò, neanche a dirlo, comporta conseguenze disastrose, annichilenti e assai dannose per noi in primis, e per tutto ciò che in quel contesto si è scelto di edificare, sia esso un rapporto, una relazione, un semplice contatto umano. Queste conseguenze però hanno il difetto di non esser da subito note e lampanti, ma di venir fuori piano piano, lentamente, col tempo.
Si tratta di un qualcosa a cui si va incontro più spesso di quello che si pensi, nella vita di tutti i giorni.
Si tratta di un qualcosa, allo stesso tempo, di inevitabile talvolta, di piacevole e ammaliante. Si diventa infatti succubi, schiavi, ci si lascia trascinare, trasportare e guidare da sensazioni, attimi, gesti e poi comportamenti che all'apparenza risultano certamente piacevoli, amorevoli, appaganti e complementari alla nostra personalità in quel determinato momento. E il bello è che lo sono realmente, non si tratta di mere illusioni.
Si presenta tutta una serie di sensazioni, emozioni, percezioni, tutte fantastiche, splendide ed inimitabili. In una sola parola Uniche.
Tutti questi meccanismi, come detto, si sviluppano in totale devozione con l'oggetto "Santificato". Questo oggetto alcune volte viene rappresentato da una persona amata, un/a fidanzato/a, una madre o un padre magari, altre volte viene rappresentato da divinità astratte, come Dio, come un ideale, come un lavoro o come un Artista o un Musicista talvolta. Come una qualsiasi entità che, come detto nel post precedente, generi dipendenza, e di conseguenza condizioni un'intera vita.
Il problema è che talvolta in questo meccanismo di devozione, questa scia di sensazioni accattivanti prende la parte delle sensuali Ondine teorizzate da Paracelso. Per chi non fosse al corrente delle terminologie utilizzate dal mago/alchimista/medico svizzero, si tratta più o meno del ruolo che nella mitologia assumono le più famose Sirene o Ninfe.
In poche parole attirano gli uomini nella loro trappola, grazie alla loro bellezza, alle piacevoli sensazioni che sprigionano e in men che non si dica ne catturano l'anima o talvolta direttamente il corpo con tutto il suo contenuto, rendendolo schiavo.. nel loro caso, della morte.
Questa schiavitù ha inoltre il triste pregio di risultare all'individuo, oltre che degradante sotto certi aspetti, totalmente inconscia. Per questo gli effetti devastanti generati da questa, vengono fuori solo nel lungo periodo.. riflettendosi su tante altre conseguenze che inizialmente passano inosservate.
All'avvenire di questo meccanismo di deificazione, infatti, tutti gli allarmi che la nostra psiche è sempre pronta a segnalarci per evitare danni lesivi al nostro apparato emotivo, vengono immediatamente declassati, sconvolti e talvolta disattivati.
Del resto trattandosi di una centralizzazione totale della nostra vita nei confronti di quell'essere vivente, è normale che tutte le funzioni che non risultino ad esso inerenti passino inevitabilmente in secondo piano, o forse in terzo.. ammesso che esista. Ed è anche normale che di conseguenza tutto ciò che concerne la nostra esistenza dipenda in grossissima parte da ciò che venga messo in relazione con tale entità dominante.

E allora se tutto appare così accattivante, bello, dolce, sensuale, ammaliante, appagante, gratificante e completante, quali sono questi effetti disastrosi e degradanti susseguenti?
Beh qui le dinamiche sono complesse e molto diverse e variano da soggetto a soggetto, e soprattutto sono molto dipendenti da cosa viene messo in relazione col soggetto stesso; come detto sopra ci sono varie possibilità:
agenti divini, agenti artistici, ideali, persone, ecc.
In molti casi comunque ciò che viene meno e che crea di conseguenza profondi squilibri nelle dinamiche dei rapporti e di conseguenza nelle dinamiche interiori, è appunto un fattore che tiene banco e rappresenta le difese e le concezioni proprie e personali dell'individuo, fondamentali per la sua esistenza e decisamente funzionali nel momento in cui l'individuo debba distaccarsi e difendersi dal contesto che lo circonda.
Escludendo queste funzionalità si esclude la possibilità per l'individuo di separarsi dal contesto e da ciò che lo circonda, di distaccarsi di conseguenza da questa continua forza attraente e da cui letteralmente ogni proprio gesto dipende, come allo stesso modo può avvenire per un tossicodipendente.
Se l'oggetto di dipendenza è rappresentato da una persona ad esempio, questo annichilirsi da parte dei fattori individuali, del senso critico e del distacco critico dell'individuo dall'altro essere, porta ad una continua ed ossessiva identificazione dell'individuo con l'altra persona, che può generare comportamenti poco autosufficienti da parte del dipendente fino a veri e propri atti di stalking nei casi più estremi.
Nei casi più nella norma, quelli in cui dunque l'individuo dipendente è totalmente ossessionato dalla cura e da ogni gesto dipendente dall'altra persona, il rischio maggiore porta ad un forte disequilibrio innanzitutto delle dinamiche di coppia, secondo cui adesso un individuo trascinerà il rapporto e farà da creatore di dipendenza e l'altro ne verrà di conseguenza trascinato. Ciò comporterà dunque un forte peso di responsabilità trainanti da parte dell'individuo creatore e allo stesso tempo un forte peso di responsabilità curanti da parte del dipendente. Questa dinamica, prolungata nel tempo, porterà inevitabilmente ad un tracollo della relazione, determinato dall'esplosione di uno o dell'altro ruolo a causa del forte e squilibrato peso portato.
L'individuo creatore potrebbe, ad esempio, perdere interesse nell'altro proprio perchè sempre presente.. e soprattutto denunciare la carenza di un'altra sponda trainante dall'altra parte, utile nei momenti di smarrimento, magari, assai frequenti durante la vita di tutti i giorni.
L'individuo dipendente, a sua volta, potrebbe soccombere ad un eccessivo potere di un creatore dispotico e totalitario magari..
In ogni caso prima o poi, disequilibrando in tal maniera le dinamiche della relazione, con molta probabilità il tutto giungerà ad un tracollo.
E allora a tal punto, come tutti i tracolli relazionali che si rispettino, verranno a galla tutte le dinamiche intrapsichiche, che porteranno, nei casi più probabili ovviamente, a riconoscere tutti gli errori commessi e successivamente, magari, ad un alto livello di consapevolezza che giungerà alla conclusione che forse durante tutto quel rapporto, quella relazione, si è risultati eccessivamente dipendenti dall'altra persona.
Ad un approfondimento ancor più intenso, risulterebbero, infatti, soppressi molti dei contenuti sopraelencati, quelli necessari, per l'appunto, ad una normale ed equilibrata difesa dall'esterno, quelli coerenti e presenti in ognuno di noi, atti ad un continuo distacco critico da ciò che ci circonda. Quelli che ci fanno riconoscere insomma chi o cosa siamo noi e chi o cosa è l'altro.
 Il discorso sarebbe allo stesso modo complesso e ricco di dinamiche anche in casi in cui, ad esempio, l'oggetto creatore di dipendenza venisse rappresentato da una divinità o da un ideale ad esempio.
Qui più che una relazione al collasso (cosa che in un certo senso comunque avverrebbe), si potrebbe giungere a casi in cui l'individuo, sentendosi privato di molte libertà e pulsioni a lui fondamentali, presenti vari disturbi, anche somatici talvolta, che non gli permetterebbero, ovviamente, di svolgere le normali attività della propria vita in maniera regolare, o di scomparire qualora vi fosse la necessità di restare in primo piano in alcune situazioni, di esporre il proprio ego o di esser decisi e forti nel prendere una qualsiasi decisione ad esempio.
Oltre i disequilibri creati nelle dinamiche di coppia, non sarebbero assolutamente da sottovalutare tutte le privazioni intime e necessarie alla cura personale a cui l'individuo andrebbe inconsapevolmente incontro.
Non riuscendo più a distaccarsi dalla dipendenza altrui, non riuscendo più a concepire una qualsiasi situazione di vita, interesse, impegno, al di fuori di ciò che venga vissuto in comunione con quell'altro individuo, la via più ovvia porterebbe ad una totale esclusione di tutti quei campi prettamente personali della propria vita, in cui la partecipazione dell'altra persona non è assolutamente richiesta.
Questi campi sono spesso rappresentati da impegni talvolta altrettanto importanti, come lavoro, studio, una passione molto forte e fondamentale per l'individuo, un impegno fisso, ecc.
Ciò comporterebbe dunque la perdita di tanti valori, che verrebbero temporaneamente messi da parte, a discapito della formazione personale dell'individuo e del conseguente riconoscersi in quanto entità singola indipendente dall'oggetto amato, che andrebbero quindi alla lunga a formare grandi lacune nell'interesse e l'autostima dell'individuo stesso, soprattutto dal momento in cui, come in tutti i rapporti di coppia, questa magia illusoria di simbiosi, semmai riuscisse a perdurare a tale squilibrio, scomparirebbe nel nulla, riportando a galla la concezione di essere comunque un'individualità singola.

Se, dunque, una eccessiva divinizzazione (molto spesso genetica o derivante da educazione) potrebbe portare l'individuo a perdere letteralmente se stesso, allo stesso modo si dovrebbero ben osservare tutt'una serie di grossi "vantaggi", o meglio ancora di grosse necessità, che ogni individuo ogni giorno della propria vita possa recepire da un qualsiasi essere o ideale elevato a "divinità".
Approfondendo attentamente questo lato dell'analisi, in effetti, si andrebbe incontro ad una legge dicotomica secondo la quale se un eccessivo comportamento nei confronti di un oggetto esterno comporta degli svantaggi, eliminarlo totalmente ne annichilirebbe il senso e di conseguenza la persona ad essa dedita, come osservato nel post delle "verità".
Una divinità per cui sacrificare la propria vita, infatti, per alcuni risulta assai simile ad uno scopo per cui esistere, ad un'ambizione per cui andare avanti, ad un senso totale e appagante da dare alle nostre vite.
In questi casi, come detto sopra, questa ambizione, questo sacrificio, risulta particolarmente forte e centralizzato.
Ora, esistono casi in cui questo scopo viene talmente centralizzato su un singolo oggetto, da portare l'individuo, come detto, ad escludere tutto il resto.
Ma escludendo temporaneamente questi casi, si potrebbe ben osservare come in realtà ognuno di noi in ogni istante della nostra vita necessiti assolutamente di una sorta di piccolo "dio" concettuale da adorare, per compiere ogni singola azione della nostra vita.
Del resto a nessuno di noi piacerebbe compiere azioni senza alcuno "scopo".
Beh, lo scopo, che sempre ci prefiggiamo in ogni singola evenienza, prende il posto di questo simbolico "dio" creato per l'adorazione. Così come adoriamo dio e nel suo nome svolgiamo le nostre azioni quotidiane, allo stesso modo adoriamo uno scopo e lo perseguiamo fino a raggiungerlo, quando possibile.
La differenza consiste sostanzialmente nel solito valore di intensità con cui ci prefiggiamo questo scopo, cioè quanto questo scopo sia fondamentale e centralizzato per la nostra vita.
Se questi riesce a raggiungere un livello tale da escludere il resto, si potrebbe parlare di quella deificazione sopraesposta. Se questi funge da semplice stimolo ed obiettivo da raggiungere al pari di altri, ecco allora che lo scopo di ogni nostra azione prendere il sopravvento.
Dunque uno scopo o un dio sono per tutti noi necessari in fondo.
Bisogna allora concepire come fare ad evitare che uno scopo (o dio) ci risucchi a tal punto da renderci suoi schiavi devoti. Bisogna cioè, in parole povere, imparare a concepire quand'è che ad un qualcosa che ci trascina e ci condiziona la vita in maniera asfissiante si possa anche dire "Basta!".
Il concetto qui si complica ulteriormente.
Sarebbe certamente utile puntare ad educare la propria vita verso un dio che punti a se stesso.
Senza indugiare troppo su concetti zen, il punto d'incontro potrebbe essere riuscire a compiere ogni gesto della propria quotidianità solo per il piacere di farlo, per il piacere di vivere, perché questo gesto risulti bello, gratificante, appagante di per se. Perché comunque ogni gesto della nostra vita comprende in primis "noi che lo facciamo"; e di conseguenza, trovandone un giusto equilibrio e punto d'incontro col nostro ego, è già valido, utile e consacrabile a "verità sacra" (o dio se si vuole utilizzare questa nuova terminologia) per il solo fatto che siamo noi, in tutto ciò che siamo in quel determinato istante, a renderlo reale, a viverlo.
Mi rendo conto che talvolta in alcuni contesti, non essendo nessuno di noi maestro zen, ciò non risulti tanto possibile o semplice, anche se un buon allenamento ogni giorno può certamente risultare vincente.
In ogni caso riuscire ad impostare la propria vita in questa direzione sarebbe già un punto di inizio molto interessante.
Seguendo un approccio più semplicistico invece, bisognerebbe educare la propria persona a riconoscere i propri limiti e a piazzare qualche allarmino più forte e squillante, da far scattare quando la situazione inizi a sfuggirci di mano.
Trovare il punto d'incontro insomma tra quello che noi siamo e vogliamo per noi stesso in quel determinato istante, e quello che quel determinato dio o scopo può darci una volta perseguito.
Bisognerebbe essere bravi, insomma, ad altalenarsi continuamente tra ciò che noi siamo adesso e ciò che vogliamo diventare, tra ciò che forma la nostra personalità adesso e ciò che potrebbe ricavare la nostra personalità da quel successivo scopo.
E' tutto un gioco di equilibri insomma, non facile certamente, ma nemmeno tanto impossibile come si pensi.
Posta una base di partenza di questo tipo, di certo vivere tutte le attività, gli scopi e le deificazioni necessarie alla nostra vita per darci un senso alle cose, e dunque darci la gioia di viverle, allo stesso livello risulterebbe un'opzione molto più gratificante ed equilibrata, atta a nutrire il nostro ego sotto più punti di vista, senza pericolose centralizzazioni e senza disperderci in nichilismi egocentrici che escludano l'utilità a tutto il resto.





martedì 24 gennaio 2012

Delirio Mistico

La verità. Nient'altro che la verità.
Non oso chieder di più dalla vita.

Il problema è che a volte la verità è.. più verità.
Il problema è che a volte la verità è falsa, irreale.
Il problema è che a volte la verità cambia, come diceva Nietzsche.
Il problema è anche che a volte la verità si fissa. La verità si fissa e si impone e genera, prima o poi, disastri.
E allora cos'è la verità?
E' chiaramente una domanda che porta ad una grossa complessità di argomentazioni.
Tutt'al più al massimo la risposta classica è che ognuno ha la sua verità, o che questa è relativa.
Ma relativa a cosa?
Qualcuno direbbe ad ognuno di noi, qualcuno direbbe ai fatti, qualcuno direbbe addirittura al volere di Dio.
Bisognerebbe in effetti dare una definizione più precisa ad un termine che, forse, di definito non ha proprio nulla.
Ma andando per ordine..
Ognuno, dentro di se, possiede la propria verità, è vero. Ognuno, dentro di se, possiede una propria verità, è anche vero.
Ma è anche vero che questa vera verità anche per ognuno di noi è relativa. E' relativa al tempo. E' relativa allo spazio. E' relativa all'esperienza in una sola parola.
Probabilmente per ognuno di noi esistono più verità ogni volta, in ogni gesto, in ogni cosa che facciamo o viviamo.
Esistono più verità e sono tutte verissime, non ne esiste una meno veritiera dell'altra.
Il problema si pone allora nel fatto che ogni volta, in ogni gesto, in ogni cosa fatta, bisogna scegliere.
Bisogna scegliere qual è che vogliamo sia la nostra verità, in quel determinato attimo.
Talvolta questa scelta ci porta all'illusoria conclusione di aver trovato la verità "giusta", quella perfetta, immutabile.
Talvolta oppure la nostra scelta si tramuta in una verità falsa, che smaschera immediatamente i nostri giochi e ci riporta al punto precedente, ci fa regredire ad uno stato di incertezza.
In ogni caso, qualsiasi verità scegliamo, tra tutto il ventaglio di verità che abbiamo a disposizione, è in fin dei conti sempre quella esatta. Esatta, quantomeno, relativamente al nostro modo di essere in quel momento.
E' evidente sin da subito del resto, siamo noi a scegliere.. nessun altro al posto nostro, di conseguenza ciò che scegliamo, qualunque cosa sia, per noi, in quel momento, è "vero". E tale sarà finché la vita, le esperienze, i nostri istinti, le nostre maturazioni, ci porteranno a trovare una nuova verità. Cioè appena un attimo dopo, tecnicamente...
E così sia fino alla fine dei tempi, ogni giorno.

E allora cos'è questa famosa verità?
In fin dei conti tutto questo trambusto non ci rende ancora le idee tanto chiare.
Questa verità è assoluta o relativa quantomeno?
Io penso che l'unica verità che ci è concesso vivere durante i nostri giorni di vita sia data sia da una scelta assoluta che da una relativa, inevitabilmente.
Come detto sopra, avremo sempre tante verità da scegliere. Queste rappresentano la scelta assoluta. Sono tutte vere, hanno tutte lo stesso valore, potenziale, la stessa validità. Sono assolute appunto. L'una vale l'altra, non vi è disparità. Ognuna di queste ha la sua buona, giusta, concreta, valida, validissima opinione d'essere vera.
Eppure di queste scelte, come detto, ne prendiamo solo una. Quindi tutto il gioco si rifà ad una scelta relativa posta da noi, dall'insieme delle nostre sensazioni, miscelato a quello degli stimoli esterni.
E allora in fondo la riflessione più ovvia porta alla concezione che in fondo siano entrambe a stabilire il "vero".
Come a dire, l'importante è essere il più consapevoli delle scelte possibili da fare... per poi sceglierne una sola, quella "giusta". Quella giusta per noi ovviamente. Per quello che siamo in quel momento appunto.

Quindi in fondo lo stesso concetto si può spostare all'esterno e ad una porzione di individui maggiori di uno.
Anche qui esistono scelte e verità eterne o assolute. Come detto sopra, ognuno le chiama in modi diversi, ma del resto anche qui queste si pongono semplicemente come un tappeto di scelte differenti, generate da differenti origini, culture, educazioni, esperienze e così via. Tutte queste scelte, persino quella del volere divino delle cose, hanno il loro senso, la loro logica, la loro totale validità.
Ma allo stesso tempo ognuna di queste scelte comporta il conseguirne di un unica effettiva. Talvolta quest'unica è un mix di queste, ma è sempre una.. non riesce e non riuscirà mai ad inglobarle tutte, proprio perchè spesso l'una esclude l'altra.
E allora questa verità diventa un concetto molto complesso.
Un concetto molto lontano da ciò che la società occidentale concepisce come verità.
Un concetto dualistico, di duplice natura appunto, di due nature apparentemente contrapposte, ma in fin dei conti complementari, dinamiche, fuse in un'unica verità, per l'appunto.
Spesso questa concezione viene però difficile da mantenere durante la vita.
Premesso anche che spesso venga già difficile da apprendere e concepire come concetto, capita anche che quando si presentano certe esperienze durante la vita, talora viverle secondo questa duale concezione di verità, per chi è fuori allenamento, diviene più un desiderio utopico che altro. Anzi spesso e volentieri questo concetto scompare del tutto, viene buttato nel dimenticatoio, ci si lascia prendere dai sensi, dai propri principi, ci si inorgoglisce e si basano tante scelte sulle buone, care, sicure, eterne e immutabili stampelle che l'educazione (familiare, religiosa, societaria) ci pone. Tutto bene e nulla da obiettare se non fosse che queste stampelle spesso prevedono un approccio monodirezionale, che tende inevitabilmente a sfociare in quella verità fissata, superiore e immutabile che, come detto sopra, si impone inesorabilmente sulle altre.. riferendomi con questo termine sia alle altr-ui opinioni, sia alle altre nostre possibili (e magari anche più plausibili) scelte.
Talvolta la verità diventa fissazione, diventa un'ossessione, uno scudo crociato da esibire e portare in guerra.
Una guerra che, come tutte, porta solo decine di migliaia di morti. Sono delle morti di idee, di concetti, di libertà individuali o collettive. Sono comunque delle morti.
Ma in fondo anche in questo c'è del bene.
Qualsiasi dottrina (cioè insegnamento) che si rispetti è pronto a testimoniare l'importanza dell'atto della morte, cioè del cambiamento, durante la vita di tutti giorni e in ognuno di noi.
Da ogni morte c'è (quasi) sempre una rinascita. E di conseguenza una nuova consapevolezza.
E allora forse ogni tanto costruire dei totem a cui appellarci e appoggiarci, dei totem veri, forti e portanti, è in fondo necessario. E' necessario per distruggerli e convincerci che forse non erano così forti come pensavamo.
A volte questi totem prendono però possesso di noi, un possesso che può divenire anche totale per alcune fasi della nostra vita. Ci fa perdere in questa continua lotta e la nostra totalità psichica viene completamente dominata da un proposito che si trasforma in una condanna, ossessione ed una croce da portare talvolta tutta la vita.

In ogni caso ogni uomo non può fare altro che continuare la ricerca. In fondo è tutto questo che siamo noi.
Entità in continua ricerca. Una continua ricerca di un qualcosa che nessuno di noi in fondo sa cos è.
Qualcuno lo chiama Dio, qualcuno soddisfazione, qualcuno ideale, qualcuno verità appunto.
Ed è importante, ma anche fondamentale, che ognuno di noi possa esprimersi in questa ricerca in qualsiasi modo possibile, per giungere poi alla più probabile e incomprensibile conclusione che tutto quello che conta non sia il risultato vano delle nostre lotte, ma il godersi la ricerca in se.





sabato 21 gennaio 2012

Morfina

E' strano come ogni essere umano reagisca sempre nella stessa identica maniera quando un qualcosa che procura in lui un forte benessere e una completa sensazione di appagamento, gli viene privato, tolto o semplicemente cessa di esistere.
Ogni drogato che si rispetti lo sa, quando gli eliminano la dose di eroina/morfina/qualsiasialtradrogachegeneridipendenza (e il discorso potrebbe allargarsi anche alle semplici canne.. con le dovute proporzioni, purchè generino in lui quel benessere sopracitato), tutte le sensazioni da lui provate, così come l'intera percezione del mondo che lo circonda, non fanno altro che virare verso un'unica direzione e nella gran parte dei casi con un'incredibile insistenza e priorità.
E' come se quella fonte di benessere divenisse l'unico scopo supremo e centralizzato della sua vita. Non c'è altro, non esistono variazioni, non esistono alternative, non esiste alcuna possibilità di vita "senza di Lei".
Trovo perfetto anche l'utilizzo di questo termine, Lei. Proprio perché questa sensazione di rinuncia inaccettabile, di vivere una vita impossibile e totalmente vuota senza quella sostanza o senza quella cosa, è la stessa che provano gli innamorati nelle loro fasi più acute.
Quante volte ci si è trovati in situazioni in cui persone recitavano queste stesse parole di impossibilità di vita, di non avere alcuna possibilità per il futuro e non voler più continuare a vivere, proprio dopo aver perso la persona amata? Quante altre volte ci si è ritrovati noi stessi in quelle situazioni, senza via d'uscita, senza alternative, come se da quel giorno in poi la nostra vita non avesse più valore e non valesse più la pena fare nulla... per poi riscoprirci un giorno, un mese, sei mesi dopo (nei casi più gravi anche un paio d'annetti) pronti a rinnegare tutto, a darci degli idioti, degli imbecilli con tutta una serie di ragionamenti brillanti e consapevoli, su come in quel periodo si fosse stupidamente presi da una cosa sola e come non si riuscisse a trovarne soluzione?
E' vero, in questi casi il tempo aiuta molto; nei casi di dipendenza da droghe anche, ma talvolta non basta solo quello.
Eppure esistono casi in cui la similitudine tra i due contesti è praticamente coincidente. Esistono casi in cui questa dipendenza non riesce proprio ad affievolirsi, o a cessare del tutto magari. Esistono casi in cui il tempo amalgama bene le sensazioni e le pulsioni attrattive, ma che magari alla lunga portano l'individuo a cascare nuovamente negli stessi processi. Esistono casi in cui ci sembra di essere guariti del tutto, sia per il tempo trascorso, sia per la nuova grande consapevolezza emersa dalle esperienze, ci si sente forgiati e forti di ciò che si è vissuto e compreso e pronti ad affrontare una nuova avventura.. e puntualmente si ricade al punto precedente.
In tutti questi casi, e in tutti gli altri immaginabili, le due situazioni contestuali continuano a coesistere tranquillamente con le stesse dinamiche.
Sono sempre gli stessi identici comportamenti a guidarci. Le stesse funzioni psichiche:
manca qualcosa di fondamentale? ---> io non posso vivere; non riesco a vivere senza quel qualcosa? ---> devo provare a riottenerlo; capisco che riottenerlo è dannoso per me? o magari impossibile? --->
comincio a perdere il controllo e fare gesti avventati magari; riprendo possesso di me stesso anche se in maniera parziale? ---> cerco di convincermi che quel qualcosa non sia per me più necessario.
E dopo? Dopo avviene che o si ricasca sul fatto, o si scarica quella quantità di libido in continua ricerca di un qualcosa, su una nuova dipendenza.
E' proprio così. O si cambia droga, o si ripesca la stessa identica con gesti, modi e vie non sempre molto chiare, pulite o legali.
E' come se comunque questo gesto di dipendenza riesca lo stesso ad averla vinta. Come se fosse inarrestabile. Come se fosse una parte necessaria e inscindibile di noi stessi.
E se davvero così fosse?
Pensandoci ogni esperienza della vita, per essere tale ed attrarre di conseguenza il nostro interesse, o quantomeno la nostra attenzione, deve in un qualche modo per forza di cose creare dipendenza, almeno per un determinato (variabile) periodo.
Se ciò non avviene, vuol dire che quell'esperienza non è soddisfacente, non ci ritorna un qualcosa di utile, non ci interessa.
E' come se fosse una specie di mercato, come un po le azioni in borsa.
Si decide di investire su una determinata azione (esperienza) un tot denaro (energia), partendo dal fatto che ci si senta fiduciosi nei suoi riguardi e che questa generi in noi quella quantità sufficiente d'interesse tale a farci ben sperare in futuro di conseguenza (una persona con determinati interessi comuni, o che ci ha colpiti o nel caso parallelo una droga che provochi delle forti e piacevoli sensazioni appaganti); e proprio come in borsa a seconda dei movimenti del mercato e magari anche di come tu gestisci il tuo portafoglio (il modo in cui tu ti relazioni a questa persona/esperienza), ecco che si ottiene una vincita o una perdita.
Ecco che comunque (cosa più importante) si cerca di ottenere un qualcosa. Un qualcosa da cui temporaneamente dipendiamo per giunta!
Si cerca sempre di ottenere un qualcosa da chiunque. Persone, amici, nemici, amori... e così via.
Quando ciò non avviene, come detto, significa che queste non fanno parte del nostro universo in quel determinato istante/periodo di tempo.
Esistono dunque persone/droghe/sostanze/esperienze che riescono a centralizzare (dal nostro punto di vista, certamente... ma anche tramite il loro semplice essere) una forte quantità di interesse (o libido volendo) da parte della nostra persona, rispetto ad altre. Esistono persone la cui attrazione nei nostri confronti diventa talvolta eccessiva e incontrollabile. Esistono persone che riescono a coinvolgere la nostra sfera emotiva/sensoriale/percettiva/intellettiva (talvolta più una che l'altra.. talvolta la totalità del nostro sé) indubbiamente più di altre. Ed ecco che di conseguenza queste generano quella famosa dipendenza.. sia che le otteniamo, sia che le perdiamo, sia che stiamo in ansia per ottenerle, e così via.
E' come se queste persone avessero un carico d'interesse tale che tutte le altre (e come detto, talvolta tutto il resto) venissero offuscate. Come se in quel mercato borsistico si investisse in una singola azione tutto il nostro capitale, forti di tanta fiducia e attrazione da diventare ciechi e irresponsabili sul nostro operato, ma confortati dalla visione rosea e gratificante che tanta fiducia e attrazione portano illusoriamente a generarci.
Ed è proprio questa finta (ma tanto reale) visione rosea che, quando il mercato crolla, la nostra azione perde, e la nostra sostanza scompare, di conseguenza ci frusta senza pietà, trasformandosi in una visione totalmente buia e nera, forte adesso di tanti rimpianti e scialbi tentativi di giustificazione quali "ma io ci credevo molto", "io mi fidavo", "avevo investito bene la mia fiducia ("i miei soldi")", che ovviamente non portano ad alcuna soluzione lucida e realmente appagante.
Col tempo sembra che questa visione si ricolori un po di più, che ritornino alcune scale di grigi e successivamente bianchi e magari qualche colore in più al lungo andare.
Ma talvolta esistono macchie nere che risultano molto incisive e ancora per lungo tempo.
Quando poi si riesce miracolosamente a scrostarle dalla propria psiche, e si cerca di ritornare a ricostruire quel mondo colorato e con quel giusto di roseo che serve per portare avanti la baracca, ecco che, come detto sopra, ci si ricasca di nuovo. Stavolta l'azione ha un nome diverso, ma svolge in noi la stessa identica funzione in fin dei conti, riattivando lo stesso meccanismo precedente.
Osservando alla lunga questa dinamica, mi sono reso conto che forse tutto ciò è normale e fa parte semplicemente dell'umana psiche, che magari è un po più accentuato per i casi la cui genetica predispone un atteggiamento più marcato per la dipendenza, per il non "saper restare da soli", per l'aver continuamente bisogno di qualcuno (o in sostituzione qualcosa) a cui dedicare l'esistenza.
Tramite vani lunghi personali tentativi di distruzione di questa orrifica dinamica poi, sono giunto ancor più alla conclusione che il postulato sopracitato sia sempre più probabile.
E' come se, eliminando la necessità di qualcosa o qualcuno a cui appartenere e per cui compiere (anche soltanto idealmente) ogni singola azione, di riflesso l'io e tutte le esperienze a lui legate e conseguenti sparissero, perdessero totalmente di valore e dunque nulla avesse più senso, se non rimuginare sulla non esistenza delle cose (appunto).
Come se l'io da solo non bastasse per autoappagarsi. Come se per trovare un giusto appagamento dalla più piccola delle proprie azioni, l'io avesse sempre bisogno di qualcosa o qualcuno a dover poi confermare il lavoro svolto per ogni esperienza e di conseguenza approvarlo. Come a dover dimostrare ogni volta a qualcuno qualcosa per poter ottenere appagamento e soddisfazione.
Il solo dimostrare a se stessi non sarebbe più sufficiente.

Penso però che in questo contesto il problema si ponga più per una questione di "intensità" che altro.
Intensità, probabilmente un po genetica, un po culturale ed educativa, intesa come la quantità di energie spese a servizio di una singola cosa, che, essendo eccessiva, prescinde poi tutte le altre.
Ritengo che ogni essere umano abbia l'innata necessità, come condizione esistenziale della propria psiche, di essere riconosciuto dal contesto che lo circonda; sia questo costituito da persone, da una comunità sociale, sia un ambiente naturale, un animale e così via. L'importante è che qualsiasi cosa lo circondi, gli dia un ruolo all'interno del contesto che lo circonda.
Eliminato questo ruolo, si elimina anche l'essere umano o quantomeno la sua psiche. Come se questa smettesse all'improvviso di funzionare, come se perdesse totalmente di valore.
E' come se la psiche stessa, secondo il ragionamento di cui sopra, si nutrisse di questo contesto esterno per vivere.
La creazione di Dio da parte dell'uomo, e di termini come Amore, Odio, Nulla, Caos e tutte quelle altre terminologie che determinano assolutezza, immortalità ed una definizione "certa" e "statica" di un qualsiasi concetto o evento della vita, ne sono la più lampante testimonianza. La creazione del linguaggio stesso lo è.
Dio, Amore, Caos, Nulla, sono tutti termini utilizzati dall'uomo per spiegare l'inspiegabile.
Il linguaggio, tutte le parole e i gesti che compongono un linguaggio sono, sotto un'attenta analisi, allo stesso modo gesti e parole utilizzati per spiegare un qualcosa che l'uomo non può spiegarsi.
E a che pro essi vengono creati ed utilizzati se comunque non servono a spiegare nulla?
Semplice, per comunicare. Per un qualsiasi tipo di comunicazione, "spiegare" è necessario. Così come è necessario dare una definizione alle cose.
Senza spiegazione, senza definizione, senza "fermare" un pezzo di realtà, non è possibile comunicare nulla.
Di conseguenza allora ci si dovrebbe interrogare su quale funzione ricopra per la psiche l'atto di comunicare.
La risposta più semplice suggerirebbe l'idea di un atto nato per mettere in correlazione due entità tra loro. Per farle sentire in comunicazione appunto, in empatia, in contatto. Di conseguenza questo contatto dovrà apportare un qualcosa ad ognuna delle due entità separate. Se così non fosse, non avverrebbe alcun contatto come detto sopra. Se non ci fosse interesse e di conseguenza uno scambio, non si avrebbe alcun contatto ne alcun guadagno.
Quindi ogni relazione può essere intuita come un continuo scambio di interessi. Un mercato.
Un mercato dove ognuno guadagna un qualcosa. C'è chi guadagna titoli-fiducia e stima, imposti sull'altro; c'è chi guadagna titoli-consigli e guida, sottomettendosi all'altro. Talvolta lo scambio avviene tramite un alternarsi di questi due ruoli. L'importante è che questo scambio generi un certo tipo di appagamento comunque.
Ciò riporta la mia riflessione al punto:
ogni essere umano ha bisogno di uno scambio. Ha bisogno di creare un Dio a cui dare qualcosa e da cui ricevere qualcosa. Ha bisogno di creare un entità da cui dipendere e a cui poter talvolta creare dipendenza.
Ci sono poi esseri umani più predisposti (come detto da geni e cultura) per creare dipendenza ed altri per subire dipendenza.
Se si elimina quest'entità alla radice, se si priva di valore questa entità, concentrandosi magari per conseguenza su una forte centralizzazione e chiusura verso il proprio ego, si giunge al triste risultato che il proprio ego non possa vivere, come un cuore in cui non scorra più alcuna goccia di sangue da poter rimettere in circolo.
Nei casi esaminati all'inizio di questo documento, è facile riscontrare adesso i meccanismi che portano a quelle "strane" reazioni, che poi strane non sono a quanto pare, di non-vita e forte dipendenza sopraelencate.
C'è da sottolineare però molto attentamente che comunque anche la predisposizione genetico/culturale che porta gli individui a cadere in una dipendenza è sempre una questione meccanica e non caratteristica.
Ciò si presenta come una differenza fondamentale dal momento in cui anche una persona predisposta per la creazione di dipendenza, a livello genetico/culturale, subisce certamente durante la propria vita una dipendenza da qualcosa. E' come se in fondo fossimo tutti dei nodi interdipendenti in questo mondo e che ci differenziassimo l'un l'altro solo per l'accentuazione di talune caratteristiche rispetto ad altre, ed operassimo in continuazione in quegli interscambi già descritti per mandare avanti la macchina individuale e di conseguenza globale che costituisce la nostra vita.
Diviene allora facile concepire come di conseguenza ogni nodo può dipendere e creare dipendenza ad un altro allo stesso tempo. Per la gran parte dei casi si tratterà però di nodi differenti, ma in alcune tipologie si potrà riscontrare questo duplice effetto anche su uno stesso nodo di questa fantomatica rete.

Se questo tipo di dipendenza è allora così necessaria, bisognerebbe soltanto imparare talvolta a gestirla. A gestire quell'intensità che non ci permette di equilibrarci negli atti, nei gesti e nel sentirci attaccati a quella determinata cosa.
Siamo un continuo sballottolare di sensazioni, istinti e pulsioni e talvolta mantenere il controllo, quando vengono generati certi meccanismi e attivate certe pulsioni, è la cosa più difficile da fare.
In questi contesti tutto il lavoro sta nel trovare un po d'amore per noi stessi, inteso come un forte sentimento d'accettazione per quello che siamo, facciamo e viviamo e riuscire da questo a ripartire per puntare nuovi obiettivi da agganciare come bersagli da cui diverremo temporaneamente e giustamente dipendenti.. il tempo di averli raggiunti e aver provato appagamento dal conseguimento di tali scopi però.
Terminato questo tempo, bisogna esser bravi a tornare un attimo su noi stessi e riuscire allo stesso modo in cui abbiamo creato la dipendenza da quell'obiettivo, a tesserne una anche riguardo noi e la nostra totalità psichica, in modo da controbilanciare la forte spinta attrattiva che ci rende schiavi di quell'oggetto insostituibile.
Talvolta ci vuole una forte contro-spinta, talvolta la cosa diventa molto più facile.
In ogni caso tutto sta a noi e a ciò che vogliamo ottenere in quel momento dalla nostra vita.


«Secondo l'ambiente e le condizioni della nostra vita, un istinto emerge come il più stimato e dominante; in particolare, pensiero, volontà e sentimento si trasformano in suoi strumenti»
Friedrich Wilhelm Nietzsche 

venerdì 20 gennaio 2012

In principio era il Verbo

Lubbert Das è una figura comica assai particolare della letteratura medievale olandese.
In tal contesto egli impersona il "folle" o colui che genera risa e situazioni imbarazzanti a causa della sua totale incapacità di intendere e di volere.
Lubbert Das è anche tradotto come "sempliciotto", stupido, credulone.
Lubbert Das è anche un riferimento molto importante ad un'opera capolavoro come "L'estrazione della pietra della follia" di Jeroen Anthoniszoon Van Aken, in arte Hieronymus Bosch.
Bosch è stato da sempre per me modello di vita e ispirazione.
Posai l'occhio sui suoi dipinti per la prima volta alla tenera età di 14 anni. Fu, a partire da quel momento, amore a prima vista.
Ciò che colpì le mie allora acerbe capacità di giudizio fu sicuramente la sua sublime visione critica, pungente e al tempo stesso onirica e depravante, di un universo infernale e paradisiaco atto a descrivere il mondo reale che egli sperimentava in quel tempo. Riuscivo a trovare incredibili similitudini tra le sue mostruose e surreali creature e ciò che allora mi provocava un gran disgusto e terrore come la realtà che ero costretto a vivere ogni giorno.
Nulla di così mostruoso in fin dei conti, soltanto la nuda e cruda realtà di situazioni spiacevoli e talvolta frustranti che siamo un po tutti costretti a vivere durante i nostri giorni.
Il punto è che ero giovane e molto inesperto, inasprito da una critica pungente e talvolta fuorviante, forgiata da un grande senso dell'onore (nel qual caso si possa definire tale) e del Sacro che in fin dei conti hanno sempre accompagnato la mia vita fino ai giorni attuali.
Bosch fu insomma una specie di luce in tanta oscurità, come un faro possa guidare una nave fino a riva in una zona di buio totale.
Lubbert Das è per me quindi un caro omaggio a colui che considero sostanzialmente uno dei pochi Padri che mi hanno sorretto durante l'adolescenza e la mia vita attuale. Il senso di Sacralità nei suoi confronti non si è spento fino ad oggi. Considero lui e la sua opera come un qualcosa di eccelso e immutabile, per l'ispirazione e l'illuminazione concessami durante tutti questi anni.
Lubbert Das rappresenta inoltre la figura del folle come già detto, e chi meglio può simboleggiare ciò che voglio improntare su questo blog, se non la figura di un pazzo buffone la cui unica peculiarità sia quella di saper ben naufragare tra le lande del proprio -disconnesso- pensiero??
..e crearne un mondo proprio perfettamente funzionante aggiungerei!

La finalità di questo blog, sempre se di finalità si può parlare, è proprio questa: flussi di coscienza; flussi sensati per mondi inconsistenti o totalmente fuorvianti, dettati da leggi proprie e ferree, talvolta in contrasto, talvolta in forte ricerca di correlazione con ciò che li circonda.
Trascriverò letture di psicologia, riflessioni spontanee, postulati filosofici, stronzate del momento, scritture apocrife o per riassumerla in una doppietta di termini esplicativi: "Seghe mentali".
Astenersi perditempo. Ma per la sola e comprensibile motivazione che si annoierebbero loro per primi nel perdersi tra i lunghi fiumi e sentieri di una mente in continua fermentazione, essendo lor signori privi di una ricerca ben mirata e gnoseologica riguardo i concetti sopracitati.
Per il resto, giusto per cominciare con ispirazione, "comu veni si cunta".