Chi dunque ha compreso
il peso,
dal Golgota non s'è ripreso
l'appeso,
di tutto il tempo speso
preteso,
tra il nodo forte e teso
proteso,
al mondo tanto atteso
inteso,
di un gioco ormai sotteso
riacceso,
che al giogo fu sospeso
rappreso,
s'accorge d'esser leso
arreso,
d'uno scorgersi indifeso
sorpreso,
uno sciogliersi incompreso
disceso,
su un sentiero un po' scosceso
intrapreso,
porge il passo vilipeso
offeso,
verso un muoversi più acceso
inceso,
cui ogni gesto sovrainteso
asceso,
giunge senza malinteso
appreso,
scaglia dunque il braccio steso
esteso,
scioglie il groppo già iperteso
feso,
scisso in due dal Sé coeso
trasceso,
come un Dio s'è presto reso
creso.
Così attratti dalla tragedia da esser disposti a ricamarsela.
Così invasi dalla tragedia da essere i soli a raccontarsela.
Da sempre affaccendati a legare situazioni al confine
pur di perdersi in un trancio di virtù azzerate,
di gemiti e di dolore.
Ombre celesti
su di un gelido racconto, che per poter vibrare almeno un po',
si concede il vezzo dell'onda.
Così esile, così impura,
impetuosa.
Così fragile, così insicura,
finalmente decadente.
Ecco che l'animo della tragedia qui mai si placa.
È il piacere della morte simulata.
È l'iniquo, solito, movimento,
verso un'ignota fine mai concessa,
verso l'unica grazia mai intercessa,
quella danza verso il sole
che di musica e parole è da sempre sottomessa.
Tenere i piedi saldi in alcun posto,
questo navigare
è il mio sadico racconto.
Sospeso in torrioni,
tra le funi,
dalle stanze più buie s'offuscano i vetri;
non è più vero ciò che osservo.
L'infausta creazione di un mondo che non ha più confini,
né termini fragili,
in cui sia possibile affossare alcun appoggio.
Sì ch'ogni parte non m'appartenga,
che conceda alla vista
soltanto margini più stretti;
nulla è più ciò che mi circonda.
Muovendomi senza le redini
disperdo le parti,
in quanto vittima sacrificale,
mi offro alla stregua
di un più congegnato incrocio,
mi spengo,
mi lascio affondare tra i machiavellici risvolti di questo insano frutto.
Come in una zattera,
in un continuo spostarsi, sempre più in là...
Mi arrendo con malinconia
alla gioia più cupa,
conscio d'aver perso la geografia d'ogni posto;
è così che attendo solerte
l'arrivo d'ogni luogo in cui sia concesso respirare
per poi raccogliere il fiato.
È un tuffo nel vacuo,
intenso,
intriso in un flusso che circonda ogni mio arto,
si beffa di me,
mi lascia vuoto e senza fluidi che possano scioglierne il pianto.
Un involucro vuoto
così che tutto lo attraversi.
Né difese, né comandi,
tutto scorre attraverso.
Si trascinano le parti
esterne, vuote, senza meta,
spogliate d'ogni patria d'appartenenza.
Riaffiorano visioni dove ogni soggetto è terzo,
è a parte, mai parte,
e non si placa l'oceano ora privo di consistenza.
L'una regola è tale
e di lei è untuoso ossequio e riverenza.
D'essa, gli arti si muovono ad arte,
là sotto, laddove sommersa è la vista,
un demiurgo stringe le sorti,
si muove in disparte,
le intinge della più florida indifferenza.
Di una platea vuota
non si nutrono le gesta del burattino,
il burattinaio,
egli osserva, sommesso e silente,
attende il via del commediante.
Come un tempio, lo spettacolo è in silenzio:
gli attori, il drammaturgo,
il commediante,
finanche colui che stende il velo,
attendono inermi che il tempo s'addormenti,
così che l'attimo s'addensi,
e che qualcuno, fiducioso, si affretti a passare;
e nello sporgersi per le strade,
tra i convenevoli appariscenti,
si chiudono in osservanza
dove i sensi rattrappiscono.
Colui che attratto s'avvede a scrutar dentro
si porta in cerca di un significato,
vi trova polvere e catrame,
in cerchio
avvolte da un violento respirare.
Nessuno è in casa adesso, nessuno è al proprio posto.
Scusami se muoio, ogni tanto,
ricoperto di mille foglie.
Così disegno l'uscio entro il quale sgattaiolerò via,
una coperta fatta di deplorevoli cadute:
quando arriva l'inverno, gelido, raggelato,
inerme il mio corpo si attarda fino a notte.
E non guardo più intorno
neanche in cerca di un conforto,
un po' comodo, ma dovuto
da una riluttante natura fatta degli scheletri più fragili.
Mi immergo tra le fronde
cullate dallo specchio in cui rifletto ogni immagine
del passato, del presente, del futuro,
d'ogni cosa che sia tratta al proprio posto.
Ogni immagine è di me
attento, attonito, attempato,
rappreso, nell'atto indomito
del rilegarmi attorno ad ogni verso,
seppur spento e decantato
in una voce fievole e decaduta
da cui ogni fioca luce s'espande,
per poi rivolgersi al massacro, stringendo i fili del proprio corpo.
Mi arrendo allora
e mi spengo da questa vita col fare di colui
che non l'aveva mai chiesta.
Mi dico,
questo è un filo che non ho mai sciolto
e che eppure mi attengo a risalire ogni giorno,
estasiato, disilluso, atteso, fra la più pura ansia di esistere.
Chiudo gli occhi e poi osservo,
attendo che le onde mi riportino laddove
secondo il susseguirsi, è dato concedersi,
senza ch'io possa d'esse rifiutare
un invito così candido e curato, ad immergermi nella loro morsa,
un intenso scambio vivo
in un oceano in cui in zattere ci s'è perduti
e pure il retto corso d'ogni nave ha reso pochi sopravvissuti.
E' la disarmonia che crea la vita.
Ciò è indubbio.
Il mondo tende più al disequilibrio che al riequilibrio.
Così sono anche le forze, le parti, l'antimateria e la materia.
Se queste due collimassero e si disponessero in parti uguali, giungerebbero ad annichilimento.
Armonia vi è dunque, ma possibile soltanto dal disequilibrio.
E' ciò dunque altresì definibile come armonia?
A me pare sia più una sorta di stonatura che ha trovato in una nuova forma una propria armonia ed il proprio equilibrio.
Disequilibriamo forze, pur di poter provare di esistere.
L'universo stesso stravolge il giusto corso armonico dei versi, pur di poter provare che qualcosa sia tangibile.
Così come queste, anche l'esistenza umana è concepita secondo questo schema ben definito.
Ognuno è vittima ,ed allo stesso tempo causa, delle proprie sventure.
Tutti nasciamo vittime di ciò che è stato imposto noi, genitorialmente, culturalmente, socialmente.
E la stragran maggioranza degli individui è così adattata ad una tendenza generalmente discordante dal concetto d'equilibrio od armonia che si voglia.
I due non sono propriamente sinonimi,
eppur spesso si avvicinano nell'intento, a discapito del contesto, chiaramente.
Vi può essere armonia senza alcun equilibrio o vi può essere equilibrio senza alcuna armonia?
La risposta è soggettiva forse, in entrambi i casi.
Gli individui ordunque tendono in gran maggioranza al disequilibrio, alla disarmonia.
Né è testimonianza inoppugnabile la posizione orrifica in cui è giunta l'esistenza umana fino a questo punto.
Lo stato in cui la terra è lasciata poltrire è tutt'altro che armonico, questo è chiaro.
Lo stato in cui la società civile umana è lasciata poltrire, è tutt'altro che armonico, anche questo è chiaro.
Lo stato in cui l'essere umano stesso, l'individuo nella sua totalità, è lasciato poltrire, beh,
anche questo è chiaro, ed è anche una delle possibili cause che determinano tutte le altre.
Scegliamo tutti indubbiamente di perderci nell'oblio dove le parti non combaciano.
Attraverso un microscopio, quello dell'intelletto sia chiaro, è possibile poi concepire come questa scelta apparente sia in realtà dettata da altro.
Di come gli elementi sopraelencati, siano causa e concausa di questa ed altre scelte di cui non si è coscienti.
E di chi è allora la colpa?
Chi tende la freccia verso questo stabile stato in cui l'instabilità di un equilibrio precario, e talvolta mai raggiunto, fa da padrone indisturbato nel corso di tutta una vita intera?
Si tratta forse di una trappola ricorsiva in cui tutti siamo cascati senza che mai ci si rendesse conto.
Di un eterno ritorno in cui tutte le cose si presentano uguali come fonte e conseguenza.
Di una coazione a ripetere all'infinito della storia dell'umana amara sorte, volta verso la negazione di una libertà di una natura, che più volte ha chiesto appello per poter svolgere il proprio corso.
E chi scorge l'armonia e chi si fionda sull'equilibrio non è mai scorto abbastanza.
Viene messo al margine, al più etichettato come folle o non appropriato.
E' questa la storia della strana amara sorte, della vita umana e dell'attesa per la morte.
E' forse la morte la degna causa di tutto questo inumano addensarsi?
Sarebbe una soluzione troppo banale di per certo.
Eppure è la fiaccola che alimenta questa spirale della vergogna.
E' forse questo un modo per concedersi maggior spazio al suo posto?
Forse è l'ipotesi più plausibile.
Come se la morte fosse un equilibrio, e come se le parti la raggiungessero una volta combaciate.
Ecco fondersi la materia e l'antimateria calzante, e dal passo sempre fiero, verso il velo della morte.
E' un po' il simbolo dell'umana sorte.
Ecco dunque che il disequilibrio è la chiave per concedersi un lusso.
Nella disarmonia, nel perdersi, nel non ricordarsi del triste fato che vorrebbe non farci esistere.
in ciò vi è il lusso più grande che sia permesso.
E' quasi un errore si dice, se la materia si è formata.
Di certo in natura, gli errori non esistono,
ma forse dunque tutta la vita è un errore.
Ecco allora la chiave del mio disequilibrio,
c'è più verità in disarmonia che in armonia.
Secondo la più bieca vista, l'occhio vede più decadenza che sostanza.
E' la legge della maggioranza, della selezione.
Ed è assolutamente più che umana la cecità mentale.
Ecco allora tutta l'onestà della mia dissonanza,
se tocco il centro per dissolvermi
cerco la direzione opposta per sottrarmene beatamente,
e per concedermi il più estremo lusso che mi sia ancor più concesso:
perdersi nella decadenza,
giusto appena per poter "sentir" qualcosa.